Sulla guerra in Ucraina, Leone rimette al centro la segreteria di stato con la sua antica diplomazia

La visita in Russia di mons. Paul Richard Gallagher, l’esponente curiale che più ha difeso la causa di Kyiv, e quello che è cambiato con il nuovo pontificato
28 AGO 26
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Mentre si conclude la visita in Russia del rappresentante per i rapporti con gli stati della Santa Sede, mons. Paul Richard Gallagher, è già possibile sottolineare come il significato della sua missione vada ben oltre l’ennesimo tentativo di Roma di favorire un dialogo tra le parti in guerra. L’aspetto saliente della vicenda è che l’incontro con Sergei Lavrov e, successivamente, con il consigliere per la politica estera di Putin, Yuri Ushakov, porta di nuovo al centro il ruolo della Segreteria di stato vaticana e, quindi, della sua diplomazia.
Francesco l’aveva messa in ombra, prima andando di persona (e a sorpresa) all’ambasciata russa poche ore dopo l’attacco ordinato dal Cremlino e poi intestandosi una mediazione dimostratasi fin da subito impraticabile, per ragioni politiche e religiose (mai il Patriarcato moscovita avrebbe potuto accettare il Papa di Roma quale mediatore). Contestualmente, si lasciava andare a commenti sulla “Nato che abbaia ai confini della Russia”, sul coraggio della bandiera bianca “quando vedi che sei sconfitto” e su Kirill “chierichetto di Putin”: non proprio un aiuto alla già complicata azione della diplomazia vaticana, che per tradizione lavora sottotraccia, parlando poco e di rado pubblicamente. Oltre a ciò, il Papa spediva come proprio inviato nelle capitali del mondo il cardinale Matteo Zuppi, considerato la persona giusta stante il suo ruolo efficace nella risoluzione del conflitto in Mozambico, all’inizio degli anni Novanta. L’arcivescovo di Bologna andava a Kyiv e a Mosca, ma anche a Pechino e Washington. E il segretario di stato, il cardinale Pietro Parolin, diplomatico di carriera, restava a Roma. Va detto che fin da subito la missione del cardinale Zuppi era stata annunciata come “umanitaria”, relativa soprattutto alla ricerca di un accordo per favorire lo scambio di prigionieri e, soprattutto, il ricongiungimento familiare dei bambini ucraini. Però, quando ci si reca nelle grandi capitali mondiali che hanno qualcosa da dire sul conflitto in corso, giocoforza la missione assume connotati diplomatici.
Ora, col nuovo pontificato, le consegne cambiano: Zuppi resta inviato (tornerà a Mosca a fine settembre), ma l’aspetto meramente politico e diplomatico torna in capo alla Segreteria di stato. Prova ne è, appunto, la prima visita di mons. Gallagher negli ultimi cinque anni, che segue quella in Ucraina al principio dell’estate. E’ significativo che sia proprio il diplomatico britannico il protagonista degli incontri con le alte autorità russe e ucraine: è da sempre l’esponente curiale che più ha difeso la causa di Kyiv, anche quando in Vaticano si preferivano toni più sfumati. Ed è sempre lui che, un mese e mezzo fa, ribadiva non solo il desiderio di vedere presto l’Ucraina ammessa nell’Unione europea, ma si opponeva a qualunque progetto che potesse ledere “l’integrità territoriale” del paese attaccato da Putin. Non è troppo azzardato, allora, vedere in ciò la mano di Leone XIV: che il cardinale Prevost fosse totalmente dalla parte degli aggrediti era risultato evidente da una sua intervista, quando con chiarezza disse che “è già provato che si stanno commettendo crimini contro l’umanità”. Però si sa, la talare bianca comporta responsabilità maggiori e non è scontato che quel che si diceva da cardinali lo si ripeta da pontefici. Eppure, Leone ha incontrato Zelensky più d’ogni altro leader internazionale e solo pochi giorni fa, in occasione dell’anniversario dell’indipendenza ucraina, ha scritto nel suo telegramma che “la festa nazionale del suo paese mi offre l’occasione per assicurarvi delle mie preghiere per il vostro popolo, duramente colpito dalla guerra e dalle sue conseguenze”. Il dono della chiarezza.