Tranquilli, in America nessuno toccherà la separazione fra Stato e Chiesa

Ha fatto discutere il rapporto della Commissione per la libertà religiosa che minerebbe uno dei capisaldi della dottrina americana. In realtà, il documento punta ad affermare l'esercizio integrale della libertà religiosa

30 GIU 26
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Un momento di preghiera con il presidente Trump

Roma. Il vescovo Robert Barron assicura che a nessuno dei membri della Commissione per la libertà religiosa varata dall’Amministrazione Trump è mai saltato in mente di abolire la separazione tra lo stato e la Chiesa, fatta eccezione per il presidente dell’organismo stesso, che però non pare essere stato preso sul serio neppure dai suoi sottoposti: “Nessuno lo vuole e nessuno dei Padri fondatori lo voleva”. In effetti, leggendo tutte le 224 pagine del documento, si capisce che l’intento della commissione era un altro: tutelare in ogni modo la libertà religiosa, perché – è scritto – “la religione stessa è indispensabile per una società prospera”. La libertà religiosa “non è soltanto un beneficio privato per i credenti, ma un bene pubblico per la nazione”. E poi, visto che “la religione è così centrale per l’identità umana, per la famiglia e per la vita comunitaria, è necessario che tra Chiesa e stato esista un rapporto correttamente ordinato affinché individui e società possano prosperare”. Non c’è nulla di nuovo, perfino il lessico scelto è quello della tipica retorica dalla città sulla collina. Certo, qua e là spuntano moti rivendicativi, ma insomma... è tutto abbastanza scontato dopo l’ondata woke e la reazione veemente che ne è conseguita. Quel che ha allarmato gli oppositori è lo scivolamento del rapporto dai princìpi fondamentali, un po’ storici e un po’ filosofici, al terreno meramente costituzionale. Non è che Trump – che ha detto subito di aver “salvato la religione” – vuole usare la fede nel Dio in cui crediamo per scardinare la Carta? I presupposti sono fragili. “Quando l’esercizio della religione è considerato una concessione anziché un diritto costituzionale fondamentale – si legge nel rapporto, che è una bozza emendabile – diventa più difficile ottenere gli accomodamenti necessari. Quando i cittadini non comprendono più il ruolo della fede nella vita pubblica, aumentano gli equivoci e le libertà si erodono”. Per aiutare i cittadini a comprendere di più tale ruolo, è necessario “correggere gli equivoci sulla Costituzione, rafforzare le tutele della libertà di coscienza, garantire la parità di trattamento davanti alla legge e promuovere un rinnovato apprezzamento per il ruolo manifestamente positivo della religione nel contribuire all’infinita ricchezza della vita americana”. E a proposito di Costituzione, ecco che il punto più interessante è la discussione su una lettera del 1802 firmata da Thomas Jefferson, nella quale descrisse il Primo emendamento come la costruzione di un “muro di separazione tra Chiesa e stato”. Una massima usata per più di un secolo dalla Corte suprema per vietare l’istituzione di chiese statali e, di riflesso, per proibire l’affissione del Decalogo nelle scuole. Una linea che è venuta meno negli ultimi decenni, con le maggioranze conservatrici che hanno allargato sempre più le maglie. Il problema è Jefferson: la sua è “una metafora ampiamente abusata – spesso utilizzata fuori dal suo contesto – che non può sostenere la tesi secondo cui lo scopo del Primo emendamento fosse quello di escludere la pratica religiosa dalla vita pubblica. Né alcun documento fondativo supporta una simile conclusione”. “La libertà religiosa non è semplicemente un elemento accessorio della nostra società: è il cuore pulsante della nostra repubblica e la linfa vitale del successo dell’America”. Tra le critiche più veementi, l’aver menzionato troppo la lotta contro l’antisemitismo sempre più diffuso e il silenzio sull’islamofobia. Segno dei tempi.