Luoghi comuni e non nella commemorazione di Dalla Chiesa

Massimo Bordin

Una commemorazione, dopo trentasei anni, rischia di ossificarsi nelle parole che, usate sempre uguali, umiliano la retorica rendendola luogo comune. E’ comprensibile ma non è comunque una buona cosa, se mai è utile a fare una cernita dei concetti eventualmente significativi espressi nell’occasione. Fra i comunicati e i discorsi che hanno ricordato Carlo Alberto Dalla Chiesa andrebbero scartati subito quelli che, dopo sette lustri, indulgono ancora, in tema alla lotta alla mafia, alla metafora pugilistica della guardia da tenere alta, o comunque da non abbassare. L’immagine, giusta ma terribilmente logora, resiste al tempo al contrario della metafora energetica di chi, negli anni 80, paventava nell’antimafia un calo di tensione . “Chiamino l’elettricista” sbottò Leonardo Sciascia e dal voltaggio si passò al ring. Metafore usurate e ovvietà a parte, di significativo resta poco. Il presidente della Repubblica che mette in primo piano “l’esempio eccezionale di fedeltà ai valori della democrazia, di difesa della legalità e dello stato di diritto”. Se si torna con la memoria al ritratto non lusinghiero del generale che usciva dalla ricostruzione dei pm palermitani nel processo Andreotti si possono considerare le parole del presidente Mattarella niente affatto scontate. Così come non lo sono quelle dell’attuale procuratore capo di Palermo che nota giustamente come l’eccidio di via Carini abbia segnato il punto di svolta nella lotta a Cosa nostra e quanto il contrasto dello stato sia stato e sia rimasto forte, con risultati raggiunti anche negli ultimi tempi. Giudizio in controtendenza rispetto a suoi colleghi che sono o sono passati nella sua stessa sede giudiziaria.

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