Mira il tuo popolo. La fede non è morta, anzi torna in piazza

Al di là degli sbattezzati e delle guerre delle comunioni. La cara e vecchia devozione popolare è più viva che mai. Basta guardare all’entusiasmo dei giovani nelle piazze, ai santuari che traboccano e all’arte nelle strade
12 OTT 26
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Il recente pellegrinaggio in Francia del Papa ha rivelato che il cristianesimo si ravviva nelle sue forme più popolari e tradizionali (Getty)

Non va più di moda, neanche un po’, anzi corrono a frotte a scancellarsi. Sembra. Un trambusto che anche i protonotari di Santa Romana Chiesa e i giornali vescovili si sono allarmati, prendono la cosa molto più sul serio di quanto facessero un tempo: lo sbattezzo. Sarà davvero possibile scancellarsi dal registro parrocchiale? L’ultimo episodio è recente. L’avvocata generale della Corte di Giustizia dell’Unione europea, Laila Medina, ha espresso un parere sulla causa di un cittadino del Belgio che, “in linea di principio”, afferma che “il diritto alla cancellazione dei dati personali si applica anche ai registri battesimali”. “Non è solo deludente, ma preoccupante”, ha tuonato l’Avvenire riportando la voce della Commissione delle Conferenze episcopali dell’Unione europea con sede a Bruxelles (benedetta sempre sia anche l’ecclesiale euroburocrazia). Insomma prudenza vorrebbe che si procedesse caso per caso, e stando a quanto riportato nelle carte bollate il problema è per prima cosa non teologico, ma della grammatura del pennarello usato per scancellare il nome dal registro parrocchiale: secondo la Corte europea il nome ha da essere illeggibile.
Secondo il parroco, si vedrà. Decisamente sono tempi in cui la religione non è più molto popolare. Ma si potrà poi scancellare anche il ricordo di un po’ d’acqua santa?E se la parola fosse data al popolo? All’altro capo dell’Europa, a Palermo, tiene banco da mesi una vicenda che potrebbe ribaltare un mucchio di idee, di pregiudizi, o di giudizi affrettati circa la prematura scomparsa della fede presso il popolo: giù le mani dalle sacre feste della Cresima e della santa Comunione. Che il popolo, e soprattutto i pasticceri, vuole mantenere ben distinte. L’arcivescovo Corrado Lorefice, d’accordo con i suoi uffici pastorali, ha stabilito che d’ora in poi i due sacramenti per tradizione riservati ai fanciulli (e adeguatamente festeggiati) siano celebrati nello stesso momento, e dopo cinque anni di catechismo ben fatto. Chi potrà lamentarsi, se almeno i sacerdoti si prendono cura a lungo dei pischelli anziché abbandonarli a TikTok? Invece, apriti cielo! La festa è la festa, e le spese per celebrarla sono un ingente budget pianificato. In tutta Italia, non solo a Brancaccio, famiglie intere sono pronte ai buffi pur di organizzare la grande festa. Davanti al (doppio) esborso sacramentale non ci si tira indietro, è la tradizione e di un intero popolo.
L’arcivescovo di Palermo ha stabilito che Comunione e Cresima siano celebrati nello stesso momento. Apriti cielo! La festa è la festa
E poi, il danno economico. E’ nato addirittura un comitato “Fede, Economia e Comunità” promosso da pasticceri, confettai, gioiellieri, bombonieristi e fotografi “per tutelare le centinaia di microimprese famigliari colpite dalla decisione di celebrare prima Comunione e Cresima lo stesso giorno”. Hanno scritto al vescovo. Hanno chiesto un tavolo. Confimprese tiene il punto, ma altri artigiani stanno col vescovo: “La crescita di una comunità non può essere affidata esclusivamente a dinamiche economiche e di mercato”. Sia fede, devozione popolare o semplice tradizione implementata di regali, è tutta roba che poi rimarrà nel cuore dei cresciutelli. E il popolo fedele alla religione tiene botta, lo sbattezzo tenetelo per voi. O forse preferite che il loro rito di passaggio all’età adulta diventi come quello descritto da Pascal Bruckner a proposito degli adolescenti che incendiano la Francia, cioè picchiare un poliziotto o incendiare un cassonetto?Sono fatti di cronaca leggera.
Ma una domanda fa capolino: la devozione popolare è davvero in crisi come da decenni si racconta? Oppure stiamo assistendo a un misterioso, per non dire miracoloso, seppure silenzioso, revival? Succedono cose strane, anche a limitarsi al nostro devoto paese. Ma tanti sono i segnali che la fede del popolo è ancora lontana dall’essere minoritaria, anche senza doversi affidare al patriarcato di Vannacci e ai rosari di Salvini. Segnali pure contraddittori, per carità. Ad esempio Padre Pio, santo da soli 24 anni ma venerato da milioni di fedeli ancora in vita. (Tra i ricordi più recenti, quello di Sandro Mazzola che lo incontrò a inizio carriera e ne ricevette l’assoluzione per un peccato di gioventù).
In estate da San Giovanni Rotondo, “per antonomasia il Luogo dove rigenerare corpo e mente, all’insegna della preghiera e della fede”, recitano i depliant del turismo religioso, giunge notizia di una grave crisi: nei primi sette mesi del 2026 gli arrivi sono diminuiti del 21 per cento e le presenze alberghiere del 15. Si è ventilato persino di decine di dipendenti del santuario che i frati sarebbero pronti a licenziare: allarme subito smentito, pure dalla sindaca. Ma il calo c’è, l’effetto Giubileo legato ai pellegrini internazionali è svanito. O forse semplicemente una devozione legata a generazioni ormai anziane – negli anni Sessanta rotocalchi religiosi e anche laici macinavano milioni di copie col cappuccino di Pietrelcina – è in calo fisiologico.
Del resto i numeri globali diminuiscono anche a Lourdes, che pure accoglie ancora tre milioni di pellegrini l’anno (e resta la seconda città alberghiera di Francia dopo Parigi). Eppure, come ha dimostrato il recente pellegrinaggio di Papa Leone XIV – e stupito gli osservatori agnostici di tutto il mondo – folle innumerevoli si sono raccolte attorno alla Grotta di Massabielle. E i giovani, soprattutto, che cantavano in latino e si inginocchiavano per le strade di Parigi hanno rivelato, in modo per molti inaspettato, che nella Francia “figlia prediletta” il cristianesimo non solo non è morto, ma si ravviva proprio nelle sue forme più popolari e tradizionali: pellegrinaggi, santuari, preghiere collettive. C’è speranza anche per i luoghi deputati alla religiosità del popolo, insomma.
Ma di certo è forse meglio evitare di chiamarli “soul experience”, o “toccasana per lo spirito”, come se fossero agriturismi. Non c’è niente da fare: comunque lo si guardi, il bicchiere mezzo vuoto del paese più vecchio del continente più secolarizzato del mondo si trasforma d’incanto in un bicchiere colmo d’acqua fresca. Della Francia s’è detto, ma che dire dei cinque milioni di pellegrini giunti ad Assisi per il Giubileo dell’ottavo centenario del “Transito” del Poverello? Il Giubileo di Francesco è durato in realtà quattro anni – nel 2023 il centenario della Regola bollata e del Presepe di Greccio. Nel 2024 il centenario delle Stimmate a La Verna. Nel 2025 quello del Cantico delle Creature e infine l’anniversario della morte, 2026 – e basta guardare i dati di affluenza a tutte le località francescane dentro e fuori dall’Umbria per rimanere stupiti.
E tutti i pellegrini che non vogliono fare la coda in Basilica, al cospetto degli affreschi di Giotto? Niente paura, si spostano qualche strada più in là, ed ecco la costante fiumana che al Santuario della Spogliazione entra a visitare la tomba di Carlo Acutis, il santo ragazzino, il patrono dei Millennial: un milione e più di pellegrini, lo scorso anno. Soprattutto giovani: qui i vecchietti non c’entrano più, qui è la meglio gioventù che da tutti i paesi (Francia e Spagna in primis) viene a rinnovare una devozione che sa di popolo, così distante dal consueto ritrattino mortifero delle nuove generazioni senza fede e senza ideali, perse dentro uno smartphone che siamo soliti disegnare. E che dire del botto di ascolti, due domeniche fa, per film tv Il mio nome è Carlo, dedicato alla sua vita? Su Canale 5, non proprio una rete da millennial, è stato visto da più di quattro milioni di spettatori, il 29 per cento di share, record della serata. Roba da Nazionale o da Pacchi di De Martino.
Della Francia s’è detto, ma che dire dei cinque milioni di pellegrini giunti ad Assisi per il Giubileo dell’ottavo centenario del “Transito” del Poverello?
Ma l’aspetto più sorprendente è che l’audience è stata eccezionale tra i giovani: il 32 per cento. E senz’altro non tutti erano degli “Acutis boys”.Sta accadendo qualcosa, nelle nostre piazze, nelle nostre strade, nelle chiese ma soprattutto fuori dalle chiese. C’è stato un tempo, che dura ancora, in cui l’unico giudizio culturalmente ben accetto in società era la fine della religione, ogni religione, cristianesimo soprattutto. Dio non è grande, scriveva Christopher Hitchens senza nemmeno bisogno di un punto di domanda. “Chiese vuote, piazze piene” è stato uno dei tormentoni critici contro la Chiesa di don Camillo Ruini, quella dei Family day di cui in effetti non è rimasta grande traccia. La chiesa del popolo si era fermata ai tempi di un altro don Camillo, quello vero. Il nemico-amico del parroco dell’altra chiesa del Novecento italiano, Peppone.
Poi venne il diluvio universale della cristianità, la fede come refugium peccatorum per le vecchiette. La devozione popolare divenuta – per teologi e intellettuali del cattolicesimo “progressista” del dopo Concilio – una maledizione da combattere, molto più delle ideologie atee e degli “infedeli”. Per quanto tempo, anche dai parroci in chiesa, la fede del popolo è stata guardata con sospetto, roba vecchia da sostituire con massicce dosi di volontariato e corsi di aggiornamento in Sacre scritture? Poi, a poco a poco, si scopre che mentre le parrocchie zoppicano i santuari invece traboccano. Tutte le notti estive di sabato che Dio manda in terra partono pellegrinaggi da Roma al Divino Amore; la Madonna di Pompei conta decine di migliaia di rosari. E le processioni, ah signora mia le processioni… Non soltanto quelle cariche di bellezza, arte e folklore del Meridione.
Così, mentre altrove percentuali crescenti di persone in tutto il mondo si incasinano la vita seguendo guru e sette (l’ultimo il caso del Maestro di Almese in val di Susa), mentre si corre dai guaritori, mentre si spendono ormai più soldi in oroscopi che nemmeno per le creme al collagene, la religiosità popolare ringiovanisce. E a ben pensarci, è l’unica cosa che evoca un popolo vero, che è il contrario della sua caricatura, il populismo spesso venato di rozze pulsioni violente.“Guardata con sospetto, relegata tra le cose obsolete che non osiamo gettare, talvolta ridotta a souvenir folkloristico, la devozione ha resistito a ogni tentativo di elisione e oggi riemerge. Cambiano le forme, resta la forza che la muove: quella degli affetti. Ripopola le strade, abita il digitale, racconta il desiderio di incantamento dell’uomo più ancora che del divino”. Va bene, direte: è un giudizio di parte… Invece no. Anche se lo scrive il mensile di Avvenire, Luoghi dell’Infinito, una bella rivista di arte, cultura e itinerari che indaga con intelligenza non turistica il rapporto tra le persone e i luoghi in cui il sacro si manifesta. Uno degli ultimi numeri era dedicato al racconto “del tempo delle devozioni moderne”.
Mentre percentuali crescenti di persone seguono guru e sette, mentre si spendono soldi in guaritori e oroscopi, la religiosità popolare ringiovanisce
In tutto il mondo, ma anche nelle nostre città, nei nostri borghi, nelle chiese abbandonate e poi rinate: “La devozione autentica custodisce la forza degli affetti disinteressati e può sconfessare le ‘devozioni tristi’ della secolarizzazione, mostrando che il fenomeno non si esaurisce nella religione ma attraversa i legami della comunità”. C’è anche un articolo dal titolo incuriosente: “Street art, il ritorno dei santi”. Racconta un fenomeno che probabilmente a ognuno di noi è capitato di scorgere distrattamente. Non solo le vecchie edicole, non solo i “santi laici” come il murale di Totti a Monti o di Maradona ai Quartieri spagnoli. Ci sono artisti che scelgono di portare la religione fuori dagli spazi consacrati per ricreare uno spazio sacro nella vita quotidiana. Lo street artist Igor Scalisi Palminteri ha realizzato un magnifico San Benedetto il Moro in una piazza malandata del quartiere Albergheria a Palermo. Su un muro di caseggiato accanto all’antica basilica di Santa Lucia a Siracusa Andrea Ravo Mattoni ha replicato Il Seppellimento di Santa Lucia di Caravaggio, conservato nella chiesa, con un effetto sorprendente tra un parcheggio e un parchetto spelacchiato dove giocano i ragazzini.
Da Igor Scalisi Palminteri ad Andrea Ravo Mattoni, artisti che scelgono di ricreare uno spazio sacro nella vita quotidiana
Sempre lui ha firmato a Roma, all’interno di un progetto di “pinacoteca diffusa” a cielo aperto del nuovo Policlinico Gemelli di Roma, una versione murale di enormi dimensioni delle Sette opere della Misericordia di Caravaggio conservato a Napoli.Forse è proprio questo nuovo appropriarsi, da parte della devozione un tempo sprezzantemente detta “popolare”, di spazi pubblici che sembravano ormai destinati solo al viavai frettoloso, agli uffici, ai centri commerciali che sono i veri “non-luoghi” privi di senso del nostro tempo, come li chiamava il sociologo Marc Augé, che si scopre quanto il “popolo in cammino” sia tutt’altro che spento. Luoghi in cui le moltitudini trovano la strada per ridiventare comunità. Mentre altri studiosi, come Marco Revelli proprio pochi giorni fa, sempre su Avvenire, parlano della “sparizione del demos” come un dato di fatto – a cui seguirà, o sta già seguendo, la sparizione della democrazia, ridotta ad autoritarismo tecnologico o a populismo – qualcosa invece riappare.
Qualche giorno fa lo scrittore francese Maxime Chattam, romanziere di successo e universalmente definito “l’erede di Stephen King”, ha rilasciato alla Stampa un’intervista sorprendente, visto il suo consueto genere narrativo, in cui parla anche della fede senza buttarla in discorsi da preti: “Vere o false che siano, le religioni sono cresciute e resistono per rispondere a un bisogno umano”. Le persone da sempre chiedono “che la vita non sia solo ‘un lampo di coscienza’ nell’eternità”. E la religione, conclude, “è anche un ritorno al concreto, a ciò che ci tiene legati alla natura in un’epoca in cui tutto è civiltà”. Dice pure, tornando ai temi della sua professione narrativa, che “gli Stati Uniti hanno un numero maggiore di serial killer perché sono puritani ossessionati dalle apparenze”. Questo noi non sapremmo davvero dirlo. Ma se la nostra cara vecchia e semplice fede popolare, in santa Barbara e in Santa Rosalia, o nella Madonna di Caravaggio c’entrasse qualcosa anche con la tenuta di questa nostra Italia scalcagnata, amorale, ma in cui ci facciamo un po’ meno del male, almeno alle feste comandate?