Perché al successo non è dovuta obbedienza

21 LUG 19
Ultimo aggiornamento: 00:12 | 22 LUG 19
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Vendo, dunque sono. Il compianto Andrea Camilleri ha venduto trenta milioni di libri. Il compianto Luciano De Crescenzo ha venduto 18 milioni di libri. Il Truce e i grillini e Orbán e Putin hanno venduto sul mercato elettorale e dei sondaggi un numero ultramilionario di idee, fatti e voti. Trump grazie alle vendite è in buona posizione per un secondo mandato. Boris Johnson per lo stesso motivo sarà premier a Londra. Il successo è sempre significativo, genera immedesimazione, emozione, produce risultati, e assume a volte il tratto dell’isteria collettiva, dell’indiscutibilità. Ha ragione Mariarosa Mancuso: il successo non deve essere invidiato, ma capito senza enfasi e senza il sopracciglio alzato (Mariarosa è il contrario dell’enfatico e dello snob). Il punto che mi preme è però un altro: al successo, nel consumo culturale e nel consumo politico, che sono sempre più parenti, non è dovuta obbedienza. E si può restare selettivi senza negarne i significati, e in certi casi la gloria: se un amico mi dice che “Il birraio di Preston” è un buon libro, mi viene la tentazione di comprarlo e leggerlo, se la sapienza culturale convenzionale, ovvero con Franzen l’impollinazione culturale, mi impone la cifra dei trenta milioni di libri come metro di misura, io il trentamilioni più uno non lo faccio. Neanche se me lo dice Radiotre.