Cosa si muove nel processo d'appello di Mafia Capitale

Massimo Bordin

La requisitoria nel processo di appello Mafia capitale non è solo centrata sulla tesi della procura romana, respinta dai giudici di primo grado, sulla natura mafiosa del sodalizio fra Buzzi e Carminati, ma sviluppa un discorso più ampio sulla possibilità di contestazione dell’articolo 416 bis. Non è più tanto il discorso sulla associazione mafiosa che non ha bisogno, per essere tale, di coppole e lupare, argomento polemico largamente usato malgrado nessuno dei critici nei confronti dell’impostazione accusatoria avesse avanzato sciocchezze del genere.

 

Oggi, forte anche di alcune sentenze della Cassazione sopravvenute negli ultimi mesi, la tesi dell’accusa punta su una possibile dilatazione dell’articolo 416 bis, e dunque dei maggiori e più penetranti mezzi di indagine che la sua contestazione consente agli inquirenti, per perseguire in ipotesi tutti i reati relativi alla corruzione, vista come mezzo di assoggettamento attraverso il ricatto nei confronti dei corrotti e dunque concretizzazione del metodo mafioso.

 

Su questo assunto i pubblici ministeri che si sono alternati nella requisitoria hanno insistito più volte e vale anche la pena di ricordare un intervento del procuratore Giuseppe Pignatone proprio su questo tema pubblicato su uno dei principali quotidiani. Ecco perché comunque finisca il processo d’appello il tema degli inevitabili dibattiti successivi dovrà necessariamente spostarsi su una questione di carattere molto più generale rispetto alle vicende di Buzzi, Carminati e il comune di Roma.

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