Ricordate lo choc per i bambini sepolti nei collegi cattolici in Canada? Era tutto falso

Il Globe and Mail, importante quotidiano canadese che seguì il caso, fa autocritica, ammettendo di non aver esercitato “sufficiente spirito critico nelle prime fasi della storia” e riconoscendo che il dovere del giornalismo è anche quello di “verificare affermazioni che riguardano ingiustizie storiche reali e documentate”

3 GIU 26
Ultimo aggiornamento: 15:02
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Papa Francesco durante il suo viaggio in Canada (Associated Press)

Roma. Esattamente cinque anni fa, un gruppo indigeno canadese della Columbia britannica convocava la stampa per una comunicazione di assoluto rilievo per la vita nazionale: nei terreni che circondavano la Kamloops Indian Residential School, uno dei più grandi collegi cattolici nella storia del paese, chiuso nel 1969, erano stati ritrovati i resti di 215 bambini indigeni. Il ritrovamento era stato reso possibile dalle esplorazioni di un georadar. L’allora premier Justin Trudeau chiamò a raccolta pure lui i giornalisti, e “da cattolico” si espresse contro la Chiesa, per le posizioni da essa assunte “ora e negli ultimi anni”. Siccome lo choc nazionale era enorme e s’iniziava già a profanare chiese e cimiteri cattolici (un centinaio hanno subìto vandalizzazioni di vario tipo, incendi compresi), sul banco degli imputati veniva portato addirittura Papa Francesco: già nel 2017, ricordava Trudeau, gli erano state chieste “scuse formali”, anche per i quattromila studenti morti di “malattie o malnutrizione”. Francesco, al termine dell’Angelus domenicale del 6 giugno, fidandosi dei georadar della Columbia, manifestò la propria “vicinanza al popolo canadese, traumatizzato dalla scioccante notizia”. Aggiungeva, Bergoglio, che “la triste scoperta accresce ulteriormente la consapevolezza dei dolori e delle sofferenze del passato”. Peccato che non fosse vero. Perfino il Globe and Mail, importante quotidiano canadese che per anni seguì la vicenda e non certo posizionandosi sul lato dei dubbiosi, l’ha riconosciuto con un editoriale in cui sottolinea che “non ci può essere riconciliazione senza verità”
Già due anni fa, dopo anni di carotaggi e scavi e di condanne previe alla Chiesa, gli esperti si mostrarono molto cauti. I geologi parlarono di “irregolarità del terreno” e l’antropologa Sarah Beaulieu, fra i primi a intervenire sul campo, non parlava più di bambini sotterrati ma di “probabili sepolture”, aggiungendo però che quel che si vedeva poteva essere solo un “movimento delle radici”. Chi poteva saperlo! Neanche un osso era stato trovato. Intanto sui muri delle chiese comparivano scritte infamanti: “Colonizzatori”, “assassini”, “se fai del male e/o uccidi dei bambini dovresti essere bruciato vivo”. Trudeau condannava i gesti e i roghi ma in parte li giustificava: era la voce del popolo, che esprimeva così la sua rabbia. Hanno rivoltato la terra ovunque, nei dintorni delle chiese e delle scuole cattoliche, anche dove (come nei pressi della Shubenacadie Residential School) si dava per certa la presenza di ben sedici cadaveri. Niente. In Alberta, nei terreni del Charles Camsell Hospital, hanno scavato trentaquattro volte. Invano. Il danno però era fatto. Nel 2022 il Papa si recò in Canada e parlò di “genocidio culturale”, riferendosi alla pratica ottocentesca e in parte novecentesca di togliere i bambini alle comunità indigene per avviarli a un processo di assimilazione. Famosa divenne la foto del Papa sulla sedia a rotelle mentre pregava in silenzio sulle rive del lago Sant’Anna. Oggi il Globe and Mail fa autocritica, ammettendo di non aver esercitato “sufficiente spirito critico nelle prime fasi della storia” e riconoscendo che il dovere del giornalismo è anche quello di “verificare affermazioni che riguardano ingiustizie storiche reali e documentate”. Prosegue l’editoriale: “Il fatto che siano stati commessi crimini contro i bambini indigeni nelle scuole residenziali per molti decenni non convalida automaticamente le affermazioni secondo cui centinaia di studenti sono stati sepolti in tombe non contrassegnate a Kamloops e in altre scuole residenziali”. Questa “è un’affermazione fuori portata, che richiede prove”. Che, dopo cinque anni di ricerche, non ci sono.
Matteo Matzuzzi