La “sentenza Pavel”, l'appiglio dell'accusa al processo "Mafia Capitale"

Massimo Bordin

Esaurita la fase preliminare, respinte dalla corte le richieste dei difensori di riaprire il dibattimento, il processo di appello, ormai battezzato “mafia capitale” al di là della sentenza di primo grado, è giunto, con la sua quarta udienza di tre giorni fa, alla fase della discussione ed è iniziata la requisitoria dell’accusa. La posta in gioco è tutta nel riconoscimento del carattere mafioso dell’associazione guidata da Massimo Carminati e Salvatore Buzzi. Si tratta dell’imputazione proposta dalla procura di Roma e bocciata dalla sentenza del tribunale che ha condannato gli imputati come partecipi non di una unica associazione mafiosa ma di due diverse consorterie criminali che come unico elemento comune avevano la possibilità di utilizzare le indubbie competenze di Carminati in materia. Qualcosa di nuovo è però successo fra la sentenza e l’appello. Quattro mesi dopo la sentenza del tribunale romano, la corte di cassazione ha sentenziato a sua volta su una vicenda giudiziaria molto diversa, iniziata a gennaio 2014 quando la direzione distrettuale antimafia della procura di Venezia ottenne l’arresto di 12 italiani e 7 moldavi, accusati di inzeppare di refurtiva i pullman che dal Veneto riportavano le badanti moldave in patria. I moldavi imputati, pregiudicati in massima parte, avevano vistosi tatuaggi a sfondo religioso. Alcuni anche delle stelle e furono così identificati come capi dell’organizzazione. Mafiosa, naturalmente. L’accusa di mafia non resse in appello, ma nel novembre 2017 la cassazione dette in sostanza ragione all’ipotesi originaria della procura. Quella sentenza è ora chiamata “sentenza Pavel” nel gergo dei palazzi di giustizia e ad essa molto si affida l’accusa.

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