Chiesa
L’inaudita pretesa di parlare con Dio •
In un mondo di chiacchiere, ascoltare nel silenzio la risonanza della preghiera
Abbiamo bisogno di un po’ di silenzio per rimetterci in sintonia. Pregare serve anche a questo. La risonanza è garantita
22 AGO 26

Foto di Amaury Gutierrez su Unsplash
La preghiera è un tema che mi appassiona. L’inaudita pretesa di parlare con Dio, chiedendogli ciò di cui abbiamo bisogno, affidandoci a lui, riconoscendo che la sua volontà è più importante della nostra, sono segni manifesti di una natura, la natura umana, certamente limitata, bisognosa, ma anche capace di una grandezza, della quale proprio grazie alla conversazione interiore con Dio possiamo diventare sempre più consapevoli, mettendoci tra l’altro al riparo da qualsiasi forma di idolatria. Questo, in sintesi, ciò che ho cercato di esplicitare sulla preghiera in due articoli di qualche mese fa su questo stesso giornale. Ma c’è un altro aspetto che mi piacerebbe approfondire. Più riflettiamo sulla preghiera, infatti, e più diventa evidente qualcosa che è tanto semplice quanto abissalmente profondo: ogni volta che ci rivolgiamo a Dio, noi in realtà ci mettiamo in ascolto di lui, affiniamo la nostra comprensione della sua parola, scopriamo che le sue vie non sono le nostre e ci sentiamo rafforzati nella nostra fede. Sta qui il beneficio più grande della preghiera, il cambiamento, la conversione, diciamo pure la metanoia, come la chiamavano i greci, che essa produce. Come ebbe a dire Benedetto XVI, “Pregare significa elevarsi all’altezza di Dio, mediante una necessaria graduale trasformazione del nostro essere”. Si incomincia balbettando qualcosa a un interlocutore più o meno sconosciuto e si finisce ascoltando parole che magari conoscevamo già, ma delle quali ci sembra di cogliere un significato mai colto prima. Ci sentiamo cambiati, in armonia quasi con un mondo, che sentiamo paradossalmente più vicino proprio nel momento in cui la consapevolezza della nostra fragilità lo sottrae all’ottica della semplice disponibilità nella quale tendiamo a confinarlo. A volte persino la preghiera a Dio risente di questa insulsa pretesa di assoggettare la sua volontà alla nostra. Ma tant’è. Siamo tutti uomini di poca fede, in un mondo segnato ovunque dal male fisico e morale, con la morte sempre in agguato. Difficile dunque mettersi docilmente in ascolto di qualcuno che dovrebbe essere “più intimo a noi di noi stessi”, ma che in certi momenti sentiamo lontano. Non c’è bisogno di pensare ad Auschwitz, come fece Adorno, per constatare tragicamente l’assenza di Dio. A volte bastano certe esperienze ordinarie delle nostre povere vite.
Eppure, stando almeno al Dio di Gesù Cristo, pare che egli non ci abbandoni mai. Avendo condiviso fino in fondo la nostra umanità, ne conosce il dolore, specialmente quello straziante degli innocenti, compatisce la ribellione di coloro che non riescono ad accettarlo, e aspetta. E’ un Dio paziente che sa aspettare la nostra conversione, “la trasformazione del nostro essere”, un Dio che vuole non la nostra rassegnazione, ma la nostra adesione; un Dio insomma che vuole nientemeno che diventiamo come lui attraverso l’ascolto della sua parola. “Ascolta Israele”: questa la chiave d’accesso al suo mistero e alla nostra più vera umanità. Non si può conoscere Dio come si conosce un qualsiasi altro oggetto, né si può pensare di possederlo, ma possiamo appunto ascoltarlo. Se lo facciamo, cambia tutto; se non lo facciamo, Dio continua a essere l’onnipotente che, secondo l’immagine di Paolo, “dà vita ai morti e chiama all’esistenza le cose che ancora non esistono” (Rm, 4,17), e noi continuiamo a brancolare nel buio. Ciò che voglio dire è che la fede serve soprattutto agli uomini per essere compiutamente uomini, non a Dio. La relazione con lui cambia tutte le altre relazioni umane: da quelle familiari a quelle sociali a quelle che abbiamo col mondo che ci circonda. Grazie a lui, l’umana libertà acquista una rilevanza sempre più grande in ogni ambito della vita; soprattutto sentiamo di acquisire una crescente libertà da noi stessi, la più difficile da praticare e forse quella che ci rende più “grandi”. Ma Dio resta tale anche senza la nostra fede. Più sofferente, forse, ma non per questo meno Dio.
Mi rendo conto che in un mondo colonizzato quasi interamente dalle chiacchiere, il riferimento a Dio, all’ascolto, alla libertà da noi stessi può apparire un controsenso. Se però ci pensiamo bene, ovunque c’è l’uomo, c’è anche Dio. Come aveva intuito Nietzsche, con terribile lucidità e consequenzialità, eliminare l’uno è eliminare anche l’altro. Niente di ciò che è umano è estraneo a Dio. La conoscenza, la bellezza, la giustizia, l’amicizia, l’amore: tutte queste parole rimandano a lui. E se oggi fatichiamo così tanto a trovarlo è perché a mio avviso abbiamo travisato proprio il loro senso. Abbiamo bisogno di un po’ di silenzio per rimetterci in sintonia. La preghiera serve anche a questo. La risonanza è garantita.