Chiesa
SU HAMAS, NICARAGUA E NIGERIA, SILENZIO •
Scendono in strada i "Preti contro il genocidio". Obiettivo: disarmare Israele
Oggi è il giorno della marcia dei “Preti contro il genocidio”, il corteo che a metà pomeriggio si snoderà lungo le vie di Roma terminando davanti alla sede di Leonardo. I partecipanti sfileranno dietro un enorme sudario che riporterà i nomi dei trecentonove bambini e bambine “uccisi dall’esercito israeliano a Gaza”
22 SET 26

La manifestazione "Preti contro il genocidio" del 2025
Roma. Oggi è il giorno della marcia dei “Preti contro il genocidio”, il corteo che a metà pomeriggio si snoderà lungo le vie di Roma, partendo dalla chiesa di Santo Spirito in Sassia, fermandosi davanti alle ambasciate di Libano e Palestina e terminando davanti alla sede di Leonardo, in piazza Monte Grappa. I partecipanti sfileranno dietro un enorme sudario che riporterà i nomi dei trecentonove bambini e bambine “uccisi dall’esercito israeliano a Gaza”. L’iniziativa segue quella di un anno fa, quando duecento sacerdoti si ritrovarono nella chiesa di Sant’Andrea al Quirinale per sottolineare la loro protesta contro “il genocidio del popolo palestinese”. Una rete dallo spirito “fortemente sinodale”, dicono i promotori (sinodalità si mette dappertutto, come il sale nella minestra). Non si trattava di una veglia di preghiera, ma era un invito alla politica a rompere gli indugi e il silenzio e a farsi sentire, naturalmente contro Israele. E’ sufficiente leggere il manifesto di questi presbiteri (ma ci sono anche vescovi e cardinali) “indignati” che non possono “tacere di fronte alla tragedia umanitaria della popolazione civile palestinese nella Striscia di Gaza e negli altri territori palestinesi occupati. Questa rete non nasce per fomentare odio o divisione, ma per dare voce unitaria alle tante iniziative personali che già esprimono denuncia e richiamo alla giustizia, nella fedeltà al Vangelo e alla Costituzione italiana”. Premettono subito di non essere antisemiti: “Nutriamo un profondo apprezzamento per la tradizione giudaica, dalla quale abbiamo ricevuto gli insegnamenti di Gesù e da cui ancora attingiamo grazia e sapienza. Per questo respingiamo ogni possibile accusa di antisemitismo sia nella definizione sia nella sostanza”. Nono possono essere tacciati di antisemitismo perché, scrivono, “le critiche verso Israele simili a quelle rivolte a qualsiasi altro paese non possono essere considerate antisemite”, come riconosce l’International Holocaust Remembrance Alliance. E poi, precisano, “non nutriamo alcun pregiudizio verso il popolo ebraico, anzi, riconosciamo in esso le nostre radici comuni. Al contrario denunciamo l’uso distorto del potere politico-militare e la strumentalizzazione del nome di Dio, proprio come fecero i profeti della tradizione ebraica contro i re iniqui del loro tempo”.
Il problema non è il governo Netanyahu con i suoi alleati, è proprio Israele: oltre a “denunciare il genocidio in atto a Gaza, le violenze ingiustificate contro la popolazione civile palestinese e lo stato di apartheid in vigore da oltre 70 anni in tutti i territori palestinesi occupati”, invocano la “sospensione della vendita di armi a chi compie crimini contro i civili”, “il disarmo dello stato di Israele per evitare ulteriori morti di innocenti”. E invocano “la condanna per crimini di guerra a tutti gli autori dello sterminio di massa in atto a Gaza”. Sul pogrom di Hamas, nulla: neanche una postilla, una nota a piè di pagina. Anzi, serve il “riconoscimento delle responsabilità personali, politiche e militari, attraverso inchieste indipendenti ed eque sul 7 ottobre 2023, e su quanto accaduto prima e dopo quella data”.
Mobilitarsi per la vita è una delle peculiarità della Chiesa, da sempre. Manifestare, pure. L’auspicio è che analoghi proclami e programmi, cortei e sudari, vengano stesi anche per i cristiani del Nicaragua, ai quali è impedito di professare liberamente la fede e che – in non pochi casi – finiscono nelle galere non proprio confortevoli del regime sandinista. Anche per i nigeriani sgozzati mentre vanno a messa, per i cristiani del Mozambico, per quelli in Pakistan, che rischiano quotidianamente il linciaggio perché sovente accusati di blasfemia. Per i bambini ucraini, che vanno a scuola seguìti dai droni del Cremlino. Ce ne sarebbero tanti di sudari da portare in corteo. Sceglierne uno soltanto significa cedere all’ideologia. Anche se lo si fa in nome “del Vangelo e della Costituzione”.