Camillo Ruini ha saputo incalzare, “prove me wrong”, un occidente in decadenza e vincente

Era una personalità modernissima, un illuminista cristiano legato all’idea che l’anima senza il corpo soffre, anche in paradiso dove deve sentirsi come “un pinguino all’equatore”


17 GIU 26
Ultimo aggiornamento: 18:10
Immagine di Camillo Ruini ha saputo incalzare, “prove me wrong”, un occidente in decadenza e vincente

Foto Ansa

Camillo Ruini aveva uno sguardo amico e pastorale, anche allegro e parrocchiale, ma una mente culturale, da antropologo, da storico, da filosofo classico, con una punta perfino di affilato e ambiguo materialismo, da conoscitore esperto di umanità. Francesco Cossiga scherzava, ciò che gli capitava spesso, quando diceva litigando che sembrava un perfetto vicesegretario regionale della Democrazia cristiana. Non scherzano, perché non conoscono quest’arte, quanti lo relegano nella cosiddetta “era berlusconiana” o insistono sul suo profilo presunto di attivista della destra ecclesiale, magari oscurantista e reazionaria per la difesa dei princìpi non negoziabili. Stupidaggini. Ruini era una personalità modernissima, un illuminista cristiano legato all’idea che l’anima senza il corpo soffre, anche in paradiso dove deve sentirsi come “un pinguino all’equatore”, sublime immagine postdantesca consegnata ad Antonio Polito in una conversazione sulla morte con il Corriere della Sera. Calcolatore astuto, nella funzione di emissario papale nel corso del lungo ciclo giovanpaolino e ratzingeriano, quella sì un’epoca storica mai più vista dai tempi di Pio IX, Ruini considerava la politica, quando era chiamato a maneggiarne le premesse e le conseguenze, una variante sorniona dell’amicizia e un tosto affare di inimicizia da dipanare con saggezza.
A partire da Ruini e dal suo “Progetto culturale”, che era l’apertura al laicato intellettuale in funzione della ricerca di una risposta rilevante della chiesa cattolica ai drammi del contemporaneo, si legge con intensità e curiosità, altro che oscurantismo, il succo etico di quello che ci affligge e ci tormenta nel tempo nostro. Ruini condusse l’ultima grande guerra culturale contro il transumanesimo o transumanismo tecnologico, quando mise in discussione con un referendum cocciutamente vinto, in cui impegnò con inaudita forza politica la virtù pastorale della chiesa, poi sconfitta dalle oscillazioni della fortuna, le questioni dell’identità biologica, della vita, del genere e infine della sessualità e dell’amore. Intuiva con largo anticipo quella che poi con malagrazia e senza sfumature diventerà la faccenda abusata e abusiva della decadenza dell’Europa, il dilagare dei populismi ultraconservatori, degli integralismi Maga, la nozione avanguardista e futurista di un vecchio mondo incapace di salvaguardare e riformulare le sue radici naturali e cristiane e perciò da sequestrare interamente nel perimetro dell’intelligenza artificiale. “Prove me wrong” fu la sua parola d’ordine ardita forte e chiara quando per mesi si discusse con toni roventi dello statuto dell’embrione umano. Mobilitò risorse e persone, fece le prove generali di una rivoluzione del ruolo della chiesa che non poteva prendere consistenza per le tante ragioni su cui poi a lungo ha riflettuto, rassegnandosi di buon grado, con sfacciato gusto della perseveranza, alla dialettica prevostiana della riconciliazione interna.
Questo Ruini qui, un intellettuale di Dio, di specie rara e di enorme, madornale sostanza, viveva da anni nel Seminario Minore sul Gianicolo, assistito da una austera e dolce perpetua, la Pierina, che lo riempiva di pillole e di strudel, quello amato gargantuescamente da Wojtyla, ed era sempre disposto all’accoglienza e alla chiacchiera politica anche postuma a sé stessa, anche vana, ma salace e prudente.
Ai tempi d’oro mi chiese gentilmente di presentare il libro del papa su Cristo nella navata centrale di San Giovanni in Laterano, proprio davanti alla famosa e grandiosa cattedra di Pietro, quel San Giovanni che era casa sua di vicario e che per tanto tempo fu una centrale di idee e di manovre. Sapeva, e si vedeva, che un pensiero realista e ostile alla decadenza europea e occidentale, un pensiero culturale preventivo che ci avrebbe risparmiato forse (se inverato) tante amene oscenità, era destinato a infrangersi contro lo scoglio dell’opinione e delle nuove abitudini. Ma era dei paraggi di Reggio Emilia, don Camillo, un tipo formidabile e irriducibile.