Nell’appello del processo Mafia capitale va di moda il citazionismo

Massimo Bordin

E’ iniziata con una citazione da un film dei fratelli Cohen, “L’uomo che non c’era” e si è conclusa quella di un libro di Leonardo Sciascia, “Porte aperte”, l’arringa difensiva più interessante finora pronunciata nell’appello del processo Mafia capitale. L’avvocato Cataldo Intrieri ha affrontato il tema del reato di associazione a delinquere di stampo mafioso, questione centrale del processo com’è noto, allargando l’orizzonte rispetto alle faccende di Carminati e Buzzi e mostrando come l’estensione del reato di mafia ad ambiti mai toccati da questo tipo di sanzione giudiziaria, sia in qualche misura una risposta pericolosa a una esigenza anche giusta. L’avvocato ha citato i lavori di una commissione ministeriale, presieduta dal professore Giovanni Fiandaca, con la partecipazione del procuratore capo di Roma Giuseppe Pignatone. La commissione aveva l’incarico di modificare, aggiornandolo, il testo dell’articolo 416 bis per adeguarlo ai tempi, renderlo più efficace. Alla fine non se ne è fatto nulla, vuoi per la difficoltà della riformulazione, vuoi per resistenze conservatrici del tipo “il 416 bis non si tocca”. I giuristi e i magistrati hanno deciso di affidare l’aggiornamento all’evoluzione della giurisprudenza. L’avvocato ha citato come frutto di questa evoluzione anche il processo ora in appello. In sostanza si arriva all’estensione del reato di mafia che non poggia più sulla tipologia dell’organizzazione criminale ma sulla predisposizione all’illegalità del contesto in cui essa opera. Per esempio, e nel caso, il consiglio comunale di Roma. Una manipolazione genetica del reato, ha sostenuto l’avvocato.

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