Il giudice mette la parola fine alla storia di Alfie Evans

Matteo Matzuzzi

L’accanimento ideologico contro la vita ha vinto la sua battaglia

Roma. Niente trasferimento in Italia. Alle 20.25 il giudice Sir Anthony Paul Hayden, magistrato della Corte d’Appello, fa sapere che è “questo è il capitolo finale nella vicenda di un bambino straordinario”. E’ il verdetto che giunge al termine di un’ennesima lunga giornata a Liverpool, con Alfie Evans che respirava da solo dopo l’interruzione della ventilazione iniziata nella tarda serata di lunedì. I medici dell’Alder Hey Hospital, nell’illustrare alle paludate corti inglesi e ai familiari del piccolo il dettagliato protocollo di estubazione avevano garantito che l’agonia sarebbe durata al massimo quindici minuti, che il piccolo non avrebbe sofferto e che tutto sarebbe finito presto. Un po’ come quei video muti di inizio Novecento prodotti dalle società eugenetiche che raccontavano come l’eutanasia fosse l’ultima conquista dell’umanità.

 

La foto dei genitori di Alfie Evans con il bambino in braccio dopo che i medici gli hanno staccato il ventilatore 

 

Talmente convincenti erano stati i luminari che perfino Hayden aveva ordinato a più riprese di staccare la strumentazione, ché il best interest del bambino era di morire, essendo la sua vita “inutile” (cit). E però le cose sono andate diversamente. Ad Alfie il ventilatore è stato staccato nottetempo e i quindici minuti sono divenuti ore. Al punto che è stato necessario sospendere il protocollo, riconvocare un’udienza davanti al giudice, dargli l’ossigeno e idratarlo, visto che altrimenti la dolce morte teorizzata dai luminari britannici si sarebbe trasformata in tortura per privazione di acqua. Alfie Evans di morire non ha alcuna intenzione, “è un piccolo guerriero che vuole vivere”, ha detto mons. Francesco Cavina, il vescovo che in ventiquattr’ore ha portato il padre del bambino dal Papa. Passano le ore, Alfie respira da solo, seppure a fatica. La sofferenza che secondo il combinato disposto di medici e magistrati sarebbe svanita in un quarto d’ora senza tubi, si è protratta fino a metà mattina, con le mani del bambino che diventavano bluastre e i genitori che imploravano il personale dell’Alder Hey di dargli ossigeno. Richiesta accolta dopo più di otto ore.

 

Intanto il Bambino Gesù ripeteva di essere pronto a trasferirlo a Roma, l’aereo militare era pronto e il Consiglio dei ministri in quattro minuti di riunione conferiva ufficialmente la cittadinanza italiana ad Alfie. Ma fin dal primo pomeriggio, davanti alla sorpresa per la resistenza del piccolo, era chiaro che la parola ultima sarebbe stata ancora una volta quella di un giudice. Sempre lui, il titolare della Family Division all’Alta corte britannica Anthony Hayden, che tra l’altro è anche attivista per i diritti lgbt (ha scritto il libro Children and Same Sex Families). Lo stesso che lunedì sera – nonostante l’intervento diretto del governo italiano – dava l’ordine di procedere. Subito, senza aspettare ancora. Di notte. Aprendo la seduta, il magistrato puntava il dito contro la cerchia che sta accanto ai coniugi Evans, accusandola di alimentare false speranze con atteggiamenti “deprecabili”. Lupo con i deboli e agnello con i forti, pronto ad ascoltare le lamentele dei medici dell’ospedale di Liverpool che si dicevano “terrorizzati” dal clima “ostile” e che ribadivano il parere contrario a un trasferimento a Roma o Monaco. Hayden, mosso forse da umana pietas, chiedeva loro di ragionare almeno sulla possibilità di far tornare a casa il bambino. Risposta negativa: “Nessuno lascia l’ospedale nottetempo, ci vogliono 4-5 giorni di discussioni approfondite”. Mariella Enoc, presidente del Bambino Gesù aveva già detto che tutto è pronto per il trasferimento ma il problema è che “loro non vogliono”. Ed è su questo diniego, fermo e totale, che s’infrangono le ultime speranze.

 

L’ambasciata d’Italia, con il proprio capo dello staff, intercede in Aula per favorire l’uscita del bambino dall’Alder Hey Hospital, visto che la questione interessa ormai i più alti livelli dei due governi. Niente da fare. Il bambino è – per dirla con Thomas Evans, il padre – “ostaggio e lo fanno morire di fame”. Ma il problema è sì giudiziario, ma anche etico: “La mancata riconnessione del supporto ventilatorio meccanico dopo tutte queste ore mostra quella che già il cardinale Elio Sgreccia, in occasione della vicenda di Charlie Gard, aveva chiamato un ‘accanimento tanatologico’, ossia una ostinazione ideologica e priva di ragionevole fondamento clinico ed etico nel porre fine alla esistenza di un paziente”, dice il prof. don Roberto Colombo, genetista clinico e docente della facoltà di Medicina dell’Università Cattolica di Roma, nonché membro ordinario della Pontificia accademia per la vita. “Gli inglesi – aggiunge – chiamano l’accanimento terapeutico con il termine therapeutic obstinacy (ostinazione terapeutica), ma in questo caso, si potrebbe parlare di ‘ostinazione anti curativa’. Questo è il contrario delle autentiche ‘cure palliative’, che prevedono di prendersi cura del paziente inguaribile fino all’ultimo istante della sua vita, senza procurare anzitempo la sua monte con una eutanasia omissiva. La medicina ha bisogno di essere liberata da una ideologia mortale che nega in radice la sua vocazione al servizio della vita”.

  • Matteo Matzuzzi
  • Friulsardo, è nato nel 1986. Laureato in politica internazionale e diplomazia a Padova con tesi su turchi e americani, è stato arbitro di calcio. Al Foglio dal 2011, si occupa di Chiesa, Papi, religioni e libri. Scrittore prediletto: Joseph Roth (ma va bene qualunque cosa relativa alla finis Austriae). È caporedattore dal 2020.