Dopo il Papa, il Meeting va avanti fra il ritorno di Communio e i Sioux

Perfino al Bar Alcamo si continua a parlare di Bob Prevost, per non parlare di quelli che fanno la fila per una pallina di gelato al bacio. Ma come la vita, anche il Meeting va avanti e gli appuntamenti sulle agende s’affastellano l’uno dopo l’altro, appagando cuori e menti dei visitatori, facendo godere il contapassi sulla app Salute e reclamando un’appendice di ferie post fiera. 

25 AGO 26
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Leone XIV al Meeting di Rimini

Rimini, dal nostro inviato. L’amor che move il sole e l’altre stelle, in fiera a Rimini, è sempre Leone XIV. A tre giorni dalla sua venuta trionfale, con la golf cart eretta a moderna gestatoria, salutato e osannato da migliaia di ciellini d’ogni età, è di lui che si parla ovunque tra gli stand, in coda per visitare una delle mostre, nelle arene prima dei vari incontri. Perfino al Bar Alcamo si continua a parlare di Bob Prevost, per non parlare di quelli che fanno la fila per una pallina di gelato al bacio. Ma come la vita, anche il Meeting va avanti e gli appuntamenti sulle agende s’affastellano l’uno dopo l’altro, appagando cuori e menti dei visitatori, facendo godere il contapassi sulla app Salute e reclamando un’appendice di ferie post fiera. Una delle note più curiose, specie in epoca di crisi dell’editoria, è il ritorno di Communio, la rivista, in edizione italiana. “Nell’imbarcarci in questa avventura, una domanda non può essere elusa: perché partire (o ripartire) oggi, a 54 anni dalla nascita della rivista? Non si tratta di un’iniziativa nostalgica e perciò anacronistica? E’ la domanda delle domande, quella che fa da sfondo all’editoriale con cui viene presentata la nuova edizione svizzera in lingua italiana di “Communio. Rivista cattolica internazionale”. Perché riesumare un qualcosa antico di più di mezzo secolo? Paolo Prosperi risponde nell’editoriale di lancio: “A rileggere oggi il manifesto programmatico di Balthasar, salta subito all’occhio un primo punto di continuità tra l’oggi e l’allora, continuità che a sua volta rimanda allo status della Chiesa ai tempi degli inizi. Oggi anche più d’allora, infatti, risulta felice l’analogia a partire dalla quale l’intero argomento del teologo svizzero prendeva a suo tempo le mosse: come la barca della Chiesa delle origini, così la Chiesa odierna, natante in gurgite vasto, quasi relitto in balìa dei flutti di un mondo sempre più privo di ancoraggio alla fede e alla Weltanschauung che da essa deriva, si trova a vivere la sua universale missione a partire da una situazione di crescente marginalità, perlomeno nel mondo occidentale. Per Balthasar, però – così come per gli altri padri fondatori – questo fatto non solo non deve spaventare; in linea di principio, non dovrebbe neppure sorprenderci, poiché la tensione tra particolarità e cattolicità, tra marginalità e aspirazione all’universalità, a ben guardare, appartiene in radice al paradosso della missione della Chiesa nel mondo. Fu così all’inizio. Così sarà, in misura e modalità ogni volta imprevedibile, fino alla fine della storia”. Ha detto mons. Massimo Camisasca, che nel 1972 vide nascere Communio e che oggi in qualche modo benedice la nuova avventura, nata da un sogno e da un progetto di René Roux, rettore della facoltà di Teologia di Lugano, che “oggi l’etica degli anni Settanta, quando si preferì una lettura doveristica dell’annuncio, è sparita. Sostituita da un’etica laica molto più gravosa, più pesante delle regole dell’Otto e del Novecento. Contemporaneamente, però, l’annuncio si è fatto più flebile, la divaricazione fra ontologia ed estetica è aumentata. Sessant’anni fa ancora esistevano brandelli di popolo cristiano, ma oggi il popolo cristiano si è sbrindellato. Oggi esistono piccoli praticelli di erba nuova, al di fuori di ogni catalogazione preventiva. Praticelli che vivono dentro e fuori i movimenti laicali postconciliari. Sono in alcune parrocchie, laddove la burocrazia conservatrice o progressista non la fa da padrona. Sono in alcuni monasteri e conventi, attorno all’adorazione eucaristica e alla meditazione della scrittura. Avranno un futuro? Non lo sappiamo, ma certo sono frutto dello spirito che vuole rompere le gabbie fatte degli uomini per creare una chiesa puramente orizzontale. Questi praticelli hanno invece capito che la Chiesa nasce dall’alto per investire la storia”.
Camisasca collega le due venute dei Papi, e dice che “se Giovanni Paolo II ci diceva continuamente chi eravamo, Leone XIV ci ha detto chi saremo. Alle nuove generazioni non interessano le questioni di politica ecclesiastica, i confini delle parrocchie, il diaconato femminile. Non interessa la pastorale. Interessa l’acqua fresca della persona di Gesù e le sue proposte di sequela personale e comunitaria. Oggi si tratta di accompagnare un nuovo mondo che sta nascendo innestato nell’antico ma alla ricerca di nuove forme storiche di espressione ecclesiale. Dobbiamo tornare a un pensiero che nasce dalla contemplazione, l’opera dello spirito senza ingabbiarla, dare a essa un argine di verità. La rivista deve porsi alla testa di una Chiesa rinnovata, piccolo resto che porta su di sé la profezia di Cristo”. Nei padiglioni della Fiera di Rimini, dove un popolo in festa viveva la propria appartenenza senza moralismi, dogmatismi e fatua precettistica, nessuno parlava di cantieri per la Chiesa del futuro, di programmi pastorali, di celibati e diaconati. Quella è materia per le tavolate sinodali che interessano, a essere ottimisti, una minoranza tra la minoranza del Popolo di Dio. Quello rimasto un po’ troppo legato alle paludi ideologiche aborrite perfino da Paolo VI, definito da Camisasca “il martire del post Concilio”. Meglio ascoltare la storia dei gesuiti nelle pianure del South Dakota, dove incontrarono il mondo dei Sioux. Missione, cultura ed evangelizzazione. Ecco quel che impegnerà i cristiani di domani e forse già di oggi.