L'insostenibile neutralità del Vaticano sul Venezuela

Matteo Matzuzzi

Il cardinale Parolin rivendica la linea super partes mentre Maduro blocca l'arrivo degli aiuti umanitari. I vescovi locali chiudono al negoziato col caudillo: “Non si tratta”

Roma. Il segretario di stato vaticano, cardinale Pietro Parolin, ha illustrato la linea della Santa Sede sul Venezuela: non si sta con nessuno, né con il caudillo Nicolás Maduro né con il suo oppositore, Juan Guaidó. “Neutralità positiva”, la chiama Parolin, spiegando che “non è l’atteggiamento di chi si mette alla finestra e sta a guardare quello che succede, quasi indifferente a quello che succede, ma è l’atteggiamento di chi sta sopra le parti per cercare di superare la conflittualità”. Prudenza assoluta, insomma, in attesa che qualcosa si muova. Il Papa aveva detto che spetta alle parti fare la prima mossa, e solo allora Roma potrà fare la sua parte mediando o facilitando una via d’uscita alla crisi, che è sì politica ma soprattutto umanitaria (negli ospedali la gente muore per sciocchezze perché mancano medicinali, non perché nelle corsie dei reparti sono entrati i marine dei gringos americani). Maduro si era fatto subito avanti, mandando una lettera a Francesco – “Non l’ho letta”, aveva subito detto Bergoglio ai giornalisti che l’interpellavano in merito –  e cercando così di guadagnare tempo, cosa che – stando a quanto dichiarato dai vescovi venezuelani – è una sua abitudine. Una mossa già vista in passato e servita all’erede di Hugo Chávez per mantenersi ben saldo al potere. Il dialogo, ha detto il cardinale Baltazar Porras, amministratore apostolico di Caracas, “non è possibile. Si tratterebbe di sedersi attorno a un tavolo con un foglio in bianco. Per far parlare le parti? Ma mi domando, parlare su cosa? Parlare senza un’agenda è già accaduto in passato. Si è trattato sempre di una beffa ed è necessario usare questa parola”. 

  

Maduro punta ora sul registro drammatico, appellandosi al “vero spirito cristiano del Papa” e supplicandolo di non far finire il popolo venezuelano “come i trentamila desaparecidos argentini”. Dal canto suo, Guaidó – a differenza di quanto riportato dalla grancassa mediatica internazionale – non ha mai chiesto la mediazione della Santa Sede, limitandosi a lanciare un appello affinché “tutti quelli che possono aiutarci, come il Papa e le diplomazie” pongano fine “all’usurpazione” da parte del líder bolivariano. Nel frattempo, venivano diffuse le immagini dei blocchi stradali organizzati dai governativi che impediscono l’ingresso nel paese degli aiuti umanitari. “Le autorità ascoltino la voce del popolo, che sta chiedendo l’arrivo degli aiuti e la necessità di un cambiamento”, ha detto all’agenzia Sir mons. Mario Moronta Rodríguez, vescovo di San Cristóbal, al confine con la Colombia. Può reggere, davanti a tale situazione, la “neutralità positiva” della Santa Sede, soprattutto se l’episcopato locale è nella sua totalità schierato contro Maduro? I vescovi venezuelani, dopo aver definito il presidente “illegittimo” lo scorso gennaio, sono scesi in piazza con gli oppositori, hanno fatto capire chiaramente da che parte stiano. Il Vaticano, pure, ma la linea non è la stessa, benché –  come è naturale – da Caracas e da Roma si sottolinei come vi sia unità d’intenti. Oltretevere si rassicura: il cardinale Parolin è stato nunzio in Venezuela fino al 2013 e il nuovo sostituto, mons. Edgar Peña Parra, è venezuelano. A maggior ragione, verrebbe da dire, non si comprende la linea attendista quando su altri fronti – il muro tra Messico e Stati Uniti, ad esempio – quando la Santa Sede doveva parlare non si è tirata fuori dalla mischia. La linea politicamente realista di Parolin, in particolare, inizia a essere messa in discussione non solo nei circoli pronti a dare l’assalto al pontificato bergogliano, ma anche in settori episcopali che già avevano malvisto l’accordo con la Cina e che vedevano nel segretario di stato un serio e autorevole candidato alla successione al papato. 

  

Sui social network venezuelani la prudenza papale è stata criticata, con tanto di improvvidi paragoni con Giovanni Paolo II e la sua ramanzina pubblica a Ernesto Cardenal, il prete-ministro sandinista umiliato da Karol Wojtyla all’aeroporto di Managua nel 1983. Altri sospettano che dietro alla neutralità vaticana vi sia il solito pregiudizio anti yankee di Bergoglio, considerato che Guaidó ha come principale sponsor i falchi di Washington. “Non si tratta di avere riserve sugli Stati Uniti in quanto tali, ma sugli Stati Uniti in quanto potenza egemonica. Il Papa non appoggia l’egemonia, da qualunque parte essa provenga”, diceva il suo maestro, padre Juan Carlos Scannone.

  • Matteo Matzuzzi
  • Friulsardo, è nato nel 1986. Laureato in politica internazionale e diplomazia a Padova con tesi su turchi e americani, è stato arbitro di calcio. Al Foglio dal 2011, si occupa di Chiesa, Papi, religioni e libri. Scrittore prediletto: Joseph Roth (ma va bene qualunque cosa relativa alla finis Austriae). È caporedattore dal 2020.