Vivere in deficit fa male

Carlo Cottarelli

Ho accettato volentieri di commentare il paragrafo sulle tasse e quello sui lavori pubblici del saggio di Frédéric Bastiat “Ciò che si vede e ciò che non si vede”, per la loro attualità in un momento in cui nel nostro paese si discute animatamente di come le politiche di spesa pubblica e di tassazione possano sostenere la ripresa economica.

 

I due paragrafi di Bastiat confutano la tesi che un aumento della spesa pubblica, anche la più inutile delle spese pubbliche, crei comunque occupazione e sia quindi meritevole di sostegno politico. Bastiat dice “questo è quello che si vede”: si vedono lavoratori che costruiscono un ponte e che portano a casa un salario che sostiene la loro famiglia, anche se quel ponte non conduce da nessuna parte. Quello che non si vede è il lavoro che viene perso a causa delle tasse che devono essere raccolte per finanziare la costruzione del ponte. Se si tenesse conto di queste tasse allora si capirebbe che un aumento della spesa pubblica non crea un bel niente. Anzi può spostare risorse da un impiego utile (un investimento che, per esempio, un imprenditore avrebbe fatto se non avesse dovuto pagare tasse) a uno inutile (un ponte verso il nulla). La critica di Bastiat è quindi rivolta a chi pensa che i problemi economici si possano risolvere semplicemente aumentando la dimensione dello Stato, ossia aumentando la spesa pubblica e la tassazione allo stesso tempo. Bastiat non nega che certe opere pubbliche possano essere necessarie ma inverte l’onere della prova: “Se volete creare un nuovo ufficio del governo, dimostrate che sia utile”. Value for money, si direbbe oggi. La confutazione di Bastiat stimola diverse considerazioni rispetto alla situazione italiana attuale.

 

Bastiat confuta la tesi secondo cui anche l'aumento della spesa pubblica inutile crei occupazione e sia quindi meritevole di sostegno

Prima considerazione: in termini generali, molti, forse la maggioranza degli italiani e delle forze politiche, ormai riconoscono che aumentare ulteriormente le tasse per spendere di più non sia un’idea particolarmente brillante. Se però andiamo a vedere cosa è successo negli ultimi anni ci accorgiamo che, in pratica, le prediche di Bastiat restano utilissime. Infatti, se da un lato si sono tagliate certe spese (per esempio la spesa per acquisti di beni e servizi), dall’altro si sono aumentate altre spese, utilizzando quindi risorse che avrebbero potuto finanziare un taglio delle tasse. Eppure, come dice Bastiat, l’onere della prova dovrebbe cadere su chi propone nuove spese. Sappiamo che, almeno partendo dal già alto livello di tassazione che abbiamo in Italia, un aumento delle tasse (o una mancata riduzione) è dannoso al funzionamento dell’economia. Quindi si sa cosa si perde tassando. Ma non si sa bene cosa si guadagna spendendo. Le nuove spese, pertanto, dovrebbero essere vagliate molto attentamente. Non mi sembra che sia stato sempre così (e non faccio esempi perché sarebbero troppo ovvi anche agli occhi di un diciottenne).

 

Seconda considerazione: la maggior parte di quelli che pensano che la politica di bilancio debba svolgere un ruolo essenziale nella ripresa economica italiana, in realtà è un po’ più spregiudicata di quanto avrebbe potuto supporre Bastiat. Bastiat dava per scontato che la maggior spesa pubblica dovesse essere comunque finanziata da maggiori tasse. In realtà tra Bastiat e noi c’è stato John Maynard Keynes, che ci ha insegnato che, in periodi di crisi economica, un aumento di spesa pubblica (o un taglio di tasse) in deficit può servire a far crescere reddito e occupazione. Questo è quanto molti sostengono ora in Italia, criticando le politiche di austerità che l’Europa, o la Merkel, ci vorrebbero imporre. Certo, in Italia il rapporto tra debito pubblico e pil è alto. Ma, si dice, questo può essere ridotto solo se si cresce e possiamo crescere solo se tagliamo le tasse o aumentiamo la spesa (che sarà naturalmente prioritaria e produttiva). Quindi, quello che molti auspicano è un finanziamento in deficit di minori tasse o maggiori spese.

  

Per ridurre il debito all'Italia non serve un aumento temporaneo della crescita, ma permanente. Ovvero più produttività e più competitività

Ora, sappiamo bene che, se fossimo in piena occupazione, anche un aumento in deficit della spesa pubblica o un taglio delle tasse non avrebbe effetto sull’economia reale. A meno di squilibrare i conti con l’estero, la spesa privata si ridurrebbe pari passu con l’aumento di quella pubblica, a causa dell’aumento dei tassi di interesse che accompagnerebbe il maggior assorbimento di fondi da parte del settore pubblico. Ma Keynes non considerava un’economia in piena occupazione: anzi, consigliava un programma di investimenti pubblici proprio per far uscire l’economia da una situazione di disoccupazione, in presenza della quale un aumento della spesa o un taglio delle tasse in deficit avrebbe generato un aumento dell'attività economica. Peraltro anche Bastiat sembra riconoscere l’utilità di “misure temporanee in tempo di crisi” alla fine del paragrafo. Il problema, però, è che in Italia la spesa o la detassazione in deficit sono state usate sistematicamente, e non solo in tempo di crisi, altrimenti non ci ritroveremmo con un debito pubblico tra i più alti al mondo. Se non avessimo avuto questa propensione al deficit, il nostro debito sarebbe ora più basso e avremmo più spazio per politiche di bilancio espansive, spazio che invece non abbiamo.

 

Il che porta alla terza considerazione. Bastiat non parla dei rischi che possono derivare da politiche di bilancio espansive in presenza di un debito pubblico elevato. Viveva in un mondo in cui i mercati finanziari non erano ancora molto sviluppati per cui non era facile finanziare in deficit la maggiore spesa. Eppure il principio generale di Bastiat – pensare non solo a quello che si vede ma anche a quello che non si vede – resta anche in questo caso di estrema utilità. Quello che si vede è che se aumento la spesa pubblica o taglio le tasse in deficit, il pil nell’immediato aumenta rispetto a quello che succederebbe se il deficit restasse su livelli più prudenti. Ciò che non si vede è quello che potrebbe accadere in un futuro non troppo lontano. Non si vede che se non riusciamo a ridurre il deficit in questo momento di tassi di interesse ancora relativamente bassi, ci ritroveremo a doverlo ridurre quando i tassi di interesse aumenteranno, quando lo spread aumenterà (ed è già aumentato nell’ultimo anno, tanto per darci un avvertimento) e, magari, quando ci ritroveremo nel mezzo di un’altra crisi finanziaria quale quella che ci ha colpito nel 2011-12. Quello che non si vede è l’aumento del rischio di una crisi e quindi di una perdita di pil ben superiore a quella che potrebbe verificarsi seguendo una politica di bilancio un po’ più prudente. Questo vale per il futuro, ma vale anche per interpretare il passato. Chi si scaglia contro l’austerità del governo Monti e il danno che questa avrebbe causato in termini di crescita, vede la perdita di pil che c’è stata nel 2012 (fra l’altro dovuta a un insieme di circostanze, soprattutto la paura che l’euro si spaccasse), ma non vede quello che sarebbe successo se l’austerità di Monti non ci fosse stata: la crisi sarebbe stata ancora più profonda, non fosse altro perché, molto probabilmente, non sarebbe stato politicamente possibile per la Banca centrale europea porre in essere quelle politiche monetarie espansive (il “whatever it takes” di Mario Draghi), necessarie per garantire la sopravvivenza dell’euro. In altri termini, occorreva un segnale di austerità fiscale per tranquillizzare i paesi nordici sul fatto che la moneta stampata non avrebbe finanziato per sempre paesi con conti pubblici in disordine.

 

Quarta e ultima considerazione: è vero, l’Italia ha bisogno di crescere per facilitare la riduzione del debito pubblico nel corso del tempo. Ma non può farlo aumentando il deficit o rallentandone la riduzione. In ogni caso, rallentare l’aggiustamento dei conti pubblici, potrebbe, al più – e cioè astraendo dagli effetti di un aumento del rischio di una crisi – aumentare la crescita nel periodo in cui il deficit aumenta. Mantenendo poi il deficit a un livello più alto, ma non crescente, la crescita tornerebbe al livello di partenza. Ma un deficit più elevato alimenterebbe invece costantemente la creazione di nuovo debito. Quello di cui l’Italia ha bisogno per ridurre il debito pubblico non è un aumento temporaneo del tasso di crescita, ma un aumento permanente. Il che richiede un recupero di produttività e di competitività attraverso riforme strutturali. Un taglio della tassazione è un’importante componente di queste riforme, ma deve essere finanziato, per essere credibile, da un taglio della spesa, non da un aumento del deficit pubblico e del debito. A meno di voler pensare, come dice Bastiat, solo a quello che si vede. O forse solo a quello che si spera di vedere.

 

Carlo Cottarelli è Direttore esecutivo del Fondo Monetario Internazionale

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