Il generale don Camillo Ruini che guidò la rivoluzione di Wojtyla

Da Loreto in poi, la missione fu quella di riportare la chiesa al centro del villaggio. Il suo cruccio era la "rilevanza". Questo pomeriggio, il Papa celebrerà i suoi funerali nella Basilica di San Pietro

18 GIU 26
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Camillo Ruini

Roma. “Un risultato l’ho ottenuto: quello di far capire che la Chiesa è importante per l’Italia. Si può essere d’accordo o non d’accordo, ma nessuno poteva dire che era qualcosa di irrilevante, che non contava nulla. E questo penso sia un obiettivo sempre da perseguire”. Di tutta l’epopea lunga quasi un quarto di secolo ai vertici della Cei, Camillo Ruini sottolineava sempre solo questo punto: aver rimesso la chiesa al centro del villaggio, bandendo la “opzione spirituale” fatta di rassegnazione e intimismo, di consapevolezza a tratti masochistica d’essere ormai una minoranza tra le tante, incapace di far sentire la propria voce e il proprio peso sulla scena pubblica, culturale innanzitutto. E avvertiva che questa non è una vittoria definitiva, ma un obiettivo che va sempre perseguito: come una pianta, va innaffiata. Altrimenti è rigogliosa per tre giorni, poi si secca e tutto il lavoro fatto prima è perduto. Camillo Ruini è stato dipinto come un Richelieu, come l’organizzatore di trame sotterranee per ricondurre la politica ai piedi della Chiesa. Chi l’ha conosciuto ricorda invece un prete emiliano che da giovane faceva l’assistente ai laureati cattolici e che nella vita ha tremato davvero solo una volta: quando Giovanni Paolo II lo fece vescovo. 
Ruini è stato un uomo pragmatico che parlava chiaro, senza il bisogno di ricorrere a metafore o a immagini celestiali per rappresentare il suo pensiero. Non era uomo dalle facili emozioni. Ma quella volta capì che la sua vita cambiava. Lui era convinto che sarebbe rimasto a Reggio Emilia e che poi, una volta andato in pensione, si sarebbe dedicato alla scrittura, una delle sue grandi passioni assieme ai giornali: “Leggo ogni giorno il Corriere della Sera e poi il Foglio”, disse quando realizzammo la serie di interviste sui grandi discorsi di Benedetto XVI, qualche anno fa. Invece, il Papa polacco cambiò tutto, progetti e ipotesi. Prima la chiamata alla segreteria generale della Cei, quindi la nomina a vicario generale di Roma e la promozione a capo dell’episcopato. Era il 1991, vi sarebbe rimasto per sedici anni. A Loreto, nel 1985, Giovanni Paolo II gli affidò la missione di ribaltare la Chiesa italiana, che lui voleva militante, presente, viva. Partì per la battaglia con i movimenti al seguito. Era la lotta al relativismo e alle incrostazioni del secolarismo che s’erano diffuse disordinatamente nel convulso post Concilio. Capì per primo che la stagione del partito unico dei cattolici era giunta alla naturale conclusione, certo favorita (o accelerata) dal tintinnar di manette. E non s’arrovellò nel cercare di rifondare qualcosa che riteneva morto e sepolto: “Ho difeso l’unità politica dei cattolici finché gli stessi ex democristiani hanno detto che era finita. Poi a quel punto ho gettato la spugna. Ma già allora avevo chiarissima l’idea, che ho tuttora, che quella fosse un’esperienza irripetibile, che se fosse finita non si sarebbe potuta riprodurre per una serie di fattori”, disse qualche anno fa. Ma se l’unità risultava anacronistica, bisognava giocare su un altro terreno, anticipando svolte e crisi: “Per avere rilevanza pubblica ora la via è la convergenza dei cattolici sui valori fondamentali. Questo è stato il nostro tentativo dal 1994 e ha avuto anche successo, ma è una cosa diversa da un partito politico, non ha l’ambizione di esserne un surrogato”. Nel vuoto che s’era venuto a determinarsi, spinse la Chiesa italiana e per un decennio vinse ogni battaglia, compresa quella referendaria. Era necessario presidiare il terreno: intervenendo al forum del Progetto culturale, nel dicembre del 2005, osservò che “bisogna superare, a livello pratico, lo stallo nato dalla contrapposizione tra i sostenitori e gli avversari del relativismo, affidandosi al libero confronto delle idee e rispettando gli esiti democratici pure quando non possiamo condividerli”. Insomma, si può vincere o perdere, pazienza. L’importante è essere parte della partita.
Non gli importava di venire deriso, attaccato dall’intellighenzia progressista (“La cultura è di sinistra, ma il paese è in buona parte di destra”, disse) o accusato d’ogni più torbida manovra ecclesiale o financo extraparlamentare: “Meglio irritanti che irrilevanti”, diceva il suo laico motto. Essere presenti e, appunto, rilevanti, era il suo cruccio. Anche per questo il pontificato di Francesco non lo scaldò troppo, ne coglieva gli aspetti positivi – il coraggio, l’insistenza sulla fraternità, l’aver dato rilevanza agli invisibili – ma non ne capiva gli orizzonti finali. A Firenze, nel 2015, Papa Bergoglio offrì un manifesto lucido che di fatto proponeva l’archiviazione del modello Loreto. Ruini sentiva parlare di sinodalità, nuovo mantra buono per ogni occasione, e storceva la bocca. Non perché non ne condividesse il principio, ma perché non comprendeva dove si volesse andare a parare. Lavorò a stretto contatto con Benedetto XVI, di cui apprezzava l’enorme sapienza teologica e meno la capacità di governo. Il “suo” Papa era però Giovanni Paolo e non solo perché gli svoltò la vita. In Wojtyla, Ruini vide il faro per illuminare una Chiesa ripiegata su se stessa dopo la stanca fase finale del pontificato di Paolo VI. Un uomo d’azione che “trovava in Dio l’energia interiore” per agire sul piano ecclesiale e mondiale. Alla fine del suo mandato da presidente della Cei disse no ai funerali in chiesa per Piergiorgio Welby e lui spiegò, anche molti anni dopo, la ragione di quella scelta: “Fino alla fine, ha perseverato lucidamente e consapevolmente nella volontà di porre termine alla propria vita: in quelle condizioni una decisione diversa sarebbe stata infatti per la Chiesa impossibile e contraddittoria, perché avrebbe legittimato un atteggiamento contrario alla legge di Dio”. Si prese insulti, reo d’avere un cuore duro e non misericordioso. Lui non tentennò. Altri, al suo posto, avrebbero soprasseduto e magari pronunciato perfino una melensa omelia che avrebbe soddisfatto tutti, tra convinti applausi. Era un conservatore, ma non tradizionalista. Non aveva particolare nostalgia per il vetus ordo e per il latino, anzi. Anche se chiedeva, però, rispetto per chi partecipava alle celebrazioni secondo il rito antico restando in comunione con il Papa. Ruini era un giovanpaolino, categoria terza rispetto alla classica divisione fra progressisti e conservatori. Nel Conclave del 2005 si racconta che fosse l’opzione di riserva nel caso Ratzinger non avesse fatto breccia nell’urna e che fu Martini a sbarrargli la strada, preferendo il prefetto del Sant’Uffizio. Chissà.
Un anno fa, al Conclave seguìto alla morte di Francesco, lui fu in un certo senso protagonista. Non poté entrare in Sistina per ragioni anagrafiche, ma partecipò alle congregazioni generali, seduto in prima fila. “Servirà un Papa buono, profondamente credente, dotato di attitudine nelle questioni di governo, capace di affrontare una fase internazionale delicatissima e molto pericolosa. E servirà un Papa caritatevole. Caritatevole anche nella gestione della Chiesa”, disse. Propositi che si riassumevano in un concetto che poi, altri suoi confratelli, riferirono più volte: “Restituire la Chiesa ai cattolici”. Un mese dopo l’elezione di Prevost, fu ricevuto in udienza. Dalla foto ufficiale, a dispetto della fragilità fisica, si capisce subito che Ruini era sempre lo stesso: il Papa seduto sulla sedia e lui davanti, in carrozzina. Con un foglio pieno di appunti. Si era preparato con rigore. Quel che è certo è che, una volta uscito dal colloquio, era entusiasta e da quel momento ha sempre lodato Leone XIV, “il Papa che ridarà unità alla Chiesa” e che oggi celebrerà i suoi funerali all’Altare della Cattedra in San Pietro. Negli ultimi anni, rifletteva spesso sulla morte. Niente immagini metafisiche, ma tanto – ancora – pragmatismo, come quando confessò ad Antonio Polito: “Sono un tipo realista. Diciamo che quel pensiero si è fatto per me esistenzialmente rilevante. Un po’ di paura ce l’ho, ma insomma, è Lui che ci ha amati per primo. C’è da fidarsi”.