Lo stillicidio mediatico contro il vescovo, che se ne va. Motivo? Non piaceva ai preti

La surreale vicenda di mons. Guido Gallese, che dopo una campagna mediatica ben orchestrata con accuse risibili (ha la Tesla e fa kitesurfing), lascia la diocesi. E si scopre dai retroscena dei giornali che la ragione è una sola: non piaceva ai preti

15 SET 26
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mons. Guido Gallese

Roma. “Silurato il vescovo che girava in Tesla”, “Lascia il vescovo che girava in Tesla”, “Si dimette il vescovo in Tesla”. Sono solo alcuni dei titoli che accompagnavano, sui giornali italiani, l’uscita di scena di monsignor Guido Gallese, vescovo di Alessandria, che si è dimesso dopo mesi e mesi di stillicidio – soprattutto mediatico – dovuto alla visita apostolica condotta dal cardinale Giuseppe Bertello in diocesi. Visita che, a quanto si apprende, è stata assai sbrigativa e nella lista dei testimoni auditi mancavano molti di quelli che avrebbero potuto liquidare subito il borbottoio sacerdotale anti Gallese. A ogni modo, l’obiettivo era chiaro: fare luce su una serie di lamentele (di anziani sacerdoti locali e laici insoddisfatti dalle linee pastorali del vescovo) giunte, in maniera assai organizzata, a Roma (il Foglio ne aveva dato ampiamente conto lo scorso febbraio). Da Alessandria si rassicurava: la visita è alla diocesi e non al vescovo, di cose così se ne fanno tante senza che si sappia in giro. Il che è anche vero. Ma l’epilogo era scontato: restare in sella per anni con la spada di Damocle di essere un vescovo che fa kitesurf – gravissima accusa lanciata dai media indignati, specie in un’epoca in cui il Papa settimanalmente nuota e gioca a tennis – che spende e spande e che addirittura gira in Tesla, era impossibile. Lodi al vescovo, mitra in testa, che entra in cattedrale con la bicicletta. Ma la Tesla, no. Si potrebbe pensare che nelle scartoffie e nella relazione preparata dal cardinale piemontese Giuseppe Bertello ci fosse altro. 
Gravi mancanze, spese folli, comportamenti inadeguati dal vescovo. Lui, il vescovo, aveva già venerdì chiarito che in quel faldone non c’era nulla: “Nonostante il clamore mediatico sul sottoscritto scatenato dai media, la visita ha avuto un suo percorso di discernimento al termine del quale non ho ricevuto neppure una riga scritta e nessuna sanzione”. All’osservatore pragmatico e obiettivo, però, potrebbe sembrare una giocata in difesa: dopotutto è la voce di chi è stato in qualche modo costretto a lasciare l’incarico. Il punto è che anche chi ha dato manforte al citato “clamore mediatico” ora si rassegna all’evidenza che le prove contro il presule non ci sono. Si prenda la Stampa di sabato, Cronaca di Alessandria, pagina 41. “Lo scacco matto del Vaticano dopo un dettagliato dossier” è il titolo di un articolo presentato come “Retroscena”. E in cosa consisterebbe questo “dettagliato dossier”? Ecco: raccontata la vicenda della Tesla e del kitesurf, “non restano che i rapporti con clero e gruppi di fedeli. Da gennaio ad oggi è stato quasi impossibile trovare qualcuno che rilasci dichiarazioni sul vescovo, tanto meno mettendoci la faccia. In camera caritatis (è proprio il caso) magari qualcuno si lascia andare a considerazioni più o meno benevole sull’apprezzamento per sport non comuni, o l’utilizzo di accessori anch’essi non da tutti, ma anche – e qui entriamo nel vivo – sulle relazioni con le varie comunità di cattolici, la riorganizzazione delle parrocchie, eccetera. E’ stata la frattura che alla fine ha portato alla sostituzione di Gallese”. Quindi né la Tesla né le spese per la ristrutturazione di qualche immobile né il kitesurf. Il problema era che a preti e laici (quelli impegnati, che pullulano ovunque) non andava bene la riorganizzazione delle parrocchie. Che poi è la vera ragione del sommovimento; ragione che circolava da un anno scarso ad Alessandria: il malcontento derivava da questo e, elemento non trascurabile, dalla percezione di un vescovo estraneo, un genovese mandato in una regione ecclesiastica assai gelosa della propria autonomia, anche geografica. Una situazione divenuta insostenibile, lo ammette ora anche mons. Gallese: “Il clima generale e le circostanze che si sono create hanno evidenziato il bisogno di voltare pagina, per tutti”. Quanto al rapporto con il clero, dietro alle parole del vescovo si capisce molto: “Il rapporto con il clero è una dimensione complessa per tutti i vescovi, perché i sacerdoti sono la parte più esposta e ferita del popolo di Dio. Mi ci metto anch’io, in prima persona… Il peso grava tutto sul punto d’appoggio: quando una porta si apre o si chiude, è il cardine che ne sopporta lo scricchiolio e lo sforzo. Quel cardine, oggi, sono i nostri vescovi e i preti: a questi ultimi voglio profondamente bene e ne condivido appieno le fatiche quotidiane”. Roma ha scelto, in fin dei conti, la strada più semplice: problemi irrisolvibili e vescovo mal digerito, si cambia. Oltre a creare un precedente – che poi non sarebbe neppure il primo – abbastanza pericoloso, si dà alle congreghe localistiche il potere enorme di scegliersi il vescovo gradito. O, peggio, di farlo sostituire se non aggrada. Di fatto, si è oltre perfino i propositi più rivoluzionari del percorso sinodale tedesco, che vorrebbe far sì che il parere di qualche laico avesse più peso di quello del Papa (che è a Roma, quindi lontano) nel processo di nomina dei presuli. La speranza è che qualcuno non arrivi a dire, prima o poi, che un Papa che gioca a tennis mette in cattiva luce i vescovi che allo sport preferiscono i convegni di qualche partito politico. Come si suol dire, nulla è impossibile.