Sorveglianza & autocrazia

3 GIU 19
Ultimo aggiornamento: 00:13 | 4 GIU 19
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“Se la fiducia si rompe in un luogo – ripetono i media di Pechino – allora le restrizioni potranno essere applicate ovunque”. Se l’obiettivo del credito sociale sembra quello di una sempre maggiore integrazione tra diversi database, allora un giorno si potrebbero raggruppare i dati raccolti nella vita reale e nella condotta online – dalle abitudini di acquisto fino all’atteggiamento sui social – per poi analizzarli anche attraverso algoritmi predittivi. Se in molti vedono nel credito sociale la realizzazione della distopia immaginata nella serie tv “Black Mirror”, invece – nota Maya Koetse, direttrice del sito What’s on Weibo – la retorica di Pechino ha enfatizzato soprattutto la diffusione “della fiducia e dell’armonia” nella società.
Un’iniziativa del governo del Venezuela suscita le medesime preoccupazioni. Si chiama Carnet de la Patria ed è stato presentato dalle autorità di Caracas come uno strumento per semplificare l’accesso a una serie di servizi pubblici compresi i sussidi alimentari. Gli analisti tuttavia temono che il Carnet consentirà al governo di Nicolás Maduro di raccogliere in un unico QR code una serie di informazioni personali sui cittadini venezuelani. Secondo un’inchiesta di Reuters, è il colosso cinese delle telecomunicazioni ZTE che sta collaborando con le autorità di Caracas per la raccolta e la gestione dei dati generati dalle nuove carte d’identità. Mentre la Repubblica Popolare si afferma come una superpotenza tecnologica e annuncia la costruzione della via della Seta digitale, Pechino ha iniziato quindi a esportare nuovi strumenti tecnologici un po’ ovunque: dallo Zimbabwe all’Asia centrale, dall’America Latina al Pacifico meridionale.
La tesi secondo cui la Cina starebbe creando anche oltre i propri confini un sistema sempre più simile al panopticon è condivisa anche da Steven Feldstein del Carnegie Endowment for International Peace. Secondo l’accademico americano, “dal riconoscimento facciale fino agli algoritmi che setacciano i social media alla ricerca di attività dell’opposizione, queste innovazioni sono un game changer negli sforzi dei regimi autoritari per modellare il discorso pubblico e schiacciare le voci delle opposizioni”. Inoltre – aggiunge Feldstein sul Journal of Democracy – “l’intelligenza artificiale non è la sola nuova tecnologia sempre più sfruttata dagli autocrati per vantaggi politici. Anche altri strumenti spesso usati insieme all’AI – indicatori biometrici, cyberattacchi sponsorizzati dallo stato, tecniche di distorsione delle informazioni – stanno creando allarme”. Secondo gli esperti è però l’applicazione dell’intelligenza artificiale alla tecnologia del riconoscimento facciale che nei prossimi anni potrebbe diventare onnipresente nelle nostre vite per scopi commerciali e di sicurezza. Se le stime dicono che nel 2022 questa tecnologia avrà un valore di 9,6 miliardi di dollari, in Cina sono già attive oltre 200 milioni di telecamere di sorveglianza e le autorità di Pechino hanno promesso di estendere entro la fine del prossimo anno il riconoscimento facciale a livello nazionale con la creazione di una rete “onnipresente, integrata, sempre attiva e pienamente controllabile”.
Sarà innanzitutto per la tirannia della geografia, ma è stato nel sud-est asiatico dove negli ultimi anni i giganti dell’innovazione e startup cinesi stanno investendo di più. All’inizio del 2018 le autorità della Malaysia hanno lanciato una partnership con Yitu Technology, startup con sede a Shanghai specializzata nell’applicazione della ricerca sull’AI, per dotare la polizia del paese di telecamere con tecnologia di riconoscimento facciale. La compagnia cinese sta fornendo agli agenti della Auxiliary Force della Royal Malaysian Police Cooperative micro-telecamere da appuntare sul bavero delle divise degli agenti e software per confrontare le immagini raccolte con i profili presenti negli archivi della polizia di Kuala Lumpur. Già usato in diverse città della Repubblica popolare per acciuffare ricercati e fermare piccoli criminali, l’algoritmo di Yitu Technology promette di identificare nel giro di pochi secondi un qualsiasi volto presente nel database. “E’ un significativo passo avanti – ha detto Dato’ Rosmadi Bin Ghazali, capo delle Auxiliary Force – perché ci consente di sfruttare l’intelligenza artificiale per aumentare la sicurezza”. Nel corso della sua ultima visita nella Repubblica Popolare alla fine di aprile, il primo ministro malaysiano Mahathir Mohamad ha anche trovato il tempo di far visita alla sede di SenseTime: un colosso che fornisce tecnologia alle forze di sicurezza di Pechino, conosciuto per essere la startup di più alto valore al mondo nell’applicazione della ricerca sulla AI. Il risultato? Un’intesa dal valore di un miliardo di dollari per la costruzione in Malaysia di un hub sull’intelligenza artificiale specializzato “nella ricerca su computer vision, riconoscimento del linguaggio e robotica”. La Malaysia non è un caso isolato. Mentre nel sud-est asiatico si va sempre più affermando un modello di “democrazia guidata”, Pechino non sta esportando nella regione soltanto tecnologie, app e algoritmi, ma anche la filosofia politica dell’“autoritarismo digitale”. O meglio, idee di tecno-utilitarismo con cui si promettono società stabili e ordinate come condizione per lo sviluppo economico. E’ anche attraverso la promozione del principio della “cybersovranità” che la Cina sta smantellando un altro pilastro di internet per come l’abbiamo conosciuto fino a oggi. Negli ultimi anni Xi Jinping ha teorizzato “il diritto dei singoli paesi di scegliere indipendentemente il proprio modello di sviluppo e di regolamentazione del cyber spazio” e “di partecipare alla pari alla governance internazionale di internet”.
La Repubblica popolare si è messa alla testa di un gruppo di paesi per spingere le Nazioni Unite a ridisegnare le norme internazionali sul governo del cyberspazio e far passare un’idea di governance di internet che ponga al centro gli interessi degli stati. Gli esempi non mancano: dalla draconiana legge contro le fake news appena approvata da Singapore fino alla normativa sulla cybersecurity del Vietnam che impone ai giganti di internet di conservare i dati all’interno del paese e collaborare con le autorità di Hanoi per rimuovere contenuti “illegali”. “Quanti abusano della libertà di informazione e di parola, causando danni allo stato e ai cittadini, riceveranno punizioni appropriate”, ammoniva il premier vietnamita Nguyen Xuan Phuc.
Che la profezia di Bill Clinton sull’indissolubile connubio tra nuovi strumenti tecnologici e democrazia vada in frantumi proprio a partire dall’Asia orientale sembra una beffarda nemesi della storia. Alla fine del secolo scorso, fu il sud-est asiatico la culla dei cosiddetti valori asiatici. In aperto contrasto con i valori universali proclamati dall’occidente, la filosofia politica elaborata dal fondatore di Singapore, Lee Kuan Yew, si proponeva di riaffermare i valori comuni e peculiari a diversi paesi dell’Asia orientale: innanzitutto l’idea confuciana di ordine e armonia sociale cui si possono sacrificare le libertà individuali. In fondo, sostiene Parag Khanna, esperto di relazioni internazionali alla Lee Kuan Yew School of Public Policy di Singapore, “la democrazia non è un fine in sé: i veri obiettivi sono una governance efficace e il miglioramento del benessere della nazione”.
Francesco Radicioni