Dopo Putin, Leone XIV telefona anche a Zelensky. Obiettivo: ottenere una tregua

Per una strana – o forse no – coincidenza, mentre Trump rinviava le sanzioni contro Mosca previste dal Graham Act e votate in modo bipartisan, nel nome della sempiterna simpatia nei confronti di Putin, il Pontefice riportava il rapporto tra aggressore e aggredito nel suo ordine naturale e corretto
19 OTT 26
Ultimo aggiornamento: 18:32
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(Foto Ansa)

Il Papa ha telefonato ieri a Volodymyr Zelensky. Anche a lui ha chiesto di fare il possibile per risolvere la situazione a Oleshky, la città assediata dai russi da cui è impossibile uscire. Prima, venerdì, aveva telefonato Vladimir Putin e chissà quali pensieri avranno attraversato la mente degli alti funzionari dell’Amministrazione Trump quando hanno saputo che Leone aveva telefonato al presidente russo chiedendogli di consentire al migliaio e poco più di abitanti rimasti a Oleshky di andarsene per trovare acqua, cibo e riparo. 
Per una strana – o forse no – coincidenza, mentre Trump rinviava le sanzioni contro Mosca previste dal Graham Act e votate in modo bipartisan, nel nome della sempiterna simpatia nei confronti di Putin, il Pontefice riportava il rapporto tra aggressore e aggredito nel suo ordine naturale e corretto. Come nel giugno del 2025, quando chiese al presidente russo di “favorire la pace”, stavolta gli ha domandato di allentare la pressione sulla città del Donbas, stretta nella morsa delle truppe inviate dal Cremlino.
Leone XIV ha scelto di chiamare prima Putin e non Zelensky. Vale sempre l’intervista – una delle poche – che Robert Prevost concesse nel 2022, due mesi dopo l’invasione, a un canale televisivo peruviano. All’epoca era vescovo di Chiclayo e, rispondendo a una domanda sul conflitto appena deflagrato, disse: “Dal mio punto di vista si tratta di un’autentica invasione imperialista in cui la Russia vuole conquistare un territorio per motivi di potere e per ottenere vantaggi per sé, per ragioni legate alla posizione strategica dell’Ucraina, ma anche il suo grande valore storico o culturale, e per quello a livello produttivo”. Non solo, aggiunse che “è già provato che si stanno commettendo crimini contro l’umanità”.
Tuttavia, l’allora mons. Prevost andò oltre, perché si soffermò sulla campagna comunicativa che già tendeva in certi settori (anche ecclesiastici) a sostenere che in fin dei conti Mosca era stata provocata, magari dalla Nato che si era avvicinata troppo alle sue frontiere e dai soliti occidentali mossi da un sentimento antirusso. No, “bisogna essere molto chiari”, diceva il futuro Pontefice, perché “alcuni politici, anche del nostro paese, non vogliono riconoscere gli orrori di questa guerra e il male che la Russia sta commettendo in Ucraina”. I politici in questione erano quelli peruviani, ma facilmente la categoria poteva e può essere estesa: gli esempi, anche oggi, non mancano. Proprio sulle “provocazioni” dell’Alleanza atlantica – “La Nato che abbaia ai confini della Russia”, ad esempio – una volta eletto Papa avrebbe detto che “la Nato non ha cominciato nessuna guerra” (dichiarazione a braccio consegnata ai giornalisti un anno fa, uscendo da Castel Gandolfo).
L’iniziativa della telefonata a Vladimir Putin è stata del Papa, ha confermato il segretario di stato, il cardinale Pietro Parolin, aggiungendo: “Io spero che di fronte a una richiesta del Santo Padre il presidente Putin accetti di mettere in atto quello che il Papa gli ha chiesto. Io penso di sì”. In realtà, pur accennando a una vaga disponibilità a cercare soluzioni, il Cremlino – secondo quanto diffuso dall’agenzia Interfax – ha risposto incolpando il governo di Kyiv della situazione a Oleshky. Il ministro degli Esteri ucraino, Andrii Sybiha, ha ringraziato Leone XIV “per il suo appello a Putin”, perché “le persone hanno bisogno di azioni, di una via di uscita. E ne hanno bisogno ora”.
Nel suo messaggio diffuso ieri mattina, l’arcivescovo greco-cattolico di Kyiv, Sviatoslav Shevchuk, ha ringraziato “il Signore Dio e le Forze Armate ucraine per il fatto che anche questa settimana abbiamo resistito e siamo vivi. Il nostro dovere è portare la verità sull’Ucraina nei cuori e nelle coscienze delle persone di buona volontà in tutto il mondo”. Ciò che addolora, ha osservato il capo e padre della Chiesa greco-cattolica ucraina, “è che questi crimini contro l’umanità si siano verificati proprio nel momento in cui il presidente degli Stati Uniti ha annunciato una cosiddetta tregua energetica tra la Russia e l’Ucraina. Al tempo stesso, né la parte russa né la parte ucraina hanno confermato il raggiungimento di tale accordo. Per questo motivo, oggi per noi cristiani è fondamentale comprendere che anche i negoziati di pace volti a porre fine al conflitto devono rispondere a determinate regole morali. Gli accordi privi di fondamento morale, in cui il valore delle risorse energetiche viene anteposto alla vita umana, sono destinati al fallimento. Quando paliamo di energia, vi invito tutti a ricordare: si tratta di persone in carne e ossa, di asili, scuole e ospedali”.
Nel suo ultimo Angelus prima del ricovero, Leone aveva indirizzato un pensiero proprio a Kyiv: “La guerra nella martoriata Ucraina continua a causare sofferenze anche ben oltre i suoi confini, soprattutto nei paesi più poveri, dove tante persone dipendono dalle importazioni di cereali. Rivolgo un accorato appello alle parti in conflitto affinché consentano il trasporto sicuro dei cereali nel Mar Nero. Il pane quotidiano di milioni di persone non può essere ostaggio della guerra”.