Chiesa
ETICA, FEDE E BIOETICA •
"Il fine vita è un'ipocrisia. In Francia vogliono legalizzare l'iniezione letale". Intervista al vescovo di Bayonne
Monsignor Marc Aillet dice: "E’ proprio vero che le parole non hanno più lo stesso significato, anche presso alcuni cattolici più permeabili allo spirito del mondo che all’insegnamento del Magistero. Per loro, la dignità dell’uomo coincide con una libertà assoluta: quella di decidere della propria vita e della propria morte"
25 LUG 26

Mons. Marc Aillet
Roma. “Le nostre società occidentali si stanno suicidando, non solo perché fanno sempre meno figli, ma anche perché programmano l’eliminazione delle persone più fragili, considerate un peso per una società nella quale prevalgono l’efficienza e il benessere. Aiutare a vivere costa più che aiutare a morire”. Non si cela dietro al diplomaticamente corretto, mons. Marc Aillet, vescovo di Bayonne, conversando con il Foglio dopo il voto sul “fine vita” del Parlamento francese. Il presule ha ricordato che “il sostegno pubblico a una legge gravemente contraria all’insegnamento morale della Chiesa pone un vero problema di coerenza ecclesiale” e ha scritto che “parlare di ‘aiuto a morire’ è un’ipocrisia: il vero obiettivo è legalizzare il suicidio assistito e l’eutanasia”. Che cos’è accaduto in Francia?
“In effetti, i termini ‘suicidio assistito’ ed ‘eutanasia’ sono stati prudentemente omessi dal testo della proposta di legge sull’‘aiuto a morire’, appena approvata in via definitiva, con una risicata maggioranza, dall’Assemblea nazionale in terza lettura. Ciò dimostra che si teme l’impatto di queste parole sull’opinione pubblica e sul rapporto di fiducia tra operatori sanitari e malati. Ma si tratta di pura ipocrisia, perché ciò che si vuole legalizzare è proprio l’iniezione letale che, con il pretesto di alleviare sofferenze refrattarie, costituisce un atto volto deliberatamente a dare la morte”. In pratica, dice mons. Aillet, “è come se, davanti a un uomo che, in un momento di disperazione, stesse per gettarsi da una finestra sotto i vostri occhi, voi lo aiutaste spingendolo nel vuoto. Può sembrare un paragone semplicistico, ma è effettivamente ciò che è stato appena votato dalla maggioranza dei deputati. Mi sembra che la forzatura del governo, il cui programma era noto fin dall’inizio di questo mandato presidenziale, la scarsa distanza critica di molti parlamentari rispetto a un testo di legge complesso e la pressione unilaterale esercitata da potenti gruppi di pressione attivi da anni abbiano avuto la meglio sulle esitazioni di numerosi deputati che, a loro dire, hanno votato ‘secondo coscienza’, ignorando tuttavia gli allarmi lanciati dagli operatori sanitari direttamente coinvolti, i quali, nella loro larghissima maggioranza, sono contrari al suicidio assistito e all’eutanasia. Non si è voluto ascoltare chi, con riconosciuta competenza professionale e straordinaria dedizione, opera quotidianamente nelle cure palliative”.
Come si spiega questo cambiamento culturale, prettamente occidentale, che porta a legiferare sulla morte anziché sulle politiche a favore della vita, come ad esempio sulla natalità? Vede una contraddizione in questo comportamento?
Risponde mons. Marc Aillet: “Ci troviamo in una piena contraddizione. Da una parte si iscrive, come in Francia, la libertà di abortire nella Costituzione e si promuove la procreazione medicalmente assistita senza padre e la gestazione per altri per le coppie omosessuali che desiderano un figlio. Il bambino non è più considerato portatore di una dignità intrinseca, anteriore a qualsiasi riconoscimento da parte della società: viene invece subordinato al desiderio degli adulti o al progetto genitoriale. Si instaura così, democraticamente, una nuova forma di schiavitù che produce una classe di ‘sub-uomini’. L’argomento della compassione è soltanto di facciata: si tratta di una scelta politica deliberata, sostenuta da un’ideologia della morte e da calcoli economici di basso livello. E’ l’individualismo consumistico a prevalere ovunque in occidente: la libertà di godere senza limiti. Ma questa libertà non sarà mai realmente accessibile se non ai più ricchi; i poveri, sotto la pressione di questa cultura incoraggiata dal legislatore, finiranno per farsi da parte spontaneamente, ma con quale ‘consenso libero e informato’?”.
Ha sorpreso e non poco la grande mobilitazione del laicato francese. Se l’aspettava?
“Non c’è dubbio che questo lungo dibattito sul fine vita, con i suoi molteplici sviluppi e colpi di scena dall’inizio di questo quinquennio, abbia visto una mobilitazione fuori dal comune delle associazioni pro vita di ispirazione cristiana. Anche i vescovi di Francia si sono impegnati come mai prima d’ora, con una vera opera di formazione e sensibilizzazione per informare in profondità i fedeli e far valere tutto il loro peso morale, sia nei confronti del grande pubblico sia attraverso un intenso lavoro di pressione e dialogo con i parlamentari e il governo. La novità – sottolinea mons. Aillet – è che il laicato cattolico, attraverso associazioni molto attive – Alliance Vita, Fondation Lejeune, Associations Familiales Catholiques… –, si è unito ad associazioni di operatori sanitari o rappresentative delle persone con disabilità, oltre che alla Société Française d’Accompagnement et de Soins Palliatifs che, in quanto organismo competente, ha fatto costantemente sentire il proprio punto di vista. Di fronte alla propaganda a favore dell’eutanasia, ampiamente mediatizzata e finanziata dallo stato, portata avanti da organizzazioni come l’Admd, potentemente sostenuta dalle logge massoniche, e di fronte inoltre a una Convenzione cittadina quasi esclusivamente animata da sostenitori dell’eutanasia, nella quale le voci pro vita non sono state né ascoltate né prese in considerazione, si è trattato della lotta di Davide contro Golia”.
Tale mobilitazione ha avuto effetto, nonostante il voto?
“Questa battaglia è riuscita a modificare la posizione di molti parlamentari: il Senato alla fine ha rifiutato di votare il testo, il numero dei deputati favorevoli all’‘aiuto a morire’ è diminuito man mano che il dibattito procedeva, ed è probabile che, senza la corsa contro il tempo imposta dal governo, il voto avrebbe potuto avere un esito diverso! Del resto, la stragrande maggioranza del personale sanitario – medici, infermieri, operatori socio-sanitari – è contraria alla legalizzazione del suicidio assistito e dell’eutanasia; e l’opinione pubblica, quando viene interrogata in modo obiettivo dagli istituti di sondaggio – cioè senza presentare l’eutanasia come l’unica alternativa al dolore –, tende a rifiutare l’‘aiuto a morire’ e si pronuncia a favore delle cure palliative, il cui accesso universale, pur essendo stato nuovamente approvato all’unanimità dal Parlamento, non è ancora garantito. E’ un lavoro di fondo che comincia a dare frutti e che finirà per prevalere, perché è lì che si trovano la ragione e la vera compassione: quella degli operatori sanitari che si dedicano anima e corpo ai malati e alle persone più fragili, in particolare nelle unità di cure palliative. Essi sono realmente credibili, perché sono a contatto con la realtà, di fronte agli ideologi da salotto e da studio televisivo che promuovono il ‘diritto a morire con dignità’”.
E ora?
“Constato che, di fronte ai diversi ricorsi al Consiglio costituzionale, la mobilitazione non viene meno e non si percepisce scoraggiamento: le associazioni rimangono vigili e sono più che mai impegnate sul fronte dell’accompagnamento dei più fragili, della cura e dell’aiuto a vivere fino alla fine!”.
Anche molti cattolici, però, sostengono una legislazione sul fine vita. La motivazione è che si tratta di una “questione di dignità”. Insomma, spetta a me decidere come morire e, in fin dei conti, a che serve soffrire quando l’esito è inevitabile? Sono domande diffuse e non banali. Come risponde, da uomo di fede e pastore?
“E’ proprio vero che le parole non hanno più lo stesso significato, anche presso alcuni cattolici più permeabili allo spirito del mondo che all’insegnamento del Magistero. Per loro – ed è l’aria che respirano, impregnata di ciò che Papa Benedetto XVI chiamava ‘la dittatura del relativismo’ –, la dignità dell’uomo coincide con una libertà assoluta: quella di decidere della propria vita e della propria morte, che tuttavia si scontra con l’impossibilità di decidere l’inizio della propria vita! Si vede bene a quale autodistruzione conduce una simile concezione della società, nella quale necessariamente il più forte finisce per prevalere sul più debole! Per noi, invece, come ha ricordato bene il Concilio Vaticano II nella sua Costituzione pastorale Gaudium et Spes, la dignità della persona umana è legata alla nozione di ‘immagine di Dio’: l’uomo è stato creato – e questo gli impone effettivamente un limite – a immagine di Dio, cosa che gli conferisce una dignità eminente. Egli infatti è chiamato da Dio, nel quadro della sua natura, che non si è dato da sé ma ha ricevuto dal Creatore, a rendersi simile a Dio, essendo dotato di intelligenza, libero arbitrio e di una propria capacità di agire. Questa libertà non è indifferente al bene e al male, ma, in quanto facoltà della ragione e della volontà, affonda le sue radici nelle inclinazioni naturali dell’uomo verso la verità e l’amicizia: siamo liberi per amare nella verità e troviamo pienamente noi stessi soltanto nel dono disinteressato di noi stessi! Per natura siamo legati e dipendenti gli uni dagli altri, ed è assumendo liberamente questa dipendenza originaria che sperimentiamo i benefici della solidarietà e della fraternità, soprattutto accanto ai più fragili: questo è il segno di una civiltà degna di questo nome!”.
E la questione della sofferenza?
“La sofferenza è un ostacolo per tutti e, per noi cristiani, trova il suo significato ultimo soltanto nel mistero di Cristo morto e risorto: è attraverso la croce – che spesso siamo legittimamente tentati di evitare – che Gesù Cristo ci ha salvati. La sofferenza richiama la compassione degli altri; la sofferenza dell’altro è per ciascuno di noi un appello a sollevarla fisicamente e moralmente e, in questo senso, essa non è più assurda! L’esito della sofferenza non è certamente sempre la guarigione, ma è la vittoria dell’amore donato e ricevuto, con la grazia di Dio e la compassione attiva dei nostri cari, sul non senso, sulla disperazione e sulla morte. Con Cristo, la morte non è un fallimento: essa è superata dalla vita che il Risorto ci promette e ci offre. In questo senso, è falso parlare di ‘fine vita’ e di ‘aiuto a morire’: queste espressioni traducono l’atteggiamento di coloro che non hanno speranza e non credono in un Aldilà dopo la morte. Accompagnare fino alla morte significa richiamare le forze della vita che sono dentro ciascuno di noi; significa trovare la sorgente dell’amore che è più forte della morte! Gli operatori delle cure palliative lo sanno per esperienza: nella stragrande maggioranza dei casi, quando il paziente è sollevato dal dolore e accompagnato, non chiede più la morte”.
Tutto questo mentre, fra due mesi, il Papa si recherà in Francia. Parigi, Metz e Lourdes, luogo simbolico per i tanti sofferenti. A giugno, Leone XIV, intervenendo al Parlamento spagnolo, ricordava che la vita deve essere protetta dal concepimento fino alla sua fine naturale. Pensa che il voto francese potrà avere ripercussioni sul viaggio così tanto atteso?
“Sì, è vero che il Papa è invitato a venire in Francia dallo stesso presidente della Repubblica che ha fatto della promozione del diritto all’eutanasia e al suicidio assistito un punto d’onore, pur conoscendo perfettamente la posizione della Chiesa, che Papa Leone XIV ha già ampiamente espresso, in particolare davanti alle Cortes di Spagna e probabilmente anche durante l’udienza privata concessa a Emmanuel Macron lo scorso aprile: si sfiora la schizofrenia politica! Quando il Papa metterà piede sul suolo francese, la legge sarà già stata approvata dal Parlamento, ma ci si troverà nel pieno dei ricorsi davanti al Consiglio costituzionale, e i decreti attuativi non saranno ancora stati emanati dal governo o potranno essere contestati davanti al Consiglio di stato. Il Papa avrà ancora piena libertà di parlare, cosa di cui non si può dubitare, come suggerisce il tema del suo viaggio: Perché il mondo abbia la vita. Sappiamo che il Santo Padre dovrebbe intervenire davanti all’Unesco a Parigi e davanti alla grotta di Massabielle a Lourdes, dove accorrono, nella speranza, tantissimi pellegrini malati e persone con disabilità. Non si può immaginare che il Papa non colga l’occasione per un vero appello in favore dell’accompagnamento della fragilità fino alla fine, pronunciandosi ancora una volta ‘con serenità e fermezza’ contro l’eutanasia e il suicidio assistito. Non so quale eco questo potrà avere sul governo, ma nel contesto attuale avrà necessariamente un grande impatto sull’opinione pubblica e incoraggerà tanti fedeli e uomini e donne di buona volontà a continuare a condurre fino alla fine la buona battaglia della vita! Dopo di che, tutto è affidato alla grazia di Dio!”.
Di più su questi argomenti
Friulsardo, è nato nel 1986. Laureato in politica internazionale e diplomazia a Padova con tesi su turchi e americani, è stato arbitro di calcio. Al Foglio dal 2011, si occupa di Chiesa, Papi, religioni e libri. Scrittore prediletto: Joseph Roth (ma va bene qualunque cosa relativa alla finis Austriae). È caporedattore dal 2020.
