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Rubio e il Papa, la fragile tregua dopo la tempesta
Il segretario di stato americano va in udienza dal Papa (che prima aveva ricevuto il polacco Tusk e il cardinale ribelle Marx) e rinnovano l’impegno “per coltivare buone relazioni bilaterali”. Un po’ pochino, dopo gli strali di Trump
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7 MAY 26
Ultimo aggiornamento: 04:52 PM

Papa Leone XIV e Marco Rubio
Una mattinata che non sembrava finire più, quella di Papa Leone XIV. Udienze l’una dopo l’altra e tutte di rilievo. Forse quella più importante (e inattesa) è stata la prima, quella concessa al cardinale Reinhard Marx, al centro del caso relativo all’adozione di un vademecum per la benedizione delle coppie omosessuali che il Papa ha deplorato nella conversazione con i giornalisti ad alta quota, anche perché s’è scoperto che il nein era già stato riferito ai vescovi tedeschi un anno e mezzo fa via lettera firmata dall’eminentissimo prefetto custode della fede, Víctor Manuel Fernández. Come spesso accade, sul Reno hanno ignorato i moniti romani. Dopo Marx, è entrato il premier polacco Donald Tusk, con il quale si è discusso sì di Polonia (“è stato espresso compiacimento per le buone relazioni tra la Santa Sede e la Polonia. Ci si è quindi soffermati sul quadro sociale ed economico del paese, nonché sui rapporti tra la Chiesa locale e lo stato, specialmente in ambito educativo e in merito a temi etici”), ma anche di politica internazionale. Soprattutto, si è parlato di Ucraina e del “ruolo della Polonia nell’ambito dell’Unione europea”. Quindi, dopo i vescovi di Niger e Burkina Faso giunti in visita a Roma, ecco l’incontro a lungo atteso, quello con il segretario di stato americano Marco Rubio. Sorrisi, strette di mano e poi quarantacinque minuti di conversazione a porte chiuse. E’ la seconda volta che si incontrano in poco meno di un anno. I comunicati ufficiali sono più o meno sulla stessa linea, divergendo solo per gli accenti posti sull’uno o sull’altro punto. A ogni modo, i primi a parlare sono stati gli americani: l’incontro è stato proficuo e positivo. “Si è discusso della situazione in medio oriente e di temi di interesse comune nell’emisfero occidentale”. Quindi, è stato confermato “il forte rapporto tra gli Stati Uniti e la Santa Sede e il loro impegno condiviso per promuovere la pace e la dignità umana”. Con i vertici della Segreteria di stato, si sono approfondite le “priorità condivise”.
Il Vaticano – che ha diramato il comunicato solo a metà pomeriggio, tre ore dopo che Rubio aveva lasciato il Palazzo – osserva che “è stato rinnovato il comune impegno per coltivare buone relazioni bilaterali tra la Santa Sede e gli Stati Uniti d’America. Vi è stato poi uno scambio di vedute sulla situazione regionale e internazionale, con particolare attenzione ai paesi segnati dalla guerra, da tensioni politiche e da difficili situazioni umanitarie, nonché sulla necessità di lavorare instancabilmente in favore della pace”. A tal proposito, il Papa ha regalato all’ospite una penna in legno d’ulivo: “E’ la pianta della pace”, ha detto. Oltre a questo e allo “scambio di vedute” (che è una terminologia ambigua che non trasmette proprio l’idea di una piena condivisione di quanto discusso) si è parlato anche degli attacchi di Donald Trump e di J. D. Vance sferrati a varie riprese contro Leone XIV. Lo aveva anticipato il cardinale Pietro Parolin, il giorno prima: “Si parlerà di tutto quello che è successo in questi giorni. Non potremmo non toccare questi argomenti”. Anche perché, aveva aggiunto, attaccare il Papa “in questa maniera o rimproverare quello che fa mi pare un po’ strano, perlomeno”.
Basterà per evitare che d’ora in poi il vescovo di Roma diventi il punching ball di Trump nelle sue annoiate serate passate su Truth o al telefono con qualche tv locale? Improbabile. Di certo, Rubio ha visto crescere la sua aura di profilo moderato dell’Amministrazione, involontariamente incaricato (forse) di ricucire i rapporti con Roma che, come diceva lo stesso Parolin, restano forti a prescindere da tutto. Almeno a livello di umana cortesia, visto che sui temi specifici, compresi quelli trattati nelle due udienze di questa mattina, paradossalmente è meno in linea con la posizione della Santa Sede di quanto lo sia l’altro cattolico, Vance, che di attaccare Teheran non aveva alcuna voglia. Tra i due la competizione è anche per accaparrarsi il voto, storicamente ballerino e indeciso, dell’elettorato cattolico. Trump, nel novembre del 2024, riuscì a portarlo dalla sua parte dopo decenni di vittorie democratiche. Ora pare che l’aver pubblicamente messo nel mirino il Papa non gli abbia giovato. I due che aspirano a prenderne il posto alla Casa Bianca nel 2028 si stanno organizzando. Con un occhio a Roma e uno ai sondaggi, anche in vista delle elezioni di metà mandato. Intanto, per ricordare il primo anniversario dall’elezione, domani il Papa sarà a Pompei e Napoli.
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Friulsardo, è nato nel 1986. Laureato in politica internazionale e diplomazia a Padova con tesi su turchi e americani, è stato arbitro di calcio. Al Foglio dal 2011, si occupa di Chiesa, Papi, religioni e libri. Scrittore prediletto: Joseph Roth (ma va bene qualunque cosa relativa alla finis Austriae). È caporedattore dal 2020.