I dilemmi di Papa Leone davanti alle mosse cinesi

Quali alternative ha ora il Papa sulla Cina? La questione è seria, non siamo mica a Ecône. In gioco c'è la vita dei fedeli e pure dei vescovi costretti a giurare fedeltà a Xi Jinping

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Leone XIV in un'udienza generale

Roma. Mercoledì, la Sala stampa vaticana ha dato conto dell’ordinazione episcopale di Giuseppe Chang Yanfeng, che il 15 giugno (ma si è saputo solo due giorni fa) il Papa aveva nominato vescovo di Chifeng, “avendone approvata la candidatura nel quadro dell’Accordo provvisorio tra la Santa Sede e la Repubblica popolare cinese”. E’ il primo vescovo in Cina a essere designato quest’anno. Due erano stati nominati l’anno scorso, il primo s’era insediato a ottobre (il vescovo ausiliare di Shanghai, mons. Ignazio Wu Jianlin) e il secondo a dicembre (il prefetto apostolico di Xinxiang, mons. Francesco Li Jianlin). Entrambi erano stati scelti dal Partito comunista cinese durante la Sede vacante, sgarbo sommo di Pechino a Roma: il Papa era appena morto e, a funerali ancora da approntare, venivano scelti i presuli. Testimonianza evidente dello squilibrio che domina in un’intesa – provvisoria e segreta – che di fatto consente lecitamente alla Cina di scegliersi i vescovi che più corrispondono ai propri progetti di controllo dei culti religiosi. Il novello vescovo è stato ordinato dal vicepresidente dell’Associazione patriottica e il primo co-consacrante era il vicepresidente del Consiglio dei vescovi cattolici della Cina, una sorta di Conferenza episcopale che però la Santa Sede non riconosce. Mons. Chang Yanfeng, che era stato scelto già a marzo dai vertici locali, è perfettamente inscritto nella teoria dei presuli fedeli al regime. Come riporta Asianews, lo scorso 30 giugno il vescovo si è raccomandato sulla necessità di “seguire fedelmente le indicazioni che arrivano da Pechino” sul rapporto tra la popolazione di etnia han e mongola, chiedendo “disciplina” e sottolineando che è necessario integrare “pienamente il pensiero e i princìpi dello stato di diritto nell’intero processo del lavoro quotidiano di evangelizzazione”. 
A poco più di un anno dall’elezione di Leone XIV, è dunque evidente che nulla è cambiato rispetto al pontificato precedente circa i rapporti – a livello di nomine episcopali – con la Repubblica popolare cinese. Pechino si sceglie i vescovi e Roma firma, dandone il placet. A volte, come è noto solo perché la Santa Sede ha pubblicamente manifestato la propria irritazione tramite comunicato stampa, le autorità cinesi procedono senza neppure chiedere il via libera (poco più che formale) al Vaticano. Accadde il 26 novembre 2022, quando la Santa Sede prese “atto con sorpresa e rammarico della notizia della ‘cerimonia di installazione’, avvenuta il 24 c.m. a Nanchang, di S.E. mons. Giovanni Peng Weizhao, vescovo di Yujiang (provincia di Jiangxi), come ‘vescovo ausiliare di Jiangxi’, diocesi non riconosciuta dalla Santa Sede. Tale evento, infatti, non è avvenuto in conformità allo spirito di dialogo esistente tra la Parte Vaticana e la Parte Cinese e a quanto stipulato nell’Accordo provvisorio sulla nomina dei vescovi, il 22 settembre 2018. Per di più, il riconoscimento civile di mons. Peng è stato preceduto, secondo le notizie giunte, da lunghe e pesanti pressioni delle Autorità locali”.
Il punto è: si poteva, ora, fare qualcosa di diverso? Il Papa, nell’unica intervista concessa fino a oggi, ha parlato della questione cinese e ha detto subito che “nel breve termine” avrebbe continuato “la linea che la Santa Sede ha seguito ormai da alcuni anni, e che è stata portata avanti da diversi miei predecessori. (…) Sono anche in dialogo continuo con diverse persone, cinesi, da entrambe le parti di alcune delle questioni in gioco. Sto cercando di comprendere meglio come la Chiesa possa continuare la propria missione, rispettando sia la cultura sia le questioni politiche ma anche rispettando un gruppo significativo di cattolici cinesi che per molti anni hanno vissuto una sorta di oppressione o difficoltà nel vivere liberamente la propria fede, senza dover scegliere una parte. L’Ostpolitik, le scelte fatte per dire in modo realistico: ‘Questo è ciò che possiamo fare ora, andando verso il futuro’, le sto certamente prendendo in considerazione, insieme ad altre esperienze che ho avuto in passato nel rapportarmi con persone cinesi – sia nel governo che tra i leader religiosi e i laici. E’ una situazione molto difficile. Nel lungo termine, non pretendo di dire cosa farò o non farò, ma dopo due mesi ho già iniziato a intrattenere discussioni su più livelli su questo tema”.
E’ evidente, quindi, che Leone proceda senza grande entusiasmo, o quantomeno con diversi dubbi. Ma avrebbe potuto disconoscere subito un accordo di tale portata negoziato sottotraccia per anni? Quali sarebbero state le conseguenze sul popolo fedele cinese? Non si sta mica parlando delle “auto consacrazioni”, un po’ folkloristiche, viste all’inizio del mese a Ecône. Cosa sarebbe accaduto ai vescovi in Cina? Il Papa deve aver valutato che una certa stabilizzazione sia migliore del caos e che è preferibile (al momento) avere un rapporto strutturato da un accordo scritto che il nulla. Anche se le limitazioni alla libertà religiosa e di culto sono palesi, come denunciato più volte da osservatori indipendenti (anche cattolici) che da anni documentano quanto avviene in Cina: dal divieto per i minorenni di partecipare alla messa alla proibizione – in qualche provincia – di canti liturgici “rumorosi”. Per non parlare, ovviamente, dei giuramenti di fedeltà al leader supremo e all’obbligo di appendere i ritratti di Xi Jinping nelle chiese. Sul lungo periodo, però, non è affatto detto che le cose restino così. Non si tratta di oscuri presentimenti. Sono le parole stesse del Pontefice.