La fede nella libertà, tra l'esilio in Siberia e i campi di prigionia

"Ci si può solo rammaricare del modo in cui molti oggi comprendono la libertà. Per loro, libertà significa vivere senza alcuno standard morale. In realtà, la libertà è vivere nella verità". La persecuzione negli anni dell’Unione sovietica, la lotta e la speranza: “Celebravo  la messa segretamente”. Dialogo con il cardinale Sigitas Tamkevicius, arcivescovo emerito di Kaunas, in Lituania

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4 APR 26
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Il cardinale lituano Sigitas Tamkevicius, creato da Papa Francesco nel 2019

“Non è concesso al destino del mondo e della storia, alla mano irosa dello Stato, alla gloria o all’infamia della lotta, di trasformare coloro che hanno il nome di uomini. Qualsiasi cosa li attenda, la celebrità o la solitudine, essi potranno vivere da uomini e da uomini morire. Proprio in questo consiste per l’eternità l’amara vittoria umana su tutte le forze mostruose e disumane che ci sono state e ci saranno nel mondo”. (Vasilij Grossman, “Vita e destino”)
A Pasqua, e ancor di più nella Settimana santa, segnata da giorni in cui la Chiesa vive tra la cupezza del tradimento e la speranza della resurrezione, si pensa ai martiri. A coloro che in odio alla fede vengono minacciati, derisi, non di rado trucidati. Solo perché cristiani. Li si ricorda nelle Via Crucis, anche in quella al Colosseo, con il Papa. Martiri che sono tanti, “oggi più che nei primi secoli”, come disse Francesco. L’elenco è lungo, dalla Nigeria al vicino e medio oriente, fino al Nicaragua dove anche quest’anno tutte le manifestazioni religiose pubbliche sono state vietate dal regime di Daniel Ortega, quello che vorrebbe fondare una Chiesa “domestica”, nazionale, dove lui e la sua consorte sono i capi, i vicari di Cristo.
Non è solo il martirio con il coltello, ma anche quello più sofisticato, in guanti bianchi. Quello che limita le libertà, che proibisce perfino di pregare liberamente senza che qualche regime lo vieti o stabilisca quando e come ciò si può fare. Anche questa è persecuzione. Ne sa qualcosa il cardinale Sigitas Tamkevicius, gesuita, arcivescovo emerito di Kaunas, in Lituania, diocesi che ha servito da ordinario dal 1996 al 2015. Nel 2019, a sorpresa, quando era già ultraottantenne, Papa Francesco lo creò cardinale. Oggi che di primavere sulle spalle ne ha ottantasette, con il Foglio parla di libertà e testimonianza, di fede e speranza. Lui che è stato imprigionato, esiliato e torturato dal regime sovietico – che avrà mutato pure nome e bandiere e uomini, ma i cui metodi sono ben vivi anche oggi, mentre la guerra santa scatenata dal Cremlino punta a glorificare il Russkji Mir, il mondo russo – guarda la realtà odierna con gli occhi di chi ha visto un bel pezzo di storia del Novecento, quella più cupa di cui le generazioni più giovani, vissute nell’idillio di un occidente prospero e pacificato, non sanno nulla. Una storia che è utile ricordare, cedendo la parola ai testimoni.
“Le difficoltà dei cattolici lituani – dice il cardinale Tamkevicius – iniziarono quando la Lituania fu occupata dall’Unione sovietica. Il governo comunista considerava la Chiesa cattolica il suo principale nemico. Secondo documenti ufficiali del Kgb, tra il 1944 e il 1953 in Lituania furono arrestati 362 sacerdoti. Un vescovo fu fucilato, gli altri furono imprigionati; solo un vescovo, Kazimieras Paltarokas, rimase in carica. Dopo la morte di Stalin, la persecuzione si attenuò per un periodo, ma riprese quando il segretario del Partito Comunista Nikita Krusciov salì al potere. Ai sacerdoti fu vietato persino di insegnare il catechismo ai bambini, e coloro che disobbedivano venivano imprigionati. Solo cinque giovani all’anno potevano entrare nell’unico seminario per sacerdoti. I preti avevano due scelte: obbedire completamente alle leggi sovietiche oppure disobbedire, rischiando però di perdere la libertà”.
E lei? “Nel 1962 iniziai a svolgere il mio ministero sacerdotale, e la mia decisione di ignorare le leggi sovietiche che limitavano l’attività dei sacerdoti maturò rapidamente. Inoltre, maturò anche l’idea di lottare per la libertà religiosa. Nel 1972 iniziai a pubblicare clandestinamente la Cronaca della Chiesa cattolica lituana, nella quale inserivamo informazioni sulla persecuzione dei sacerdoti e dei credenti. Nel 1978, insieme ad altri quattro sacerdoti, fondammo il Comitato per la difesa dei diritti dei credenti e dei cattolici; scrivevamo documenti per chiedere la libertà religiosa. Come era prevedibile, tali attività portarono al mio arresto nel 1983”.
Quanto accadde dopo ricorda storie tante volte lette e rilette sui libri, che sembrano incredibili, se non fossero pura realtà: “Dopo l’arresto trascorsi mezzo anno in una prigione del Kgb. Il caso veniva preparato e il tribunale sovietico mi condannò a dieci anni di detenzione: sei anni in un campo a regime severo e quattro anni di esilio in Siberia. Scontai la pena nei campi degli Urali e della Mordovia, e poi fui esiliato in Siberia, nella regione di Tomsk. Furono anni difficili di prigionia, ma fui sostenuto dalla mia fede viva. Leggevo ogni giorno le Sacre Scritture, recitavo le parti del rosario e, quando potevo, celebravo segretamente la Santa messa. La comunione con Dio mi aiutò a non cedere”.
Si parlava della Cronaca della Chiesa cattolica lituana, pubblicazione clandestina che rivelava all’occidente cosa accadesse davvero nel paese sul Baltico. Operazione rischiosa e anche logisticamente (se si può così dire) complicata, dato il contesto. “Il governo comunista che perseguitava la Chiesa – ricorda il cardinale Tamkevicius – dichiarava al mondo occidentale libero che in Unione sovietica c’era piena libertà religiosa. Io e altri sacerdoti pensavamo che sarebbe stato importante far conoscere all’occidente la reale situazione della Chiesa nella Lituania occupata. Così maturò l’idea di pubblicare clandestinamente la Cronaca, che avrebbe raccolto tutti i fatti della persecuzione, e di farla arrivare in qualche modo oltrecortina. Qualcuno doveva assumersi questo compito pericoloso. Io ero un giovane idealista e decisi di farlo. Non era facile raccogliere il materiale per la Cronaca, perché tutto doveva essere fatto in segreto. Ancora più difficile era far arrivare i numeri preparati in occidente, poiché le autorità sovietiche controllavano rigidamente le frontiere. L’unico modo era farlo attraverso giornalisti stranieri accreditati a Mosca, con i quali entravano in contatto i nostri amici dissidenti moscoviti”.
Le conseguenze non tardarono: “I dattilografi e i distributori della Cronaca furono duramente perseguitati e processati, ma il pur potente Kgb non riuscì a fermarne la pubblicazione per diciassette anni. Il governo sovietico, non volendo che le informazioni sulla sua lotta contro la Chiesa raggiungessero l’occidente, fu costretto ad attenuare la repressione”.
Uno degli obiettivi del marxismo era creare un “uomo nuovo”, libero dai “pregiudizi” religiosi e formato secondo una visione materialista. Forse i pianificatori ignoravano il fatto che lo spirito umano (e le sue aspirazioni) non può essere limitato. Basterebbe leggere un qualunque scritto del Grossman disilluso dallo stalinismo. C’è mai stata solidarietà da parte delle guardie carcerarie o dei persecutori? Hanno mai avuto dubbi su ciò che stavano facendo? “In effetti, i marxisti cercarono in ogni modo di influenzare le persone, soprattutto i giovani attraverso l’educazione, per allontanarli dalla fede e far loro adottare una visione marxista. La lotta contro la fede arrecò i danni maggiori agli alunni e agli studenti, specialmente a quelli provenienti da famiglie in cui la fede era praticata debolmente. Non ho sperimentato solidarietà da parte delle guardie delle prigioni o dei campi. Solo dopo che la Lituania riacquistò la libertà, un ex ufficiale del Kgb si scusò per aver contribuito alla mia persecuzione”.
Anche oggi si parla molto di libertà. Se ne discute in televisione, sui social network e nelle strade. Sembra una parola abusata e banalizzata, il cui vero significato è poco compreso. Considerando la sua storia e il contesto in cui ha vissuto, che cosa significa per lei la libertà? A giudizio del cardinale, “ci si può solo rammaricare del modo in cui molti oggi comprendono la libertà. Per loro, libertà significa vivere senza alcuno standard morale. In realtà, la libertà è vivere nella verità. Gesù lo ha detto chiaramente: ‘La verità vi farà liberi’. Vivere nella verità a volte richiede molto da una persona, ma crea sempre armonia spirituale nel cuore. Anche quando ero in prigione, mi sentivo libero nello spirito. Al contrario, i persecutori della Chiesa sembravano liberi solo esteriormente, ma nello spirito erano schiavi di un sistema coercitivo fondato sulla menzogna”.
Cristiani trucidati in Africa, minacciati in Nicaragua, limitati nella libertà in Cina e Corea del nord. Testimoni del Vangelo le cui voci spesso non arrivano alle orecchie degli occidentali rinchiusi nella loro comfort zone. Anche nelle nostre parrocchie, preferiamo perderci in programmi pastorali, regolamenti e routine ci perdiamo la sostanza. Secondo il cardinale Tamkevicius, “ci sono stati martiri della fede in tutte le epoche, e negli ultimi tempi ancora di più. Si compie la profezia di Gesù: ‘Hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi’. I martiri di oggi ci interpellano sul modo in cui rispondiamo alla sofferenza dei nostri fratelli e sorelle. Possiamo ignorare la sofferenza degli innocenti, oppure mostrare solidarietà pregando e facendo conoscere la loro situazione. Ma non dobbiamo dimenticare la cosa più importante: noi stessi dobbiamo essere fedeli al Vangelo di Cristo al cento per cento”.
Impresa che può apparire ardua, soprattutto in questo particolare tempo. Ogni anno in Europa si diffondono rapporti sulla crescente insoddisfazione verso la religione tra le giovani generazioni. Certo, ci sono anche notizie positive: ad esempio, in Francia, Svezia e Norvegia i battesimi sono in aumento. Ma in generale non si tratta più di ateismo o agnosticismo; piuttosto, l’esistenza di Dio è diventata una questione del tutto indifferente. Il cardinale lituano ha vissuto in un ambiente in cui credere era pericoloso: e oggi, cos’è accaduto? E’ davvero tutta colpa della secolarizzazione, come facilmente e sbrigativamente si dice? “La mia risposta potrebbe non essere popolare, ma sono profondamente convinto che una vita facile, comoda e orientata al piacere sia la causa principale dell’allontanamento dalla fede. Questo riguarda tutti, non solo i giovani. Quando denaro, sesso e droga diventano idoli, allora non c’è spazio per Dio. Senza dubbio, i giovani sono fortemente influenzati da una cultura secolarizzata in cui rischiano di ‘annegare’. E un giovane felice è colui che ha una solida base di fede nella casa dei genitori. Se non ce l’ha, ci vuole quasi un miracolo per non perdersi nel flusso di informazioni dei media”.
Il discorso è ampio e si lega a quanto diceva Giovanni Paolo II. Stava per celebrarsi il Grande Giubileo del 2000 e lui affermò, in modo categorico, che nel Terzo millennio l’Europa “sarà cristiana oppure non sarà affatto”. Parlò di due polmoni con cui avrebbe dovuto respirare: quello occidentale e quello orientale. Era un tempo in cui si discuteva ancora di “radici cristiane”, tema oggi del tutto scomparso dal dibattito pubblico, anche da un mero piano culturale. Ma che cos’è una nazione, cioè un popolo, se perde il riferimento alle proprie radici, qualunque esse siano? “San Giovanni Paolo II disse una verità profonda, la cui realizzazione vediamo chiaramente oggi. Perdendo le sue radici cristiane, l’Europa inizia a perdere la comprensione della famiglia fondata su un uomo e una donna, della sessualità cristiana e di altri valori fondamentali. Quando le famiglie evitano consapevolmente di avere figli e si prendono cura dei cani, allora dovrebbero suonare tutti i campanelli d’allarme. Tuttavia, non vorrei concludere con una nota pessimistica. Un cristiano è una persona chiamata da Dio e non deve perdere la speranza. Prego Dio che una speranza inesauribile accompagni ogni credente, incoraggiandolo ad aderire sempre più al Signore e a camminare nella vita sulla via da Lui indicata”.