Il grande problema dell’islam è che non punta più sullo spirito, ma sull’identità

“Assistiamo al crollo di una cultura religiosa”, dice lo scrittore iraniano Kermani. Il cristianesimo non sta meglio, risponde il cattolico Mosebach. Dialogo

2 GIU 26
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Martin Mosebach e Navid Kermani (Foto Ansa)

Pubblichiamo ampi stralci del dialogo fra lo scrittore cattolico tedesco Martin Mosebach e lo scrittore musulmano iraniano Navid Kermani sul tema “Cristianesimo e islam, ritorno alle origini”. Il testo, nella sua traduzione italiana curata da Lorenzo Fazzini, è contenuto nell’ultimo numero della rivista Vita e Pensiero (2/2026).
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Dottor Mosebach, il suo collega scrittore e amico Navid Kermani ha scritto una potente meditazione sul cristianesimo in un libro intitolato “Lo stupore e la bellezza. Meraviglia e seduzione dell’arte cristiana” (Marsilio), nel quale tratta i temi della bellezza e della sensualità – ma anche del mistero – del cristianesimo attraverso capolavori come quelli di Botticelli e di Caravaggio. Serviva un musulmano per mostrare ai cristiani quanto è affascinante la loro fede?
Martin Mosebach: “Parrebbe così, sfortunatamente. Il cristiano medio non sa più nulla della propria religione. Le sue conoscenze religiose sono come fuoriuscite dalla sua persona come quando ci si rompe una borsa. E così accade che uno come Navid Kermani possiede un vantaggio: è un musulmano. Può far sì che l’effetto delle immagini dei capolavori da lei citati lo colpiscano molto intensamente, perché in un certo senso non hanno niente a che fare con lui”.
Navid Kermani: “Non avrei mai scritto un libro simile sull’islam. Inevitabilmente sarei caduto in un tono pietistico. Posso entusiasmar mi solo dell’altro, di quello che mi è estraneo. L’amore per le proprie cose – che si tratti di cultura, religione o anche della propria persona – è espresso attraverso la critica. L’amore per l’altro può essere molto più gratuito, senza riserve”.
Lei teme che questo grande entusiasmo possa essere non veritiero verso la sua fede?
Kermani: “Esattamente l’opposto. Attraverso il mio incontro con il cristianesimo sono arrivato a conoscere alcuni aspetti dell’islam che non avevo mai compreso nella loro vera e reale profondità”.
Per esempio?
Kermani: “Più mi entusiasmo alle opere d’arte cristiane, più sento il fascino della tradizione senza immagini dell’islam. E più chiese visito, più chiaramente comprendo la struttura di una moschea: a differenza di una chiesa, nella quale il cammino porta la persona all’altare perché Dio è presente lì, in una moschea non esiste un centro, perché Dio è presente ovunque. Non importa dove uno si siede in una moschea, si vede la cupola allo stesso modo da ogni parte – così come uno vede il paradiso”.
Lei scrive: “A Roma sono diventato invidioso del cristianesimo”.
Kermani: “Prima di trascorrere un anno a Roma, ero cosciente che il cristianesimo fosse qualcosa di buono, di eticamente valido, ma non qualcosa di stupendo. Cresciuto in una città tipicamente protestante, spesso ho pensato: ‘I cristiani sono bravi, ma perché i loro servizi religiosi sono così noiosi?’. A Roma ho scoperto il senso di quanto fosse antica la tradizione cattolica, ho compreso che il divino non significa qualcosa che cade dal cielo, ma che trascende la memoria di ciascuno; ho realizzato che i rituali, le forme e le preghiere hanno un’origine che dovremmo indagare ma che nessuna ricerca può veramente e in pienezza analizzare. Sfortunatamente, viviamo in un tempo in cui sia la tradizione cattolica che quella islamica si sono come infrante; e questo non è solo un fatto spiacevole, ma anche pericoloso perché le tradizioni che si rompono in mille pezzi spesso ritornano su se stesse come fondamentalismo, talvolta come fatti reazionari, e quindi possono sfociare nella violenza”.
Ma il ritorno alle fonti è esattamente quello che il fondamentalismo pretende di fare.
Kermani: “Sì, ma nel volerlo fare, per così dire ‘salta’ la tradizione. Si ribella decisamente contro la tradizione nella misura in cui pretende di ritornare a un inizio originario”.
Allora, non si dovrebbe permettere semplicemente che le tradizioni vengano abbattute?
Kermani: "La tradizione non può restare viva in modo artificiale. Dove essa ancora esiste, allora la si può rispettare, proteggere e rinnovare. La tradizione è la mediazione della rivelazione divina attraverso le generazioni; è più di quello che un individuo può conoscere e immaginare da solo. Ma oggi ogni aspetto deve essere consonante con la no stra ragione umana e solitamente non consideriamo il fatto che questa ragione, come ogni altra ragione umana prima di noi, è condizionata dal dato cronologico. La religione dovrebbe essere come noi voglia mo che sia, dovrebbe pronunciare le parole che noi già pensiamo, dovrebbe essere compatibile con il nostro tempo. Ma la reale essenza della religione non è compatibile con il nostro tempo, e in realtà con nessuna epoca. Gesù, ovviamente, non era pacificamente compatibile con il proprio tempo”.
Mosebach: “In occidente si crede, sia tra i cristiani sia tra gli atei, che la religione dovrebbe diventare una sorta di filantropia e rispetto dei diritti umani. Ma il cristianesimo non vuole proporre soluzioni per superare le difficoltà sociali; vuole condurre la singola persona alla presenza del Dio vivente”.
Perché persiste ancora in maniera ostinata uno stereotipo antimoderno dell’islam?
Kermani: “Perché tanti musulmani oggi interpretano l’islam in modo antimoderno. E perché non hanno nessuna idea della loro tradizione teologica. Basta trascorrere solo cinque minuti con quelli che tengono il Corano in mano sui marciapiedi: la loro conoscenza è limitata ad alcune parole-chiave e alle regole, che maneggiano come un manuale. Non hanno idea che il Corano non è un libro ma una performance liturgica con sue proprie regole; e non hanno idea che dai tempi del primo musulmano fino al XX secolo esso venne più cantato che letto. Non hanno neppure cognizione del fatto che si prende in giro ogni atteggiamento tradizionale verso il Corano quando lo si distribuisce sui marciapiedi delle strade, come fosse una normale brochure pubblicitaria. Se i loro genitori sono ancora pii e credenti, dovrebbero sapere che in un’abitazione di persone musulmane il Corano è tenuto nel posto più alto della casa, avvolto in tessuti preziosi, e toccato solo con la più grande riverenza, a volte addirittura solo indossando dei guanti. Per i musulmani è la Parola di Dio, ma con loro finisce per es sere l’ennesimo rifiuto a lato della strada. Queste persone riducono un testo altamente poetico, in un arabo linguisticamente complesso, con rime a ogni verso, semplicemente a un testo legale su cui si possono fare ricerche come con Google usando parole-chiave.
Il giornalista Jürgen Todenhöfer ha affermato: ‘Quello che mi spinge verso il Medio oriente è l’odio che l’occidente ha per il mondo musul mano, quest’odio ingiustificato’. Come vi spiegate il panico che molti europei sentono verso l’islamizzazione dell’occidente?
Mosebach: “Questo avviene mentre nell’Europa occidentale la religione cristiana è diventata praticamente invisibile. Ha nascosto la testa sotto la sabbia e si mostra il più possibile assimilata. I vescovi continuamente enfatizzano il fatto che la Chiesa vorrebbe dare un contributo a questo o a quello, ma non hanno più la forza di determinare il modo in cui le persone dovrebbero orientare la propria vita. L’opinione pubblica è spaventata da una religione che esige che le persone si lascino “afferrare” da essa. Con una fede simile si tornerebbe a qualcosa che si credeva completamente abbandonato”.
Può essere che le società secolari siano inconsciamente invidiose di queste persone, dal momento che esse vivono più seriamente la loro religione in cui hanno trovato un’identità?
Mosebach: “Forse. Noi sentiamo questa forza religiosa nelle persone che vengono nel nostro paese e che rafforzano il nostro comportamento timoroso. Penso che la parola ‘islamofobia’ indichi meno una paura dell’islam quanto invece la paura della religione in sé. Noi parliamo continuamente di tolleranza, ma in realtà siamo indifferenti. Ma la tolleranza significa che uno tollera qualcosa che pensa sia falso”.
Kermani: “Tollerare qualcosa che uno ritiene sia vero è facile”.
Quale è la più grande incomprensione sull’islam diffusa nel mondo occidentale?
Kermani: “L’impressione che tutti i musulmani siano strettamente religiosi. Noto che nel vostro parlare voi date per scontato che il mondo musulmano sia radicato profondamente nella religione. Se solo fosse così”.
Mosebach: “Ma io credo che nelle terre musulmane che ho visitato ho osservato un forte senso di unità sotto l’insegna della religione, per esempio durante il Ramadan o l’Eid al Adha (la rottura del digiuno, NdT)”.
Kermani: “I segni esterni di appartenenza all’islam sono decisamente aumentati negli ultimi venti o trent’anni, in tutto il mondo arabo: veli alle donne, Ramadan, proibizione dell’alcol. Ma ho dubbi sul fatto che la gente nel proprio cuore creda di più. Se c’è una pressione esterna, spesso ha a che fare più con l’identità che con la spiritualità”.
Mosebach: “Ciononostante, è decisamente impressionante quando il ritmo di un’intera città cambia per trenta giorni”.
Kermani: “In Iran non è così”.
Mosebach: “Neppure oggi?”
Kermani: “Per niente. Ricerche empiriche confermano che in Iran molte meno persone osservano i comandamenti religiosi rispetto a quanto avviene in Turchia. Quando una religione agisce come uno Stato, essa viene naturalmente identificata con tutte le inadeguatezze e crimini possibili di quest’ultimo, dalla corruzione alla tortura. Fra i molti malintesi riguardo all’islam, il più notevole è quello per cui si pensa che stia sperimentando una rinascita. Quello cui stiamo assistendo è il completo crollo di una cultura religiosa. Ciò che stiamo sperimentando sono gli spasmi di qualcuno tormentato, che si sta buttando via, forse anche di un malato terminale. I terroristi non sono solo un’espressione di forza, ma di una colossale debolezza dell’islam nel nostro tempo”.