Lo scisma in fondo a destra

Mai come ora, il Papa e la Fraternità lefebvriana sono vicini al punto di rottura. L’errore è stato sottovalutare Leone XIV: gli agostiniani si ricordano quel che fece il loro confratello Lutero, rompendo l’unità della Chiesa

27 GIU 26
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Un seminarista a Ecône

Manca poco e si capirà se davvero il 1° luglio sarà una data spartiacque nella storia recente della Chiesa, almeno di quella del Novecento. La Fraternità San Pio X procederà con le annunciate quattro ordinazioni episcopali senza mandato pontificio nonostante il rischio che molti suoi aderenti tornino subito in comunione con Roma, come si sussurra neppure troppo velatamente a Ecône? Ordinazioni, va ricordato, valide perché i consacranti sono validamente consacrati ma illegittime, perché senza il via libera del Papa non si potrebbe procedere. Chi lo fa, incorre in pene severe. Nel 1988, Giovanni Paolo II scomunicò Lefebvre, i nuovi vescovi e chi li consacrò. Stavolta il copione sarà il medesimo, se sarà applicato – e non v’è ragione per dubitarne – quanto fatto sapere un mese fa dal dicastero per la Dottrina della fede con un comunicato stampa: “Le ordinazioni episcopali annunciate dalla Fraternità sacerdotale San Pio X non hanno il corrispondente mandato pontificio. Questo gesto costituirà ‘un atto scismatico’ e ‘l’adesione formale allo scisma costituisce una grave offesa a Dio e comporta la scomunica stabilita dal diritto della Chiesa’”. Una scomunica che si vedrà se applicata solo ai novelli vescovi e ai loro consacranti o se stavolta la mannaia cadrà anche su quanti partecipano alle liturgie lefebvriane, come qualcuno ipotizza un po’ arditamente.
E’ una questione che investirà questa prima fase del pontificato leonino imperniato proprio sulla volontà detta e ribadita in ogni circostanza di riportare pace e unità dentro la Chiesa. E’ evidente che tagliare il ramo non sarà indolore. L’ex Sant’Uffizio, in modo astuto, spiega la “minaccia” citando due documenti giovanpaolini: il primo è la lettera apostolica “Ecclesia Dei”, in cui Wojtyla metteva nero su bianco che ordinare vescovi senza il necessario via libera vaticano è un atto di “disobbedienza al Romano Pontefice in materia gravissima e di capitale importanza per l’unità della Chiesa” e che “tale disobbedienza – che porta con sé un rifiuto pratico del primato romano – costituisce un atto scismatico” che fa incorrere i responsabili “nella grave pena della scomunica. Il secondo documento citato è la Nota esplicativa del Pontificio consiglio per i Testi legislativi del 24 agosto 1996 che, en passant ma non troppo, rammenta che alla base dell’atto scismatico c’è una “radice dottrinale”.
Da parte lefebvriana si manifesta stupore, forse sconcerto: ma come?, dicono, per noi è una questione di sopravvivenza. Trentotto anni fa furono ordinati quattro vescovi, adesso ne restano in vita due e l’età avanza per tutti. Noi confermiamo obbedienza assoluta al Pontefice, siamo cattolici, eccetera. E poi l’aggiunta: avevamo chiesto udienza al Papa, due volte, ma lui non ci ha degnato neanche di rispondere. Più di così, cosa potevamo fare? Il quadro è dunque di facile lettura: se la Fraternità ha scelto di compiere il gran passo è a causa di uno “stato di necessità”. Senza vescovi, si muore. Tutto si è complicato quando don Davide Pagliarani, il Superiore generale, ha fatto sapere pubblicamente che lui aveva manifestato la volontà di incontrare Leone XIV già lo scorso agosto, ma che l’unica reazione dal Vaticano era stata quella del silenzio. Allora, mesi dopo, era stata spedita un’altra lettera, alla quale stavolta Roma rispondeva. Ma non come dalla Fraternità avrebbero sperato. Da qui la scelta, annunciata con largo anticipo tramite comunicato stampa, di procedere con le ordinazioni. Il Vaticano reagiva e si dichiarava disponibile ad avviare subito dei colloqui ai massimi livelli: da una parte don Pagliarani, dall’altra il prefetto del dicastero per la Dottrina della fede, il cardinale Víctor Manuel Fernández. Il quale metteva subito in chiaro le cose: parliamo, discutiamo, avviamo un percorso di dialogo teologico, con una metodologia chiara, “riguardo a temi che ancora non hanno avuto una sufficiente precisazione, come la differenza tra atto di fede e ‘religioso ossequio della mente e della volontà’, oppure i differenti gradi di adesione che richiedono i diversi testi del Concilio ecumenico Vaticano II e la sua interpretazione”. Il tutto finalizzato a portare alla luce “i minimi necessari per la piena comunione con la Chiesa cattolica e di conseguenza per delineare uno statuto canonico della Fraternità, insieme ad altri aspetti da approfondire ulteriormente”. Il problema, sempre il solito da decenni, è che da parte lefebvriana la disponibilità a dialogare è minima: si auspicano tavoli ma con scarsa – o nulla – intenzione di ammorbidirsi. Semmai è Roma che deve cedere, ammettere che lassù a Menzingen possano avere idee diverse. Dopotutto, lo stesso Lefebvre lo diceva nel 1987: “Noi non possiamo collaborare. E’ impossibile, perché noi lavoriamo nella direzione diametralmente opposta. Loro lavorano per la scristianizzazione della società, dell’essere umano e della Chiesa. E noi lavoriamo alla cristianizzazione. Roma ha perso la fede, Roma è nell’apostasia”. In realtà, solo un anno dopo Lefebvre pareva pronto a siglare un accordo con Ratzinger che avrebbe consentito l’ordinazione di un vescovo (uno solo). All’ultimo, il fondatore della Fraternità si tirò indietro.
A ogni modo, la clausola che Fernández metteva in calce alla sua proposta – l’avvertimento, cioè, che l’ordinazione senza mandato avrebbe comportato uno scisma con gravi conseguenze – è stata l’occasione per Pagliarani di dire no, grazie. “Non posso accettare, per onestà intellettuale e fedeltà sacerdotale, davanti a Dio e alle anime, la prospettiva e le finalità in nome delle quali il dicastero propone una ripresa del dialogo nel presente frangente; né, contestualmente, la procrastinazione della data del 1° luglio”, spiegava il Superiore generale. Il quale aggiungeva che “dopo un lungo silenzio, è solo nel momento in cui si evocano consacrazioni episcopali che si propone la ripresa di un dialogo, il quale appare dunque dilatorio e condizionato. Infatti, la mano tesa dell’apertura al dialogo si accompagna purtroppo a un’altra mano già pronta a comminare sanzioni. Si parla di rottura di comunione, di scisma e di ‘gravi conseguenze’. Inoltre, questa minaccia è ormai pubblica, il che crea una pressione difficilmente compatibile con un autentico desiderio di scambi fraterni e di dialogo costruttivo”.
E il Papa? Leone XIV ha parlato, davanti ai microfoni dei giornalisti che lo attendevano all’esterno di Villa Barberini, a Castel Gandolfo. “Sto considerando di fare un altro appello e dire ‘non fate questo, cerchiamo di vivere la comunione della Chiesa’. Ma è la loro scelta. Bisogna rendersi conto di ciò che significa per loro e per la Chiesa. Certamente, la divisione fra i cristiani è un punto doloroso. Però loro rifiutano di accettare alcuni elementi fondamentali della Chiesa, cominciando con diversi punti del Concilio Vaticano II. Se fanno quella scelta, mi dispiace. Ma noi dobbiamo andare avanti”. Niente incontro, dunque. Nessuna malleabilità né disponibilità a mediare ancora, a trattare, a negoziare. Non è come con Benedetto XVI, che arrivò pure a rimettere le scomuniche ai quattro ordinati nel 1988 – e dovette affrontare “una valanga di proteste”, “una discussione di una tale veemenza quale da molto tempo non si era più sperimentata” (parole sue). I vertici della Fraternità San Pio X hanno preso sottogamba Leone XIV. Pensavano che, dati i suoi costanti appelli all’unità e la sua mitezza, potessero in qualche modo forzare la mano, arrivando a ottenere persino il via libera all’ordinazione di nuovi presuli. Invece non solo è arrivato il no, ma il Pontefice non ha neppure risposto. Hanno sottovalutato un fatto: Robert Prevost è un agostiniano, è membro di una famiglia che ben ricorda la ferita inferta da un suo figlio, Martin Lutero, all’unità della Chiesa. E ogni volta che si paventa una frattura, uno scisma, non ci si mostra morbidi o comprensivi.
Che poi la comprensione ha dei limiti. Quando nel 2009 Benedetto XVI spiegò i motivi per cui aveva rimesso le scomuniche, sottolineò che trattavasi di un “gesto discreto di misericordia” e che se da un lato non si poteva escludere i sacerdoti lefebvriani “come rappresentanti di un gruppo marginale radicale, dalla ricerca della riconciliazione e dell’unità”, dall’altro dalla Fraternità “abbiamo sentito molte cose stonate – superbia e saccenteria, fissazione su unilateralismi”. Dopotutto, molti anni prima, Joseph Ratzinger confidava a Vittorio Messori in Rapporto sulla fede di non vedere “alcun futuro per una posizione che si ostina in un rifiuto di principio del Vaticano II. Infatti essa è in se stessa illogica. Punto di partenza di questa tendenza è infatti la più rigida fedeltà all’insegnamento, in particolare di Pio IX e di Pio X e, ancor più a fondo, del Vaticano I e la sua definizione del primato del Papa. Ma perché i Papi sino a Pio XII e non oltre? Forse che l’obbedienza alla Santa Sede è divisibile secondo le annate o secondo la consonanza di un insegnamento alle proprie convinzioni già stabilite?”.
Una delle risposte dei numerosi fan della Fraternità è che analoga durezza di Roma non viene mostrata nei confronti, ad esempio, dei vescovi tedeschi, che ogni giorno inventano qualcosa di nuovo pur di picconare l’Istituzione (l’ultima è la richiesta di far tenere le omelie ai laici). Proprio Ratzinger, nella conversazione con Messori, già lo spiegava negli anni Ottanta, quando osservava che “i due tipi di opposizione presentano caratteristiche molto differenti. Le deviazioni ‘a sinistra’ rappresentano senza dubbio una vasta corrente del pensiero e dell'iniziativa contemporanea nella Chiesa, tuttavia quasi da nessuna parte hanno trovato una forma comune giuridicamente definibile. Al contrario, il movimento dell’arcivescovo Lefebvre è probabilmente molto meno ampio dal punto di vista numerico, tuttavia è dotato di un ordinamento giuridico ben definito, di seminari, di istituzioni religiose”. Certo, quel che manca nella valutazione odierna da parte del Vaticano è un’indagine seria sulle cause che spingono parecchie persone, non solo sacerdoti ma anche fedeli, a guardare con interesse alla Fraternità. Il cardinale Fernández usa molto il legalese, cita documenti paragrafi e commi, ma si ferma lì. Benedetto XVI, nella sua già citata lettera all’episcopato mondiale del 2009 in cui spiegava le ragioni che l’avevano condotto a rimettere le scomuniche, elencava i numeri e si interrogava sul dopo: che ne sarà di loro se li lasciamo fuori dalla Chiesa? E non pensava agli immobili, alle case e alle strutture, ma alla vita eterna. La ragione per cui, oggi, si preferisce limitarsi all’analisi di superficie è perché Ratzinger era convinto che “simili situazioni così assurde hanno potuto reggere sino ad ora proprio nutrendosi dell’arbitrarietà e dell’imprudenza di certe interpretazioni postconciliari di segno opposto. E un ulteriore impegno a mostrare il volto vero del Concilio: così si potranno troncare queste proteste false”.
Davanti alla sua disponibilità, che come visto gli costò parecchio, si preferì chiudere la porta, impuntarsi e decidere che solo quel che proponevano loro era il Verbo. Un dialogo che di fatto non portò ad alcun avvicinamento. E anche con il Papa più permissivo, Francesco, che si mostrò assai disponibile nei confronti della Fraternità, consentendo ai suoi ministri di confessare e celebrare matrimoni, il dialogo non fece alcun passo in avanti. Pochi giorni fa, la San Pio X ha diffuso una Professione di fede assai articolata, composta da 154 paragrafi per ventotto pagine complessive. Se ci fosse qualche volontà dialogante, andrebbe cercata con il lanternino, specie dopo le parole di Leone a Castel Gandolfo. Un esempio su tutti, il paragrafo 145: “Riconosco in particolare che gli errori moderni rappresentano una minaccia temibile per l’intero ordine cattolico, e che la loro penetrazione nella vita della Chiesa, grazie al Concilio Vaticano II e alle riforme postconciliari, ha provocato una crisi di eccezionale gravità”. Su questi presupposti, è complicato sperare che il Papa possa ammorbidirsi. Ammesso che davvero l’intento lefebvriano sia questo. Roberto de Mattei ha scritto su Corrispondenza Romana che la questione è complessa e paradossale: “Se il principio dello stato di necessità fosse ammesso come criterio generale di azione, ogni vescovo che giudicasse la Chiesa attraversata da una crisi grave potrebbe sentirsi autorizzato, o persino moralmente obbligato, a consacrare altri vescovi senza mandato pontificio per assicurare la continuità della fede e dei sacramenti. La conseguenza sarebbe una proliferazione di giurisdizioni parallele e di episcopi vagantes dispersi nel mondo, con inevitabili effetti di frammentazione, disordine e confusione per gli stessi fedeli che si vorrebbero proteggere”. D’altro canto, “questo argomento, così fragile sul piano teologico e canonico, si presenta come il più forte sul piano pastorale. Mons. Lefebvre non era un teologo speculativo o un canonista, ma un missionario e un pastore d’anime. Il criterio decisivo, per lui, non era l’affermazione di un diritto proprio della Fraternità, ma il bisogno spirituale dei fedeli. Le consacrazioni dei vescovi nel 1988 vollero essere una risposta a questo appello delle anime”. Una situazione ingarbugliata che non può che essere risolta da “colui che ha il mandato divino di guidare la Chiesa e che la stessa Fraternità San Pio X riconosce come il legittimo Vicario di Cristo, il Papa, oggi regnante, Leone XIV. Nessuna vera e definitiva soluzione ai gravi problemi che affliggono il Corpo mistico di Cristo potrà essere trovata al di fuori del Romano Pontefice o contro di lui”.
Nell’attesa di un così alto pronunciamento, in Vaticano qualcuno scommette sull’ipotesi cui ha dato voce George Weigel su First Things: “Un eminente storico italiano ha osservato, riferendosi alle ordinazioni episcopali che la Fraternità intende celebrare e alle scomuniche che ne deriverebbero automaticamente, che ‘quanto accadrà a luglio non sarà la costruzione di un ponte, ma la creazione di un nuovo abisso tra [il mondo della San Pio X] e la Santa Sede’. E’ certamente vero. Tuttavia, ciò avverrà soltanto se gli oltre 700 sacerdoti, più di 200 seminaristi e le centinaia di migliaia di laici coinvolti nella Fraternità continueranno ad accettare passivamente, quasi in modo settario, l’eterodossia della sua dirigenza, la cui pretesa di essere gli unici veri cattolici è ciò che farà saltare i ponti ecclesiali e creerà i dolorosi abissi che ne seguiranno. Le persone che trovano nutrimento spirituale nei centri di messa della Fraternità San Pio X meritano di meglio”.