Chiesa
VERSO IL VOTO DI METÀ MANDATO •
I vescovi americani contro la retorica Maga: "È razzista"
In vista delle elezioni di midterm, si infuoca il clima tra la Conferenza episcopale americana e i repubblicani d'obbedienza trumpiana. Il tema è sempre lo stesso: l'immigrazione
17 SET 26

“Questa è retorica razzista e peccaminosa, che cerca di fare male e dividere. E’ inquietante che provenga da un candidato a una carica pubblica. Si scusi”. A scrivere ciò è stato Michael Olson, vescovo di Fort Worth, in Texas. il destinatario del messaggio è Bo French, candidato repubblicano alla carica di railroad commissary del Texas, posto che sarà in palio il prossimo novembre. French, nel pieno della propria campagna elettorale, ha pubblicato un’immagine in cui si vedono studenti indiani (indiani asiatici) che celebrano una vittoria della squadra di football americano dell’Università del Texas. Non va bene, ha osservato French: “Ho sentito dire che la cerimonia di laurea alla Università del Texas quest’anno fosse così. Non ci credevo. Ora è evidente che il problema è molto peggiore di quanto chiunque avesse immaginato”. A dare manforte al vescovo è intervenuto il senatore John Cornyn, uscente e non ricandidato perché Trump gli ha opposto alle primarie Ken Paxton, discusso procuratore generale del Texas, più affine alle idee Maga. Cornyn, che non ha preso bene il putsch interno, ha reagito su X: “Questo è il candidato repubblicano a una carica a livello statale. Gli altri esponenti repubblicani eletti condanneranno l’intolleranza e il razzismo, oppure faranno finta di niente mentre vengono normalizzati? E’ così che i grandi partiti politici si autodistruggono. Triste”. French non vedeva l’ora di reagire e dopo aver definito Cornyn un RINO (cioè un repubblicano solo di nome) ha ribadito che le istituzioni texane sono state invase da immigrati clandestini e cittadini stranieri. Invece bisogna mettere al primo posto l’America. E’ solo un esempio del clima, non certo ottimale, che sussiste tra la compagine trumpiana e l’episcopato cattolico. E’ il tema dell’immigrazione a scavare l’ampio fossato, più d’ogni altra questione e nonostante le bordate primaverili del presidente contro il Papa. La Conferenza episcopale ha pubblicato il documento “Formare coscienze per la cittadinanza fedele”, una sorta di guida chiamata a orientare il variegato elettorato in vista dell’appuntamento elettorale novembrino. L’arcivescovo di Miami, Thomas G. Wenski, ha osservato che la parola d’ordine deve essere una sola: “Dire alle persone di votare”. Va fatto perché “una percentuale significativa di cittadini americani non vota e dobbiamo dire a tutti che bisogna essere cittadini fedeli esercitando il diritto di voto”. Il convitato di pietra è proprio la questione migratoria. Sempre mons. Wenski ha detto nel corso di una conferenza stampa che quella riferita ai migranti “non è una lotta in cui la Chiesa è entrata solo l’altro ieri”.
“Potremo – aggiungeva mons. Wenski – avere le nostre controversie su questioni liturgiche o di altro tipo, ma in seno alla Conferenza episcopale degli Stati Uniti votiamo quasi al cento per cento a favore della protezione degli immigrati e per una più ampia riforma delle politiche di immigrazione fallite e inadeguate. Stiamo facendo quello che abbiamo sempre fatto”. Certo, il problema è che contro i vescovi e quel che “si è sempre fatto” spira un forte vento contrario. Un sacerdote del Maryland, arrivato da El Salvador decenni fa, presente allo stesso evento in cui ha parlato il vescovo di Miami, ha detto che “c’è molta paura. Mai prima d’ora, e vivo negli Stati Uniti da quasi trent’anni, ho dovuto portare il mio passaporto per girare l’angolo. Perché anche io sono un bersaglio, anche se sono un prete”.
L’ultimo terreno di scontro è relativo alla decisione della Casa Bianca di revocare, dal 27 luglio scorso, lo status di protezione temporanea per Haiti. In base a ciò è scattato subito il rimpatrio forzato per numerosi cittadini del paese da decenni sconvolto da crisi umanitarie e conflitti interni. Per questo, il presidente dell’episcopato, mons. Paul S. Coakley, ha preso carta e penna e scritto direttamente a Trump: “La imploro di evitare di mettere ulteriormente in pericolo vite umane innocenti, interrompendo in questo momento la deportazione di un gran numero di persone verso Haiti, soprattutto mentre non esiste ancora un sistema adeguato che ne garantisca un’accoglienza e un reinserimento sicuri e ordinati”.