cerca

Cosa sbaglia Martelli sul processo Trattativa

Sarebbe bastato rispondere fin dall'inizio: "Tutti hanno fatto quello che dovevano"

28 Luglio 2018 alle 06:01

Cosa sbaglia Martelli sul processo Trattativa

Foto Imagoeconomica

Quanti sono quelli che, parlando pubblicamente di Falcone, lo chiamano per nome, Giovanni? Tanti. Quasi quanto quelli che chiamano “Marco” Pannella pur avendolo visto una volta da lontano. L’unica differenza sta nel fatto che la familiarità millantata per Falcone è nata post mortem, Pannella ci ha convissuto allegramente. Certamente non è il caso dell’ex ministro di Giustizia Claudio Martelli, che ben conosceva l’uno e l’altro e certamente chiamava per nome Pannella e probabilmente Falcone. Che bisogno aveva dunque di scrivere che, dopo l’omicidio Lima, Falcone gli disse “adesso può succedere tutto” facendola passare per una confidenza riservata?

  

Falcone disse quel giorno le stesse identiche parole a decine di giornalisti che l’indomani le pubblicarono. Non c’è da dubitare che le abbia dette anche a Martelli che ora ne rivendica quasi l’esclusiva nell’incipit di un commento alla sentenza sulla trattativa, su Panorama, che poi prosegue mantenendo lo stesso grado di attendibilità. Il fatto è che quel processo vede Martelli come una sorta di motorino di avviamento, quando invece di difendere l’operato del ministero, peraltro inappuntabile, scaricò eventuali responsabilità sul direttore del Dap Niccolò Amato che a sua volta le ribaltò sui suoi successori, secondo la logica dei processi stalinisti che l’ex ministro ben conosce per averla criticata. Da lì iniziò la slavina di un processo che in sentenza tratta male anche Martelli, che ora se ne duole. Eppure sarebbe bastato rispondere all’inizio “Tutti hanno fatto quel che dovevano, andate al diavolo”. Ma, come scrive un autore fortunatamente stimato anche al Quirinale: “Il coraggio, se uno non ce l’ha, non se lo può dare”.

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Commenti all'articolo

  • carlo schieppati

    28 Luglio 2018 - 14:02

    E allora bisogna avere il coraggio di dire che: marzo 1992 ammazzano Salvo Lima; maggio 1992 ammazzano Falcone; luglio 1992 ammazzano Borsellino; settembre 1992 ammazzano Ignazio Salvo (nessuno mai lo ricorda); tra la fine 1992 e l'inizio 1993 (a gennaio arrestano Totò Riina e stesso giorno Caselli viene a Palermo) tredici pentiti cominciano a dire che è Andreotti il referente della Mafia: tutti passaggi successivi di "un unico disegno criminoso". Falcone, dopo il massacro subito dai colleghi e dai media, semplicemente aveva capito questo.

    Report

    Rispondi

Servizi