Chiesa
PREGHIERA PER LA PACE •
Il discorso inatteso del Papa ad Assisi
Nel quarantesimo anniversario della Giornata di preghiera per la pace voluta da Giovanni Paolo II nel 1986 Leone, dopo il forfait post operatorio, ha inviato un messaggio. Che non entra nel merito delle questioni "vive"

Roma. Che la priorità di Leone XIV, in queste settimane di preparazione dell’attesissimo (e assai voluto) viaggio intercontinentale in America latina, non fosse il pomeriggio ad Assisi per il quarantennale della storica Giornata di preghiera per la pace voluta nel 1986 da Giovanni Paolo II, era abbastanza evidente, ancor prima che i medici sconsigliassero il Papa dal salire sull’elicottero alla volta dell’Umbria. A conferma di ciò è il videomessaggio inviato agli organizzatori (Sant’Egidio in primis), sette minuti e una manciata di secondi in cui il Pontefice ribadisce alcuni cardini del pontificato, ricorda che solo la pace è santa e mai la guerra, che la guerra non può essere fatta in nome di Dio.
Detto ciò, Leone XIV si ferma. Non parla di Russia e Ucraina, nonostante solo pochi giorni fa sia stato protagonista di un’azione diplomatica rilevante (nonostante poi i meriti della tregua a Oleshky se li sia intestati la first lady americana Melania Trump). Nulla di ciò è stato citato nel messaggio. Neppure una parola sulla crisi nel vicino oriente, né sul piano politico né su quello religioso. Niente sul terrorismo stragista, niente sull’Africa. Più che un discorso sulla Giornata di preghiera del 1986, il testo preparato per il Papa sembrava più che altro un indirizzo di saluto. Considerata la sfilata di eminenze ed eccellenze lì convenute, di professori ed esperti in fatto di dialogo e cultura, è presumibile che qualcuno sia rimasto colpito. Il Pontefice ha citato la sua enciclica, quando ha detto, riferendosi al primo incontro del 1986, che “era, allora, il tempo della Guerra fredda, uno scenario molto diverso da quello odierno. Dopo il 1989, non pochi sostennero che la globalizzazione avrebbe assicurato al mondo una pace stabile. Purtroppo, come ho scritto nella Magnifica humanitas, ‘si è affidata quasi ciecamente ai mercati la capacità di produrre benessere, democrazia e stabilità, mentre in realtà la globalizzazione non ha generato automaticamente unità e pace, ma ha suscitato reazioni fondamentaliste, identitarie e nazionalistiche’”. Il discorso resta su binari ben saldi al terreno, con diverse citazioni di documenti, compreso il Catechismo della Chiesa cattolica, quando afferma che “l’accumulo delle armi sembra a molti un modo paradossale di dissuadere dalla guerra eventuali avversari. Costoro vedono in esso il più efficace dei mezzi atti ad assicurare la pace tra le nazioni”. Ecco perché, ha sottolineato Leone, “proprio in questi tempi di cultura della potenza, c’è bisogno di far crescere lo spirito di Assisi, che è rifiuto della legittimazione religiosa della guerra, spirito di mediazione e dialogo, esperienza contemplativa e azione creativa per un futuro di pace. Sì, perché la pace deve tornare a essere l’ideale comune dei popoli, la stella che guida ogni nostra scelta, il criterio che smaschera l’ingiustizia, l’orizzonte comune di tutte le genti”. Quel che bisogna fare è “ricostruire ovunque la pace, non preparare altre guerre! La guerra non può mai essere fatta in nome di Dio! Per noi credenti, ‘combattere in nome della religione significa, in realtà, colpire la religione stessa’. Non c’è nessuna guerra santa: solo la pace è santa!”.
Nel breve testo del Pontefice, rileva l’indicazione su come raggiungere la via della pace: con la preghiera. Non si parla di intese politiche, di acute analisi sullo stato delle forze in campo sull’uno o sull’altro quadrante globale. No, “la preghiera può sembrare debole di fronte alle potenze del mondo, ma è la forza umile dei credenti”. La preghiera “è scuola di dialogo con Dio, con le persone e con tutte le creature. Pensiamo a san Francesco, di cui abbiamo celebrato l’ottavo centenario della morte. Il mondo ha bisogno di dialogo. Il cammino di Assisi impegna i leader religiosi a far crescere il clima di dialogo tra i fedeli e nella società, perché al linguaggio dell’arroganza si sostituisca quello della pace, del negoziato, della comprensione. Questo potrà allontanare gradualmente l’umanità dalla spirale della violenza”. Resta da capire solo chi potrà dare seguito pratico all’appello di Leone.
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Friulsardo, è nato nel 1986. Laureato in politica internazionale e diplomazia a Padova con tesi su turchi e americani, è stato arbitro di calcio. Al Foglio dal 2011, si occupa di Chiesa, Papi, religioni e libri. Scrittore prediletto: Joseph Roth (ma va bene qualunque cosa relativa alla finis Austriae). È caporedattore dal 2020.
