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La Bibbia, questa sconosciuta
Trump che declama la Bibbia, Hegseth che cita “Pulp fiction”. Quanti errori fra i discepoli della Sola scriptura tanto cara a Lutero. Ma i cattolici sono messi pure peggio: al Decalogo preferiscono “Imagine” di John Lennon
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25 APR 26
Ultimo aggiornamento: 08:39 AM

La famiglia Simpson alle prese con la Bibbia
A forza di recitare Salmi al Pentagono e di cercarne ogni volta di nuovi per motivare militi e folle astanti (o collegate in streaming), può capitare di scambiare “Pulp Fiction” per il Libro dei Libri. Strano per un protestante, che alla Sola scriptura dovrebbe essere formato in modo sublime e perfetto. Ma si sa, non tutti gli studenti si applicano al meglio. Chissà cosa avrebbe detto Papa Francesco se avesse potuto assistere allo spettacolo: lui che raccomandava di leggere ogni giorno un passo dei Vangeli, anche sul telefonino, così da avere la Parola di Dio sempre in tasca. A Pete Hegseth non possono bastare le croci di Gerusalemme tatuate con il Deus vult per farne una sorta di novello Ezechiele, capace di vedere la distesa di ossa secche e di ridar loro la carne e la fierezza perduta. Reinterpretando il passo biblico, ça va sans dire, come lo stimolo perché l’America torni a splendere come faro posto sulla collina. Non è andata meglio con Donald Trump, coinvolto nella lettura continua della Bibbia: il testo sacro poggiato sulla scrivania (almeno stavolta non era al contrario), lui intento a declamare i versetti tratti dal Secondo libro delle Cronache con lo sguardo fisso sul gobbo davanti. La pastora Paula White, la consigliera secondo cui il presidente è un dono di Dio – almeno così le avrebbe confermato lo Spirito santo, dice – si sarà emozionata, convinta che sul pianeta non vi è nessun altro come The Donald che possa essere paragonato a Gesù Cristo: calunniato, crocifisso e comunque alla fine vittorioso (sì, ha detto anche questo, in un pranzo pre pasquale alla Casa Bianca).
Nella diatriba di queste settimane con i vertici della Chiesa cattolica, dagli Stati Uniti è tutto un proliferare di citazioni bibliche e di rimandi ai Padri della Chiesa. La guerra è giusta perché così c’è scritto nell’Antico Testamento. Ed è giusta perché sant’Agostino ha previsto che in qualche caso è moralmente lecito fare piazza pulita dei nemici per dare al mondo la pace perduta. I cattolici, perlopiù, strabuzzano gli occhi, si mostrano indignati. Vedono nell’interpretazione letterale dei brani biblici una follia, spiegano che in realtà quel versetto voleva dire altro, che il tutto va circoscritto nel contesto specifico, in quel che il tal profeta intendeva dire, nel messaggio che si proponeva di veicolare. Niente da fare: i protestanti rivendicano, nella lettura della Bibbia, una superiorità rispetto ai “papisti”. Loro sanno, gli altri no.
Non è che abbiano tutti i torti, va detto: loro la Bibbia la leggono per davvero, almeno la sfogliano. Saranno pure protestanti “moderni”, figli del loro tempo, ma insomma: sanno che per Martin Lutero “un semplice laico armato con le Scritture è più grande del più coraggioso Papa senza di essa”. L’unica autorità infallibile è il testo sacro. Non i dogmi romani o i verba papali. E la Tradizione poi, con il carico di dottrine e prassi, per carità del Cielo: giammai. Basta il Libro. Che ogni buon americano tiene in casa e che fino a qualche anno fa si trovava sui comodini dei più sgangherati motel sulla Route 66, magari con le copertine bisunte di olio, ketchup e irrorate con qualche goccia di mediocre bourbon. Perfino nei “Simpson” è immancabile la lavagna fuori dalla Chiesa di Springfield con indicati i passi della domenica, stabiliti dall’improbabile reverendo Lovejoy. I cattolici arrancano: probabilmente è il volume più presente nelle loro case, infilato in qualche libreria e tolto dallo scaffale solo quando serve passare lo straccio per rimuovere la polvere depositata. Qualche anno fa, una ricerca rilevò che il 75 per cento degli italiani possiede in casa una copia della Bibbia: siamo messi meglio di spagnoli, francesi, russi e olandesi. E peggio di polacchi, tedeschi, inglesi e americani. Il problema è che meno del trenta per cento di connazionali l’ha aperta almeno una volta nel corso di un anno. Il cattolico, si dice, la Scrittura la sente in chiesa e solo lì, a messa. La sente proclamare dall’ambone o dal leggio, sovente da lettori che – lo si coglie al volo – neanche sanno quel che stanno leggendo. Tra accenti sbagliati (che sono indicati sul testo, eppure è capitato di udire un orrido Emmàus infilato in una Preghiera dei fedeli), nomi storpiati, parole saltate e sostituite da buffi scherzi della mente. Il risultato è che il più delle volte uno pensa ad altro, alla lista della spesa, al posticipo serale di Serie A, al lunedì che incombe con le sue pene. Se poi la riflessione sui testi appena letti è affidata a interminabili prediche dove s’infila dentro di tutto, dalle lamentele del prete di turno su chi non si vede mai in parrocchia – lamentela immancabilmente fatta ai pochi eroi che in parrocchia ci vanno – a ragionamenti astrusi sull’etimologia greca o ebraica di qualche parola presente nei Vangeli, il dato è tratto: l’unico momento per sentire la Bibbia diventa una pena.
Il Concilio, quando si mise a discutere di liturgia e ad approntare il novus ordo, ebbe la sacrosanta idea di allargare la fruizione delle Scritture. Più spazio per la lettura e la conseguente meditazione, così “da far aumentare sempre più nei fedeli quella fame d’ascoltare la parola del Signore”, come scrisse Paolo VI nella costituzione apostolica Missale Romanum del 1969. Benedetto XVI, più pragmaticamente, disse che ciò andava benissimo, anche se un allargamento del bacino cui attingere le letture avrebbe dovuto comportare anche una migliore preparazione del sacerdote nel relativo commento. Conosceva i suoi polli. Ma insomma, il punto fondamentale era quello sancito dalla Dei Verbum conciliare: “E’ necessario che i fedeli abbiano largo accesso alla sacra Scrittura. (…) Poiché, però, la parola di Dio deve essere a disposizione di tutti in ogni tempo, la Chiesa cura con materna sollecitudine che si facciano traduzioni appropriate e corrette nelle varie lingue, di preferenza a partire dai testi originali dei sacri libri. Se, per una ragione di opportunità e col consenso dell'autorità della Chiesa, queste saranno fatte in collaborazione con i fratelli separati, potranno essere usate da tutti i cristiani”. Propositi rimasti perlopiù sulla carta. Leone XIV, in un’udienza generale, ha spiegato che “una corretta interpretazione dei testi sacri non può prescindere dall’ambiente storico in cui essi sono maturati e dalle forme letterarie utilizzate; anzi, la rinuncia allo studio delle parole umane di cui Dio si è servito rischia di sfociare in letture fondamentaliste o spiritualiste della Scrittura, che ne tradiscono il significato”.
I cattolici usano nella loro quotidianità espressioni tratte dall’Antico e dal Nuovo Testamento, senza neanche accorgersene. Parlano della “pazienza di Giobbe”, avvertono che “chi semina vento, raccoglie tempesta”, ripetono assai spesso il pilatesco “lavarsene le mani”. Non si rendono conto quasi mai che stanno attingendo a quella che Goethe definì “la lingua materna d’Europa”. Scriveva anni fa il cardinale Gianfranco Ravasi che “la Bibbia è stata il grande codice della cultura, in particolare dell’arte, e dell’immaginario popolare ma è stata anche la presentazione di una fede che unisce in sé trascendenza e immanenza. L’arte ha cercato di cogliere la carnalità, cioè la storicità di quella rivelazione, ora esaltandola, ora trasformandola, ma ha anche saputo quasi sempre salvaguardarne la dimensione di segno, di mistero, di infinito e di eterno”. Si tentò di portare la Bibbia nelle case degli italiani. E fu la tv privata (Fininvest, poi Mediaset), con il domenicale “Le frontiere dello spirito”. Dal 1984 al 2017, per trentatré anni, una rubrica di nicchia ma con un pubblico fedelissimo istruiva sulle Sacre Scritture. C’era proprio Ravasi, dal 1988, a commentare i testi: li passò in rassegna tutti, dalla Genesi all’Apocalisse. E i testi venivano sovente letti da grandi attori: Giorgio Albertazzi, Mariangela Melato, Ottavia Piccolo, Pamela Villoresi, Chiara Muti, Gerard Depardieu. Un programma raffinato, assai più valido di tanti contenitori “religiosi” che si perdono in chiacchiere e storie strappalacrime. Si sa, in quest’epoca funziona di più l’empatia e la commozione che la riflessione sulle lenticchie di Esaù o sul travaglio di Saulo che divenne Paolo.
Ai protestanti d’America questo non serve: alle trasmissioni di nicchia un po’ chic della domenica mattina preferiscono i predicatori radiofonici o i raduni dove si suggella l’alleanza tra la Gerusalemme celeste e la bianca Washington. Niente di nuovo rispetto allo spirito americano, ma declinato secondo canoni assai più rabbiosi e identitari. Trump che uscendo da una chiesa, anni fa, brandiva la Bibbia come fosse un qualche trofeo di caccia, a favor di telecamere. Deputati locali che agitano le croci alla stregua di tessere del tifoso, selfie (ma qui sono i cattolici molto orgogliosi della propria appartenenza religiosa) con la cenere sulla fronte per mostrare al mondo sui propri canali social che è iniziata la Quaresima. L’antica anima puritana diluita in un mondo un po’ più ignorante. Tutto è precipitato nell’arco di qualche decennio, da quando Martin Luther King conduceva le sue battaglie citando le Scritture. “I protestanti americani erano ancora in grado di comprendere, a differenza di oggi, il senso che il libro dell’Esodo aveva per i neri d’America, così come il messaggio delle lettere di san Paolo che per ‘l’uomo nuovo’ rigenerato nello spirito non c’è più ‘né giudeo né greco, né padrone né schiavo, né uomo né donna’ (Gal 3, 28)”, diceva al Foglio qualche anno fa il professor Joshua Mitchell, della Georgetown University. “Con questo – aggiungeva – san Paolo intendeva anche dire che, senza questa rigenerazione nello spirito, gli uomini non sono altro che un aggregato di tribù in lotta tra loro e ognuna al proprio interno. Gli americani capivano ciò che questo significava. Se volevano essere cristiani, dovevano smettere di essere tribali. Non potevano più, per usare il linguaggio odierno, invocare le loro ‘identità’ e accontentarsi di fare quello. Proprio perché erano cristiani, l’eguaglianza era importante. Il reverendo King parlava di eguaglianza ricorrendo ai passi delle scritture cristiane, e i credenti praticanti, sia bianchi sia neri, capivano la sua lingua”. Di questo, oggi, non è rimasto quasi nulla: “Le confessioni protestanti un tempo maggioritarie sono a tutti gli effetti crollate – uno sviluppo cominciato in modo serio quando i soldati tornarono dalla Seconda guerra mondiale con la loro fede scossa, se non distrutta. Dopo la fine della guerra del Vietnam, gli americani, demoralizzati, cominciarono ad abbandonare le loro chiese in grandi numeri. Oggi la pratica religiosa declina di anno in anno e la maggioranza degli americani dichiara di non aderire ad alcuna confessione. Nemmeno la Chiesa cattolica se la passa bene”. E di Bibbia si parla sempre meno, in famiglia e perfino in chiesa. Il Texas sta pensando di appendere nelle aule scolastiche le tavole della legge che Dio dettò a Mosè, i dieci comandamenti. “Un documento storico”, precisa chi ha preso e difeso tale decisione: “Non è catechismo”.
Alle nostre latitudini, invece, non si dibatte del Decalogo. Molto più modestamente, ci sono i ribelli che contestano ai vescovi la decisione di non far parlare “amici e parenti” ai funerali (in chiesa) e di proibire che, tra l’offertorio e la consacrazione, cori più o meno improvvisati intonino “Imagine” di John Lennon. “Vergogna!”, si grida: “La Chiesa torna al Medioevo”. Servirebbe qualcuno, anche senza Bibbia alla mano, che spiegasse a questi cattolici del Terzo millennio, sovente ignoranti, che “Imagine” sarà pure bella e commovente, ma teorizza un mondo senza più religioni. Forse cantarla in chiesa è un po’ troppo.
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Friulsardo, è nato nel 1986. Laureato in politica internazionale e diplomazia a Padova con tesi su turchi e americani, è stato arbitro di calcio. Al Foglio dal 2011, si occupa di Chiesa, Papi, religioni e libri. Scrittore prediletto: Joseph Roth (ma va bene qualunque cosa relativa alla finis Austriae). È caporedattore dal 2020.