Vita da cardinale

La rabbia giacobina non ha risparmiato i porporati di Santa Romana Chiesa, ai quali il Papa ha riportato gli stipendi all’èra pre Covid. Ma di principesco sono rimasti, in tempi di facile pauperismo, solo gli antichi ritratti
28 SET 26
Ultimo aggiornamento: 11:25
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Jehan Georges Vibert, “The View”, 1860-1900 circa (foto Heritage Art/Heritage Images via Getty Images)

Il Papa ha cancellato i tagli alle retribuzioni che il suo predecessore aveva inflitto a cardinali, vescovi e preti a causa del calo degli introiti dovuti alla pandemia. Nei Musei Vaticani, sei anni fa, non entrava più anima viva e quindi zac. Un taglio netto agli stipendi, per rimpinguare le casse sofferenti. Un secondo dopo il beau geste di Leone, peraltro reso noto il giorno del suo settantunesimo compleanno, la galassia social insorgeva contro i cardinaloni pieni di soldi, cui il Pontefice aveva ammiccato benevolo ridando loro i denari che il Robin Hood porteño aveva tolto. Eccolo il yankee, il Papa elegante e chic, che riporta in auge la Casta, quella con la C maiuscola o forse addirittura con la K, con gli appartamenti enormi, di svariate centinaia di metri quadrati. Ori, argenti e marmi ovunque, dai bagni ai piani delle cucine. Quelle magioni dentro le quali per anni, erano i tempi del grillismo imperante, telecamere e reporter curiosi volevano ficcare il naso, per testimoniare al volgo furibondo armato di picche à la giacobina i privilegi dei principi della Chiesa. Intere trasmissioni televisive in cui sociologi, beghine timorate – forse di Dio –, preti odorosi di pecora, esperti a vario titolo di Chiesa e Vaticano ci istruivano, a dosi massicce di melassa, sulla differenza tra le fantozziane megaville cardinalizie e la Porziuncola di Santa Marta, la misera e asettica “cella” in cui abitava Francesco e i salotti con sedie foderate di velluto delle eminenze. Da una parte il buono e santo, dall’altro gli approfittatori peccatori, in un confronto da bassa osteria quanto a banalità e demagogia servita. Che poi Francesco, inteso come Jorge Mario Bergoglio, scelse Santa Marta – e lo disse lui stesso – perché l’Appartamento, quello del Papa, gli sembrava asfissiante con quell’ingresso a imbuto. Lui preferiva vedere gente e da sempre prediligeva gli ambienti piccoli. Ognuno, dopotutto, ha i suoi gusti e ognuno, a casa sua, fa come vuole. Non parlò mai della metratura delle sue stanze nell’ex convento per dire che quelli là, i cardinali, dormivano in camere che sembravano quelle di Versailles. Però, in tempi di facile populismo e implacabile pauperismo, tutto faceva brodo. E così è nata la leggenda, sempre più amplificata, dei porporati privilegiati. Loro che in realtà abitano sì in appartamenti dall’ampia metratura, ma solo perché sono vecchi (gli appartamenti, of course). Sono case ricavate in palazzi che esternamente potrebbero essere scambiati per qualche sede periferica dell’Inps, anonimi e freddi. Né stucchi né stemmi, niente. Solo cemento e gelido marmo, quando va bene. E non è che dentro la situazione cambi. Certo, qualcuno se li restaura, e ci mancherebbe altro. In non pochi casi piove dentro, i serramenti sono quelli che probabilmente vide pure Pio IX prima di rinchiudersi prigioniero in Vaticano. I pavimenti, un misto tra graniglia e parquet d’antan. Niente gres porcellanato effetto legno, come va di moda oggi. I divani da serie Netflix ambientata negli anni Cinquanta. Le pendole a rintoccare come in piena èra vittoriana. “Le tappezzerie spesse e morbide”, “la stoffa gialla dei mobili laccati di bianco e con le tende di seta gialla alle finestre”. Il “tavolo rotondo con le gambe diritte, sottili e sobriamente filettate d’oro”, “le rigide sedie a braccioli regolarmente distribuite lungo le pareti”. Ecco, se uno non avesse idea alcuna delle abitazioni cardinalizie potrebbe rifarsi a come Thomas Mann descriveva la casa dei Buddenbrook, a Lubecca. Sono appartamenti grandi perché sì, un tempo, cento e più anni fa, i cardinali erano davvero principi. Ma erano anche pochi, al massimo settanta in tutto l’orbe. Fu Giovanni XXIII ad aumentarne il numero, che era fisso da quattro secoli. Erano i primi consiglieri del Pontefice massimo. Si riconoscevano dai loro ermellini, dalle code lunghe delle cappe magne – che Pio XII tagliò – dai corredi.
Ma quale Casta di privilegiati, oggigiorno i cardinali sono come stressati direttori generali d’azienda. Riunioni, incontri, interviste, insulti
Ma oggi? Nell’immaginario collettivo, il cardinale è il “potente”. Uno che sostanzialmente non fa nulla. Ricco, straricco, che gira tutto il giorno ermellinato. Miti da sfatare. Innanzitutto, i cardinali lavorano: o sono a capo delle diocesi (mansione non certo invidiabile) o di qualche dicastero di curia. Quando vanno in pensione, settantacinquenni o poco più, inizia sovente il dramma. Le agende formato A4 un tempo piene di appunti, di inviti e cene, celebrazioni e incontri, restano vuote. Al mattino ci si alza, si recita il breviario, si dice messa (non tutti) e poi si resta in casa. C’è chi recupera la pila di libri mai letti, quelli messi da parte per la quiescenza. Ma poi anche questo annoia e i volumi restano lì, sulle scrivanie e sui tavolini, insieme a risme di intonsi post-it e a pacchi di carte intestate dove l’unica cosa scritta è proprio l’intestazione con titoli e stemma (chi ce l’ha). Si attende qualche invito per andare a una festa patronale a cinquecento chilometri di distanza. Un vespero o una messa, o tutti e due. Vedere gente, parlare, stringere relazioni. Recuperare magari l’afflato per il popolo che negli anni ruggenti non s’è coltivato a dovere. E quando capita un appuntamento, magari un giornalista che chiede udienza per parlare di Fatima o Czestochowa, si finisce con il porporato che riannoda i fili della propria storia, magari apre gli album di fotografie, ricorda discorsi fatti e Papi abbracciati. Lì, nei grandi appartamenti condivisi, spesso, con tre suore. Che formano una famiglia, non sono le serve come certa retorica farebbe pensare. Suore che di fatto diventano le governanti, alla stregua della mitologica Pascalina Lehnert, che con piglio da generalessa prussiana comandava l’Appartamento di Pio XII, di cui curava personalmente la dieta e l’agenda. E si narra che quando il Pontefice morì, i cardinali non ci pensarono troppo a dare il benservito alla religiosa, calando con un cesto dalla finestra i suoi effetti personali. Leggenda o no che sia, dà l’idea del peso delle suore nelle case e nella vita dei porporati. Anni fa, sulla tv dei vescovi italiani, c’era un programma che seguiva la quotidianità dei vescovi e di qualche cardinale. Dall’alba al tramonto, dalla sveglia alla compieta. E questa complicità risultava evidente. Fu mostrato un siparietto tra l’allora arcivescovo di Ancona, il cardinale Edoardo Menichelli e la superiora di casa sua. Tema: la vita eterna e l’incontro definitivo con lo Sposo. Il cardinale chiese alla religiosa se non fosse desiderosa di questo momento e lei, mentre sbucciava una mela, rispose senza traccheggiare: “Più tardi possibile”. E giù risate. Si pensa ai cardinali che passano le giornate a tavola ammirando i cucchiai d’argento, in eterni pranzi, come quelli descritti da Mann: prosciutto cotto con salsa di scalogni, “una tale quantità di verdure che da un solo piatto avrebbero potuto saziarsi tutti”, carpe nel vino rosso, formaggi e budini, vini d’ogni tipo e provenienza custoditi gelosamente in segrete cantine. Ma è la casa dei Buddenbrook, appunto. A casa dei cardinali, nell’anno del Signore 2026, si trova il carrellino con gli amari adagiati su tovagliette ricamate, come quelle che si vedevano sopra il televisore nei salotti della nonna. E al posto delle carpe e del mega prosciutto con salsa di scalogni, una sobria e onesta minestrina.
Niente pranzi luculliani, tra carpe nel vino rosso, prosciutti con salsa di scalogni e meravigliosi budini. A tavola c’è una sobria e onesta minestrina
Nell’immaginario collettivo, il cardinale è Richelieu: dominus quasi assoluto, capace di decidere il destino d’un uomo o di una donna con un gesto della mano. Un prefetto curiale in attività, oggi, più che un Richelieu è uno stressato direttore generale d’azienda: i rapporti con il personale, le decisioni da prendere e riferire al superiore (che non è il ceo, ma il vicario di Cristo), le interviste da dare, i testi da preparare, le riunioni da organizzare, i social da compulsare per vedere quanti attacchi sono stati pubblicati. Ma quale agiatezza, quale dedizione a facezie e passatempi! I tempi sono cambiati, non è più l’èra in cui il verbo d’un porporato suggellava patti o indicava rotte. “Qualcuno forse dirà che da molto tempo ci si è assuefatti alla noia, che la noia è la vera condizione dell’uomo”, dice il curato di campagna nell’opera di Bernanos. Siamo lì. L’apatia che regna, quasi sovrana: “Ma io mi domando – prosegue il giovane curato – se mai gli uomini abbiano conosciuto un tale contagio della noia, una tale lebbra. Una disperazione incompiuta, una forma turpe di disperazione, qualcosa che potrebbe assomigliare alla fermentazione di un cristianesimo decomposto”.
Sostengono enti caritatevoli senza che si sappia troppo in giro. Come detta il Vangelo. Ma questa è l’epoca in cui la povertà, ahinoi, va esibita. Sempre
Che poi, l’idea del principe ammantato di porpora cozza proprio con il profilo che Jorge Mario Bergoglio teneva nella sua Buenos Aires. Le biografie e agiografie ricordano che abitava da solo e non in episcopio. Che si preparava i pasti – un gran cuoco, i suoi calamari ripieni hanno deliziato generazioni di amici, dicono – che girava in metropolitana e in autobus, che si fece realizzare l’abito rosso dalla sorella, evitando di spendere soldi in qualche sartoria di lusso. E come lui chissà quanti ce ne sono, in giro per il mondo. All’ultimo conclave, quelli delle periferie più lontane erano come elefanti in un negozio di cristalli: giravano spaesati e disorientati, più d’uno disse di non vedere l’ora di tornare a casa. Qualcuno scappò ai Castelli, in cerca non certo di refrigerio (eravamo tra fine aprile e inizio maggio) ma di pace e quiete. Ogni tanto escono sui giornali inchieste (sic) su quanto ricchi sono e di solito il riferimento è ai curiali: vengono descritte le proprietà immobiliari, il tal cardinale che ha addirittura la seconda casa, forse anche la terza, quell’altro pure un vigneto. E c’è pure quello che ha l’uliveto e produce olio. E tutto questo perché vengono pagati bene, quattromila euro al mese e anche di più, senza contare il celeberrimo piatto cardinalizio (altri danari). Ma le suore che compongono la famiglia vanno stipendiate e mantenute e pure i viaggi – che siano le trasferte dall’altra parte del mondo o la messa da celebrare a sei ore di treno – necessitano la spesa. Fanno poi la carità, aiutano gli ultimi. Spesso senza che si sappia in giro, fedeli almeno loro al dettato evangelico secondo cui “mentre tu fai l’elemosina, non sappia la tua sinistra ciò che fa la tua destra, perché la tua elemosina resti nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà”. Per settimane i giornali e le tv narrarono le gesta del cardinale Konrad Krajewski, “don Corrado”, tra i senzatetto del colonnato berniniano e via della Conciliazione, tra gli occupanti dello stabile di Spin Time Labs, dove riattaccò personalmente la corrente. Pure lui, benché vestito da elettricista, è a tutti gli effetti un principe di Santa Romana Chiesa.
Magioni principesche? In realtà, grandi appartamenti con parquet d’antan o graniglia anteguerra. E i centrini di pizzo sopra i vecchi televisori
In fin dei conti non c’è nulla di nuovo: è l’idea della Chiesa ricca. Quella che si fanno i turisti quando conversano sui pullman di ritorno dalla Capitale… quanto oro, quanto lusso. Troppo! Ci vorrebbe più povertà, altro che fare tutto e di più ad maiorem dei gloriam. Questo è il tempo, ipocrita assai, in cui la povertà va esibita. Non basta fare la carità senza che nessuno lo sappia: bisogna farsi vedere, mostrare affinché tutti sappiano. Far vedere che non si è ricchi né principi né potenti. Che paradosso. Diceva il cardinale Giacomo Biffi, uno che fino alla fine sottolineava che Gesù era tutt’altro che povero – “vestiva una tunica tutta d’un pezzo e senza cuciture” –, urlò quasi a squarciagola che “i cristiani devono essere poveri, non la Chiesa. Oggi invece i cristiani ricchi dicono che la Chiesa deve essere povera”. Come quelli, tanti, che esaltano la povertà di san Francesco, pensando che consistesse solo nel saio. E dimenticano, ad esempio, che a suo giudizio la anche la povertà aveva un limite: doveva fermarsi ai piedi dell’altare.