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LA MANO CINESE •
Pechino non dimentica: confermata la condanna del cardinale Zen
Un tribunale di Hong Kong ha confermato la condanna del cardinale Joseph Zen e di altri quattro attivisti per la democrazia a una multa di quattromila dollari ciascuno per non aver registrato correttamente il loro fondo (il 612 Humanitarian Relief Fund, che non esiste più) come associazione ai sensi della Societies Ordinance cittadina
4 SET 26

Il cardinale Zen tra i quattro condannati in appello
Roma. Un tribunale di Hong Kong ha confermato la condanna del cardinale Joseph Zen e di altri quattro attivisti per la democrazia a una multa di quattromila dollari ciascuno per non aver registrato correttamente il loro fondo (il 612 Humanitarian Relief Fund, che non esiste più) come associazione ai sensi della Societies Ordinance cittadina. I fatti risalgono al 2019: era il periodo delle grandi manifestazioni di piazza contro la longa manus cinese che premeva sulla città e in strada non furono pochi i disordini. I giudici hanno stabilito che “gli appellanti hanno sempre avuto l’intenzione di utilizzare il fondo come strumento per sollecitare, raccogliere e utilizzare donazioni pubbliche allo scopo di sostenere” quelle proteste.
Ma sia Zen che gli altri ricorrenti hanno sempre sostenuto che il fondo non era stato costituito come associazione, bensì come trust e quindi non dovesse essere sottoposto alla rigidissima disciplina vigente. Tra l’altro, ed è questo il cuore del problema, si veniva a dimostrare in modo palese che a essere limitata era la libertà di associazione. Non a caso, annunciando il ricorso alla Corte di ultima istanza, l’ex parlamentare Margaret Ng – una dei quattro condannati – ha spiegato che il problema vero è il divieto di riunirsi liberamente: “Se ogni volta che un gruppo di persone si riunisce per fare qualcosa, ciò è considerato alla stregua di un’associazione che deve richiedere la registrazione o un’esenzione alla polizia, l’impatto sulla società civile di Hong Kong sarebbe enorme”. La legge in vigore stabilisce che un’associazione è tenuta a registrarsi o richiedere un’esenzione dalla stessa registrazione entro un mese dalla sua costituzione. Cosa che il 612 Humanitarian Relief Fund non ha fatto perché, secondo quanto ribadito dai promotori, era un semplice trust. L’accusa, però, ha sempre sostenuto che la realtà fosse ben diversa, e che l’organizzazione che vedeva in prima linea il cardinale Zen offrisse sostegno finanziario ai manifestanti coinvolti nelle manifestazioni di piazza e in particolare contro il disegno di legge sull’estradizione fortemente voluto da Pechino, contro il quale nell’agosto del 2019 scesero in piazza due milioni di persone, molti dei quali giovani. Due giorni dopo l’approvazione della legge sulla sicurezza nazionale, il 612 Humanitarian Relief Fund fu sciolto d’imperio e scattarono le manette per i suoi promotori. Compreso il cardinale Zen, poi rilasciato su cauzione con l’impegno di non dire più una parola in pubblico contro le autorità. Arresti decisi per grave colpa: collusione con “forze straniere”. Lo scorso febbraio, un tribunale di Hong Kong aveva condannato a vent’anni di carcere il settantottenne imprenditore e attivista democratico Jimmy Lai. Una condanna a morte. Anche per lui, il medesimo capo d’imputazione: cospirazione finalizzata alla collusione con forze straniere e pubblicazione di materiali sediziosi attraverso il suo giornale, l’Apple Daily, che nel frattempo era stato chiuso e i suoi cronisti condannati al silenzio.