Chiesa
SINODO INCEPPATO •
La rivoluzione della Chiesa tedesca può attendere. Rimandati i fuochi d'artificio
Niente da fare: a novembre la già programmata prima seduta della Conferenza sinodale non si terrà. Rimandata a data da destinarsi, tra i mugugni del laicato locale. Il motivo? Dal Vaticano non è arrivato ancora l'atteso via libera
3 SET 26

Il presidente della Conferenza episcopale tedesca, mons. Heiner Wilmer
Niente da fare, la prima riunione della Conferenza sinodale tedesca è stata rinviata a data da destinarsi. Tutto era pronto: il debutto era fissato per il 6 e 7 novembre a Stoccarda e addirittura era già stato previsto un secondo incontro a Würzburg, in primavera. E’ stato lo stesso presidente dell’episcopato, mons. Heiner Wilmer, ad annunciarlo ufficialmente dopo che già a maggio, nel contesto della Giornata cattolica di Würzburg si era mostrato pessimista sul fatto che il cronoprogramma sarebbe stato rispettato. Colpa, aveva detto, del rimpallo continuo fra i dicasteri romani. Stavolta si è detto fiducioso che i piani andranno avanti – “Si faranno progressi” – anche se “ci vorrà ancora un po’ di tempo”. Quanto? Nessuno lo sa. La ragione del rinvio è semplice: dal Vaticano non è arrivato l’atteso via libera. Gli statuti approvati dai vescovi e dal Comitato dei cattolici tedeschi che daranno vita alla Conferenza sinodale sono ancora al vaglio degli organismi di Roma che come la storia insegna è maestra nel far decantare le situazioni più insidiose. Che non sia un passaggio scontato è dovuto al fatto che tale Conferenza sinodale, per come è strutturata, mette a repentaglio la struttura gerarchica della Chiesa. L’organismo partorito dal Synodale Weg nelle sue sei assemblee plenarie e nel lavoro indefesso e certosino dei vari comitati creati ad hoc, è composto da ventisette vescovi, ventisette membri del potentissimo Comitato dei laici cattolici tedeschi e da altri ventisette “cattolici” eletti. Insomma: i laici saranno il doppio dei vescovi. La Conferenza avrà poteri non solo consultivi, ma anche deliberativi, e potrà mettere il naso negli affari interni delle singole diocesi. Un aspetto, questo, che a gennaio aveva portato all’aperta contestazione del cardinale Reinhard Marx, che pure è uno degli artefici del cammino sinodale tedesco, ma che se è favorevolissimo alle aperture su celibato, diaconato e morale, su bilanci e conti ha posizioni ben più rigide. Solo due vescovi – oltre ai quattro “ribelli” che fin dal principio s’erano detti totalmente indisponibili a partecipare alla Conferenza – avevano espresso perplessità sul fatto che cinquantaquattro laici potessero avere accesso perfino ai dati particolari sulle situazioni finanziarie diocesane, ma alla fine non si sono opposti alla creazione dell’organismo. Già quattro anni fa, quando dalle discussioni sinodali sulle rive del Reno emerse l’idea di istituire una conferenza con pieni poteri formata da vescovi e laici – ciascuno con totale parità di voto in base alla logica dell’uno vale uno – il Vaticano aveva avvertito che non era possibile procedere, poiché tale organismo si sarebbe posto “al di sopra dell’autorità della Conferenza episcopale”, finendo per sostituirla.
Nonostante ciò, dalla Germania si andò avanti come nulla fosse, avvertendo che non più tardi della primavera del 2026 la Conferenza sarebbe stata battezzata Papa Francesco – che fin dall’inizio del Synodale Weg aveva ammonito i tedeschi a evitare fughe in avanti – mostrava pubblicamente dubbi sulla “cattolicità” dei vescovi teutonici, destando la sorpresa e l’irritazione dell’allora presidente dei vescovi, mons. Georg Bätzing. Il punto, in sostanza, è uno: è accettabile, sulla base del diritto canonico vigente, che una Conferenza episcopale locale istituisca un organismo in cui vescovi e laici decidano insieme su “importanti questioni della vita ecclesiale di rilevanza sovradiocesana” (punto 94 del Documento finale approvato)? Finora, sul punto, la posizione romana è apparsa contraria: l’attuale prefetto dei Vescovi, mons. Iannone, ai tempi in cui era presidente del Pontificio consiglio per i Testi legislativi s’era espresso in tal senso. Leone XIV, rispondendo alla domanda di un giornalista durante uno dei viaggi internazionali, si è detto “consapevole che molti cattolici in Germania ritengono che alcuni aspetti del Cammino sinodale che è stato celebrato in Germania fino a ora non rappresentino la loro speranza per la Chiesa o il loro modo di vivere la Chiesa”. I vescovi restano in silenzio e aspettano, forse per obbedienza. Chi parla, e rumorosamente, è la presidente del Comitato dei cattolici tedeschi, Irme Stetter-Karp. A maggio avvertiva che se il Vaticano avesse dato retta ai presuli ostili alle riforme, bloccando la Conferenza sinodale, ciò “sarebbe catastrofico per la nostra Chiesa locale”. Oggi che mons. Wilmer ha ufficializzato lo stop, rincara la dose: la Conferenza sinodale vedrà la luce e non sarà una “tigre di carta”.