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Che Dio benedica l'America. O forse è meglio di no?
Una nazione lacerata tra fazioni che si combattono brandendo la fede come un’arma identitaria. Tra Salmi recitati al Pentagono, paragoni biblici e nostalgia per le antiche Crociate. Il discorso della pastora Paula White dedicato a Trump: “Lei è stato tradito, arrestato e falsamente accusato. Come il nostro Signore e Salvatore”. Una china pericolosa
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18 APR 26

Donald Trump in preghiera, con Bibbia in mano, davanti ai fotografi
"Benedetto sia il Signore, mia roccia, che addestra le mie mani alla guerra e le mie dita alla battaglia”. Non è un passo della Scrittura letto in qualche celebrazione della Settimana santa, ma è il Salmo 144 recitato dal segretario alla Guerra, Pete Hegseth, durante un briefing per dare conto degli sviluppi circa il conflitto contro l’Iran, qualche settimana fa. Il Salmo deve piacergli molto, visto che l’aveva già citato lo scorso gennaio, in quell’occasione parlando del Venezuela post Maduro. L’operazione lampo su Caracas fu definita come “una missione voluta da Dio” e Hegseth disse d’aver pregato intensamente mentre ne venivano definiti i dettagli e pure durante il blitz, suggerendo a tutti i soldati di pregare allo stesso modo, in maniera tale che il grido salisse svelto al Cielo e tutto potesse andare bene. “Questo è il Salmo che pregherò nei giorni precedenti, che pregherò il giorno stesso, la notte stessa sui nostri guerrieri mentre portano a termine questa incredibile missione. Mentre quegli elicotteri stavano arrivando, l’unica cosa che potevo fare era chinare il capo e pregare. Cosa puoi fare se non chinare il capo in silenzio e in preghiera al nostro Signore e Salvatore per la protezione, per la provvidenza di quei guerrieri straordinari che fanno cose che la maggior parte degli americani non può nemmeno immaginare? … Questa mattina voglio ringraziare Dio per aver risposto ed essere stato con i nostri guerrieri in quella missione, nella sua esecuzione, ed essere stato con i leader nel loro discernimento”. Dio-con-noi, o meglio, Dio-solo-con-noi. E’ l’interpretazione radicale del sermone di John Winthrop, il puritano che genialmente coniò il mito fondativo americano, quello della City upon a Hill, la città sulla collina che illumina il mondo sottostante. La nuova Gerusalemme, benedetta da Dio e fondata sulla Sua legge. Certo, anche Ronald Reagan rilanciò l’immagine, ma insomma, non certo brandendo la croce di Cristo prima di chiedere a Gorbaciov di tirare giù il Muro o di sparare un missile sulla Tripoli gheddafiana.
Hegseth, invece, pare sicuro di quel che dice, di essere una sorta di profeta che dà attuazione al disegno divino che vede nell’America il nucleo di un mondo nuovo, benedetto, santo e puro. Il centro che deve bonificare e “salvare” chiunque, ovunque dimorino le tenebre. Pete Hegseth interpreta tutto ciò come una missione da portare avanti con lo spirito del crociato. Non a caso nel 2020 scrisse American Crusade, sostenendo che chiunque condivida il benessere della civiltà occidentale dovrebbe ringraziare un crociato. Per ricordarselo, se l’è pure tatuato: la croce di Gerusalemme, la frase in latino Deus vult a testimonianza del “grido di battaglia dei cavalieri cristiani mentre marciavano verso Gerusalemme”.
Ma Hegseth ci crede davvero? Davvero l’Amministrazione americana teorizza il “mandato divino” per giustificare le proprie azioni? Il filosofo cattolico Edward Feser, fieramente cattolico e conservatore e quindi non accusabile di partigianeria nemica della galassia trumpiana, dice al Foglio che “dipende di quali funzionari stiamo parlando. Nel caso di Hegseth, immagino che creda sinceramente che la sua retorica eccessivamente bellicosa sia in linea con la morale cristiana. Lui e persone come l’ambasciatore in Israele Mike Huckabee e il senatore Ted Cruz, sembra che credano sinceramente che il sostegno alla politica israeliana sia richiesto dalle Scritture. Questi errori teologici sono pericolosi, e lo sono doppiamente nella misura in cui sono creduti sinceramente. Tuttavia, nel caso del presidente Trump, non credo nemmeno per un momento che prenda sul serio queste affermazioni religiose. Penso che, nel suo caso, ogni riferimento o appello religioso sia semplice opportunismo politico. E’ vero che la sua retorica è diventata pericolosamente estrema nelle ultime settimane, ma non credo che ciò abbia a che fare con convinzioni teologiche. Ha piuttosto a che fare con la sua egomania, che è sempre stata un fattore centrale ma che nell’ultimo anno è davvero sfuggita al controllo”. Tra le motivazioni date a giustificazione della guerra contro Teheran, Hegseth ha detto che gli Stati Uniti stanno combattendo “fanatici religiosi che cercano una capacità nucleare per provocare una sorta di Armageddon religioso”.
Durante il briefing in cui si raccontava l’esfiltrazione del pilota caduto in Iran e salvato dalle forze speciali, il titolare del Pentagono disse che il caccia F-15 “è stato abbattuto in un venerdì, il Venerdì Santo, il pilota si è nascosto in una grotta per tutto il sabato e ha lasciato l’Iran mentre il sole della domenica di Pasqua stava sorgendo. Dio è buono”. Insomma, il Triduo sulle alture dell’antica Persia con il povero pilota trasfigurato in Gesù Cristo che – compresa la discesa agli Inferi in terra infedele – risorge proprio il giorno di Pasqua. L’ordinario militare, mons. Timothy Broglio, che fino allo scorso autunno era il presidente della Conferenza episcopale degli Stati Uniti, deve aver provato un qualche imbarazzo nel rispondere a chi gli chiedeva della narrazione biblica del segretario della Guerra. “Penso che sia difficile lanciare questa guerra come qualcosa che sarebbe sponsorizzato dal Signore”, ha detto. Gli fa eco Edward Feser: “Chiunque pensi che le avventure militari di Trump possano essere giustificate facendo riferimento alle Crociate o ad altri episodi della storia cristiana vive in una fantasia. Nel loro momento migliore, le Crociate furono motivate da fini legittimi, come la difesa dei pellegrini cristiani in Terra Santa, ed erano autorizzate da un’autorità legittima, cioè quella dei Papi nell’esercizio del loro potere temporale. Ma anche allora, purtroppo, nella pratica si mescolarono spesso gravi abusi. Le Crociate furono una realtà complessa. Ma anche se non lo fossero state, non ne segue che la guerra contro l’Iran sia legittima. Limitarsi a dire ‘E le Crociate?’ non dimostra nulla. Ogni guerra deve essere valutata nei propri termini alla luce dei criteri della guerra giusta. E la guerra in Iran chiaramente non soddisfa diversi criteri. Per esempio, una condizione perché una guerra sia giusta è che abbia una prospettiva realistica di successo. Un’altra è che non produca mali ancora peggiori di quelli che dovrebbe rimediare. Ora, per soddisfare queste condizioni, chi propone una guerra deve avere un obiettivo chiaramente definito, poiché non si può essere certi del successo senza un’idea chiara di cosa significhi ‘successo’. Devono anche valutare attentamente le varie conseguenze dell’andare in guerra – effetti sulle popolazioni civili, impatti economici e così via. E’ evidente che l’Amministrazione Trump non ha fatto nulla di tutto ciò. La giustificazione della guerra è cambiata continuamente. Il presidente sembra aver davvero creduto che sarebbe durata solo pochi giorni. La chiusura dello Stretto di Hormuz, e i gravi effetti sull’economia mondiale, chiaramente non erano stati previsti. E così via. Questa guerra è stata chiaramente improvvisata. E una guerra condotta in modo così sconsiderato e irresponsabile non può essere giusta, così come non sarebbe giustificabile eseguire un intervento chirurgico o costruire una casa senza le competenze e la pianificazione necessarie. La retorica religiosa e moralistica a cui spesso ricorrono i difensori della guerra suscita un entusiasmo cieco che impedisce di vedere che la guerra non soddisfa nemmeno il requisito della competenza di base”.
Una posizione che non è isolata a destra, nel vasto campo dei vescovi conservatori. Perché anche questo è un miracolo compiuto dai Maga al governo: incredibilmente, sono riusciti a compattare un episcopato che era diviso su quasi tutto, che non più tardi di un anno fa pubblicava due o più comunicati ufficiali per dar conto di tutte le posizioni sul terreno sui temi all’ordine del giorno. Adesso, dalla migrazione all’uso della fede, quelli che incrollabilmente seguono la Casa Bianca sono una ridotta abbastanza sguarnita, forse imbarazzata. R. R. Reno, direttore della più autorevole rivista cattolica conservatrice First Things, ha scritto che “Trump e i suoi collaboratori devono porre fine alla loro retorica esagerata e irresponsabile”: “Ciò che diciamo conta. E conta anche il modo in cui lo diciamo. Questo è particolarmente vero in tempi di guerra, quando la posta morale è alta. Per questo mi preoccupa la retorica annientatrice proveniente dalla Casa Bianca. Intorpidisce le nostre anime e corrode la nostra sensibilità morale”. Il problema, sottolineato da Reno, è che la situazione sta sfuggendo di mano anche a quanti teorizzavano che le sparate del presidente avessero un fine ben chiaro (almeno a lui), fondato sulle basi dell’ideologia Maga. Invece, “una retorica politica accesa, ormai comune sia a sinistra che a destra, incoraggia gli animi più instabili a considerare il ricorso alla violenza politica. Quei pochi il cui senso morale è già offuscato vengono ulteriormente degradati. E tutti noi ne veniamo contaminati”.
Lo si è visto a settembre, quando Charlie Kirk è stato ammazzato mentre dialogava con gli studenti in un campus universitario dello Utah. Non che sia una particolare stranezza: la storia americana è piena di leader – istituzionali, morali o sociali – eliminati in momenti clou della storia. Da Abraham Lincoln a Martin Luther King, solo per fare due nomi. Il fatto è che la morte violenta di Kirk è stata “idealizzata” come se a morire fosse stato Cristo o un profeta. I funerali nello stadio, con tanto di enormi croci, rosari tesi quasi fossero baionette, sermoni imbevuti di misticismo scritturale. “Stasera con noi c’è un ospite speciale, non annunciato nel programma. E’ Dio, che ha guidato la vita di Charlie e ora ci chiede di seguire il suo esempio”, disse dal palco il pastore Rob McCoy. Robert Kennedy jr, segretario alla Salute, vide in quel giovane influencer la reincarnazione di Gesù. Dopotutto, disse, “è morto a trentuno anni e anche lui ha cambiato la storia”. Ma fu il vicepresidente J.D. Vance, che in quel mondo si è costruito la carriera, a cogliere il punto essenziale: “Questo non è un funerale, è una rinascita nel nome dei valori cristiani”. Un funerale, benché senza il morto, trasformato in un’orgogliosa rivendicazione di appartenenza all’America, quella fondata su valori molto europei: Dio, patria, famiglia. In guerra, la retorica indisciplinata, diventa meno controllabile.
Ha scritto ancora Reno: “Con l’aumentare della tensione del conflitto, siamo inclini alla sete di sangue. La nostra visione morale può restringersi troppo facilmente. Nella nostra epoca tecnologica, le macchine da guerra sono diventate straordinariamente distruttive. Non è necessario evocare lo spettro delle armi nucleari. Quasi centomila persone furono uccise in un periodo di due giorni quando gli aerei da guerra americani bombardarono Tokyo con bombe incendiarie nel marzo 1945. Fin dall’inizio della guerra contro l’Iran, l’Amministrazione Trump ha fatto uso di una retorica estrema e sanguinaria. I suoi funzionari immaginano di intimidire i nemici dell’America e di ispirare il popolo americano. Si sbagliano. La loro retorica di guerra, in particolare le dichiarazioni eclatanti sull’eliminazione di intere civiltà dalla faccia della terra, degrada il popolo americano e ottunde le nostre coscienze”. R.R. Reno non è certo un “propagandista liberal” attivo su qualche account social antitrumpiano. E sono in molti, tra gli intellettuali conservatori, ad aver drizzato le antenne davanti alla Donroe, la “dottrina Donald”, come è stata ribattezzata prendendo ispirazione a quella del presidente Monroe. Robert P. George, filosofo del diritto a Princeton, ha scritto che “non vedo alcun modo di interpretare la ‘previsione’ del presidente Trump secondo cui ‘un’intera civiltà morirà stanotte’ se non come una minaccia di ordinare alle forze militari di commettere crimini contro i civili. Se emetterà un tale ordine, sarà dovere dei leader militari rifiutarsi di obbedire”. George già da tempo segnala la china pericolosa che la nuova destra americana sta prendendo, soprattutto denunciandone le insidie antisemite (si è dimesso dal board della Heritage Foundation).
Dall’America first si è passati a guerreggiare da un capo all’altro del pianeta, rovesciando i potenti dai troni e minacciando gli alleati di trattarli allo stesso modo dei più sanguinari criminali presenti sul pianeta. La “voglia” di prendersi la Groenlandia è stata in questo senso uno spartiacque. Mons. Broglio ha spiegato che i militari cui fosse richiesto di partire all’assalto dell’isola danese avrebbero avuto valide ragioni per rifiutare l’ordine, opponendo questioni di coscienza. “Nel caso della Groenlandia, l’obiettivo è apertamente espansionistico: assicurare nuovi territori agli Stati Uniti. Cosa dovrebbe pensare un cristiano di tutto questo?”, si domandava Feser. Un interrogativo non banale, visto che a porselo è una personalità che ritiene che la parabola liberale sia giunta alla sua fine naturale. Peter Leithart, conservatore pure lui anche se protestante, è convinto che “il vecchio ordine liberale, sia nelle sue forme realiste sia idealiste, si è logorato e deve essere demolito. Ma ciò lascia il mondo, soprattutto la superpotenza militare mondiale, in un pericolo morale: riconosciamo dei limiti, o ci convinciamo che la guerra sia giustificata finché viene avviata da un presidente ‘intelligente’, il cui unico limite riconosciuto è la propria bussola morale? Non woke non è uno standard per lo ius in bello. Non vogliamo essere una superpotenza che si compiace dell’uccisione altrui, senza freni né coscienza”. Più cauto è George Weigel, biografo di Giovanni Paolo II e punta di diamante del neoconservatorismo intellettuale. Sul Washington Post ha biasimato i toni usati da Trump contro il Pontefice, ma ha altresì mostrato perplessità sulla reazione di Leone XIV, che rischia di essere strumentalizzata e di fare il gioco di chi vorrebbe farne l’anti Trump. Uno scenario apocalittico, soprattutto per le conseguenze nel dibattito americano. Meglio sarebbe, secondo Weigel, sviluppare un dibattito serio sulla guerra giusta, lasciando da parte l’ideologia e partendo dalla distinzione tra il giudizio morale e la decisione politica. Altrimenti, ognuno non potrà che restare sulle proprie posizioni.
Che i commentatori liberal siano ben prodighi di analisi nel constatare che la coalizione che ha portato Donald Trump di nuovo alla Casa Bianca si stia sfaldando, è ovvio. Meno che sia il côté intellettuale che, da destra, pose le basi culturali alla scalata di un uomo che con candore ha ammesso di non aver mai letto la Bibbia, salvo poi aggiungere un dubitativo “forse”. Dopotutto, sarebbe bastata la foto in cui agitava il testo sacro al contrario per essere rafforzati nelle proprie convinzioni. Certo, le scene della preghiera collettiva nello Studio ovale con la pastora Paula White possono suscitare il sorriso, così come l’accorata manifestazione di appartenenza religiosa della portavoce Karoline Leavitt, con i suoi crocifissi dai vari formati esibiti come marchio distintivo. E pure gli “amen” che si sentono gridare dalle stanze della Casa Bianca tra un briefing e l’altro. Ma sarebbe un errore limitarsi alla commiserazione o all’ironica valutazione di ciò. Quanto sta avvenendo è qualcosa di più profondo. Basti pensare a quanto la stessa White ha detto in un pranzo pre pasquale alla Casa Bianca, in occasione del quale ha fatto capire d’aver ricevuto dallo Spirito santo la certezza che Trump è un dono di Dio, per l’America e per il mondo: “Ho sentito di trasmettere il cuore di Dio per tutti noi, che siamo grati per il più grande campione della fede che abbiamo mai visto in un presidente. E la onoriamo per la sua coraggiosa e incrollabile convinzione e per la sua difesa della libertà religiosa, qui in America e in tutto il mondo”. Quindi, il paragone, l’ennesimo, con Cristo: “Gesù ha insegnato molte lezioni attraverso la sua morte, sepoltura e resurrezione. Ci ha mostrato che una grande leadership, una grande trasformazione, richiede un grande sacrificio. E, signor presidente, nessuno ha pagato il prezzo come lo ha pagato lei. Le è quasi costato la vita. E’ stato tradito, arrestato e falsamente accusato. E’ uno schema familiare che il nostro Signore e Salvatore ci ha mostrato. Ma non è finita lì per Lui, e non è finita lì per lei”. “Dio – ha aggiunto – ha sempre avuto un piano. Il terzo giorno è risorto, ha sconfitto il male, ha vinto la morte, l’inferno e la tomba. E poiché è risorto, sappiamo tutti che possiamo risorgere anche noi. E, signore, grazie alla Sua resurrezione, lei si è rialzato. Poiché Lui è stato vittorioso, lei è stato vittorioso”. Al di là della retorica sparsa tra una portata e l’altra, il punto centrale è l’affermazione della pastora secondo cui “la forza di una nazione passa attraverso Dio Onnipotente”. E siccome Dio Onnipotente avrebbe illuminato Trump, le conclusioni sono facilmente deducibili. “Amen”, così sia, ha non a caso detto il pastore battista Robert Jeffress lì presente per chiudere il sacro momento prandiale.
La retorica religiosa, sostiene Edward Feser, “è effettivamente più suscettibile di fare presa sugli evangelici che sui cattolici, ma anche in questo caso probabilmente più sugli attivisti, commentatori e persone molto presenti online che sulla persona media. Le persone nella vita reale, compreso l’evangelico medio, negli ultimi anni si sono preoccupate soprattutto di questioni economiche, immigrazione e simili. Non chiedevano la guerra. Pertanto, anche se reagiranno in certa misura alla retorica religiosa usata per giustificare la guerra, credo che siano soprattutto gli ideologi e i partigiani, che vivono in un mondo teorico, a esserne più influenzati. Se la guerra finisse domani, l’evangelico medio probabilmente lo accetterebbe senza problemi e passerebbe ad altro. Ma gli ideologi che da anni desiderano una guerra totale con l’Iran resterebbero delusi”. Sorprende un po’ che fra tutti gli elementi d’attrito potenziale con la Chiesa cattolica, e con il Papa di Roma, quello che ha fatto da detonatore sia stato proprio l’attacco all’Iran. Fino a quel momento, Leone XIV si era ben guardato dall’entrare a gamba tesa in quelle che J.D. Vance ha definito “le politiche pubbliche americane”. Auspicava la pace e il dialogo, senza un particolare target né politico o geografico: erano parole che valevano indistintamente per l’Ucraina, il vicino e medio oriente, il Sudan. Poi Trump ha pensato che fosse normale programmare l’eliminazione di un’intera civiltà in una notte e a quel punto il Pontefice ha parlato. Anche qui, senza condanne o scomuniche in senso lato: ha detto che è “inaccettabile”. E’ plausibile che nulla di tutto ciò, neanche la veglia di preghiera nella basilica vaticana, abbia tolto il sonno ai maggiorenti di stanza alla Casa Bianca.
Ben più problematica, ai loro occhi, è l’opposizione interna della crème de la crème cardinalizia, il trio Cupich-McElroy-Tobin che ha scelto da tempo di contrastare con ogni mezzo a disposizione – compresa la partecipazione alla storica trasmissione “60 Minutes” – l’agenda trumpiana. Proprio sull’operazione contro Teheran, tutti e tre hanno deplorato il richiamo alla guerra giusta, a loro dire totalmente infondato. E ancora di più ha sconvolto Trump il fatto che il Papa abbia ricevuto in udienza David Axelrod, lo stratega di Obama. Sui canali social filo Maga è iniziato subito il battage, ipotizzando un incontro a breve tra l’ex presidente democratico e il Pontefice nato a Chicago. In realtà, Axelrod è stato ricevuto per ragioni private e familiari, non certo per farsi latore di un’ambasceria di Obama. Il Papa usa Whatsapp: non ha bisogno di intermediari che vengano fino a Roma per proporre un incontro. E’ la sindrome dell’accerchiamento, insomma: nella concezione americana – e non solo repubblicana – il Papa è pur sempre un capo di stato straniero. Che sia un leader religioso viene dopo: il cattolico Biden non ha certo fatto entusiasmare Papa Francesco con il suo fermo e convinto sostegno alle pratiche abortive. Ma lo faceva perché lui era il presidente degli Stati Uniti prima ancora che un cattolico praticante. L’America è protestante per natura, nell’Ottocento venivano pubblicate caricature di Leone XIII infilato in un’urna elettorale con la tiara sul capo. Era il memento al popolo eletto: se i cattolici si prendono troppo spazio, diventeremo sudditi del Papa. Trump, con i suoi modi non da raffinato diplomatico, estremizza il tutto: se la pensi come me, sei mio alleato e andiamo d’accordo. Se mi critichi e critichi la politica degli Stati Uniti, sei un avversario, se non un nemico. Vale per Emmanuel Macron e Xi Jinping. E vale pure per il Vicario di Cristo in terra.
Sohrab Ahmari, commentatore conservatore iraniano-americano, ha scritto su che “il Papa ha imposto una scelta scomoda ai cattolici conservatori: schierarsi con i successori di Pietro, che hanno imposto limiti morali sempre più stringenti alla guerra? Oppure restare con un Partito Repubblicano che non può fare a meno delle guerre in Medio oriente, anche nella sua veste presumibilmente populista? Il problema più profondo dietro queste domande è: come dovrebbero i cattolici rapportarsi a un paese che è presumibilmente scettico (nel migliore dei casi) verso il cristianesimo apostolico o storico?”. Aggiungeva che “già negli anni Settanta, e soprattutto durante l’èra Reagan-Bush, i cattolici conservatori avevano dato una risposta a questo problema: fornivano giustificazioni cattoliche ‘colte’ alle politiche repubblicane, presentavano il cattolicesimo come compatibile con l’ordine americano di destra e cercavano persino di rimodellare il pensiero romano sull’immagine dell’America. L’impulso era comprensibile. Un secolo prima, la maggioranza protestante americana derideva la Chiesa cattolica per le sue liturgie ‘straniere’, diffidava del suo ragionamento non puramente biblico, intriso di filosofia pagana, e guardava con sospetto a un gruppo la cui lealtà ultima era verso un uomo ‘con un buffo cappello’ a Roma. All’epoca, l’Atlantic pubblicava editoriali in cui affermava apertamente che un ‘cattolico romano leale e coscienzioso non potrebbe mai essere presidente degli Stati Uniti, perché i cattolici sono prima di tutto soggetti al Papa’ (era il 1927, e il candidato era Al Smith)”. Ross Douthat, editorialista del New York Times, rispondendo ad Ahmari ha allargato il discorso, mettendo il dito nella piaga che gli pare essere assai purulenta: la confusione circa la guerra contro l’Iran. “Naturalmente alcuni repubblicani cattolici sostengono il presidente, ma esiste un neoconservatorismo cattolico falco che conta davvero in questo momento? Ci sono le risposte del vicepresidente al Papa, sì, ma un vicepresidente cattolico che cerca di difendere una guerra alla quale si è opposto privatamente e alla quale sta attualmente cercando di porre fine diplomaticamente sembra l’opposto di una tendenza da rilevante falco intellettuale”.
In ogni caso, lo scontro c’è. Tra due Americhe, tra due modi di intendere anche la propria fede. Secondo Joshua Mitchell, della Georgetown University, a dividere “la nazione in fazioni in lotta tra loro” è la politica dell’identità: “Nessuna nazione può sopportare a lungo una simile situazione”, dice al Foglio. “Come potete vedere voi, dall’Europa, le posizioni si stanno irrigidendo. Sia qui, sia lì nel vostro continente. Se ‘identità’ è l’unico linguaggio consentito, come la sinistra continua a sostenere, allora è solo questione di tempo prima che l’opposizione inizi a considerarsi un gruppo identitario anziché un insieme di cittadini impegnati a ricordarsi del principio E pluribus unum. La generazione di giovani uomini che sostiene Trump – prosegue Mitchell – e a cui è stato detto per tutta la vita di essere ‘tossica’, lo percepisce in modo acuto. La sinistra ha da tempo cercato di distruggere quegli uomini e loro stanno reagendo. Sono sia arrabbiati sia impauriti. E quando uomini in età da combattimento provano questi sentimenti, la pace diventa una speranza lontana”.
Ma ciò cui stiamo assistendo, la radicalizzazione del discorso pubblico con una base religiosa così forte e persistente, è la reazione alla stagione del wokismo radicale? Secondo Edward Feser, sì. “Il problema, però, è che questa risposta finisce solo per rafforzare la sinistra woke. Gli elettori indecisi che hanno reso possibile l’elezione di Trump erano disgustati dai fanatici di sinistra che promuovevano politiche insensate come la mutilazione dei bambini in nome dell’ideologia transgender, il definanziamento della polizia, una politica migratoria assimilabile a frontiere aperte, e così via. Gli elettori volevano un ritorno alla normalità. Invece, l’Amministrazione Trump ha sostituito una setta ideologica di sinistra con un culto della personalità di destra. E gli elettori indecisi ne sono disgustati tanto quanto lo erano dalla sinistra woke. E’ quindi molto probabile che puniscano i Repubblicani alle elezioni di metà mandato di questo autunno, e probabilmente anche alle prossime presidenziali se la situazione resterà così negativa. Ciò riporterebbe i Democratici al potere, permettendo loro di annullare le poche cose positive che Trump è riuscito a realizzare, come il ripristino del controllo delle frontiere”.
Intanto, ironia della sorte, il primo Papa americano della storia ha citato in un suo discorso la mitica City upon a Hill, la città sulla collina. L’ha fatto a Bamenda, in Camerun: “Guai, a chi piega le religioni e il nome stesso di Dio ai propri obiettivi militari, economici e politici, trascinando ciò che è santo in ciò che vi è di più sporco e tenebroso. Sì, cari fratelli e sorelle, voi affamati e assetati di giustizia, voi poveri, misericordiosi, miti e puri di cuore, voi che avete pianto siete la luce del mondo!. Bamenda, tu oggi sei la città sul monte, splendida agli occhi di tutti!”. Qualcuno, forse, pensava a Mar-a-lago.
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Friulsardo, è nato nel 1986. Laureato in politica internazionale e diplomazia a Padova con tesi su turchi e americani, è stato arbitro di calcio. Al Foglio dal 2011, si occupa di Chiesa, Papi, religioni e libri. Scrittore prediletto: Joseph Roth (ma va bene qualunque cosa relativa alla finis Austriae). È caporedattore dal 2020.