Chiesa
L'editoriale dell'elefantino •
Lo stile di Leone XIV è la misura
La Chiesa ama la continuità anche quando pratica il rinnovamento. Il Papa a Metz ha parlato da capo della Chiesa e da uomo di stato, ha reso omaggio come doveva all’avversione ecclesiale all’industria della guerra e ai piani di riarmo, ma non dimenticando di infilzare il pacifismo come “irenismo ingenuo”
29 SET 26

Foto Ansa
Ascoltare il Papa Leone XIV mentre parla dell’Europa a Metz è stato istruttivo. La Chiesa cattolica ama la continuità anche quando pratica il rinnovamento. Leone ha ovviamente citato Francesco, come si fa sempre con l’augusto predecessore al soglio. In realtà siamo passati senza troppe scosse e rivolgimenti, senza alcunché di appariscente, da un tormentato gesuita dostoevskiano, da un carisma dell’abbandono e della lontananza dal fulcro occidentale della Chiesa di rito latino, da un uomo onesto ma oppresso dal senso di colpa travasato in una confusa teologia evangelica del popolo, a un intellettuale gonciaroviano, dai comportamenti pigri e rinunciatari, come Oblomov, delicato e in apparenza irrisolto quanto l’altro era pertinace e di rottura. In realtà Leone fu prontissimo a scegliere Metz come tappa politica della sua visita pastorale in Francia, a celebrare con parole assennate l’ex ministro degli Esteri Robert Schuman come venerabile fondatore dell’Europa della riconciliazione del mercato e della moneta, speciale futuro santo di una creazione purissima dello spirito del capitalismo commerciale, della cultura della democrazia, del mito della prosperità e dell’unione ritrovata tra nemici secolari nel trionfo della procedura, del diritto e dei diritti, del negoziato perenne fra interessi componibili senza il ricorso alla violenza di stato e alla fumisteria retorica del nazionalismo.
Tipicamente agostiniano osservare dappresso l’incombente barbarie, ma con un occhio mistico alla città di Dio e una sorvegliata indulgenza per i vizi della città terrena. Leone a Metz ha parlato da capo della Chiesa e da uomo di stato, ha reso omaggio come doveva all’avversione ecclesiale all’industria della guerra e ai piani di riarmo, ma non dimenticando di infilzare il pacifismo come “irenismo ingenuo”, lontano dalla predica di resa rivolta all’aggredito e dalla cultura dell’inversione delle responsabilità nella guerra ucraina, per non dire del famoso “coraggio della bandiera bianca”. Non aveva la celestiale complessità o sottigliezza teologica di Benedetto XVI quando ricostruì, anche lui agostiniano purissimo, la genesi culturale e spirituale dell’Europa nel discorso al Collège des Bernardins (settembre 2008), ma in compenso aveva il tratto dell’uomo di equilibrio che vuole riscattare la sua chiesa dalla sperimentazione populista, riaffermando nel modo possibile, in un mondo che ha ruotato di centottanta gradi sui presupposti etici della propria cultura della vita e dell’amore, principi non più gridati ma tuttora non negoziabili. Lo stile è l’uomo stesso, si dice, e lo stile leonino è la misura, lo spirito che riflette e lascia maturare le cose, un tratto di cui dopo il lungo bradisismo degli ultimi decenni evidentemente fedeli vescovi cardinali preti sentivano il bisogno.
Leone aveva l’aria di stare a suo agio in un contesto segnato dalla presenza dell’Europa economica e politica e delle sue autorità, dal ricordo di uno dei suoi padri fondatori, il lorenese che concepiva il carbone e l’acciaio di una ritrovata comunità franco-tedesca come materiale per l’edificazione della Cattedrale dell’alleanza riscoperta e rilanciata nel cuore della guerra. Faceva effetto, specie dopo il rapporto litigioso e di ostile estraneità della Chiesa di Francesco con l’Europa e l’occidente, assistere al rito duttile di un avvicendamento di modi e di contenuti, concilianti ed effusivi, nella retorica papale dedicata a questa strana creatura di governi burocrazie banche istituzioni procedure tecnocrazie, l’Unione che non si diede una Costituzione e non riconobbe le radici cristiane della sua origine civile. Sorrideva tranquillo al presidente Macron, il laico liberale che il suo venerabile predecessore avrebbe voluto volentieri mordere.
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Ferrara, Giuliano. Nato a Roma il 7 gennaio del ’52 da genitori iscritti al partito comunista dal ’42, partigiani combattenti senza orgogli luciferini né retoriche combattentistiche. Famiglia di tradizioni liberali per parte di padre, il nonno Mario era un noto avvocato e pubblicista (editorialista del Mondo di Mario Pannunzio e del Corriere della Sera) che difese gli antifascisti davanti al Tribunale Speciale per la sicurezza dello Stato.
