Bandiera bianca

Serena Williams preferisce fare la sindacalista piuttosto che la tennista

Antonio Gurrado

Lo sport ha il compito d’innescare discussioni potenzialmente infinite su eventi trascurabili avvenuti in contesti artificiali e il dibattito sull’accusa di sessismo lanciata da Serena Williams contro l’arbitro della finale degli US Open non fa eccezione. Delle molteplici questioni teoriche al riguardo, ecco le più intricate che ho sentito. Ha senso che una donna denunzi del sessismo riguardo a decisioni volte ad avvantaggiare il suo avversario, se è un’altra donna? Sarebbe passata per la testa di Serena la tentazione di tacciare di razzista un arbitro di origini ispaniche perché svantaggia una tennista nera a beneficio di una asiatica? È moralmente accettabile che un’atleta ricca e famosa dia pubblicamente del ladro a un giudice meno abbiente e meno celebre di lei, e poi riscuota il plauso delle masse perché non accetta la conseguente punizione? E ancora, anni fa Serena si trovò in una situazione simile giocando contro Jennifer Capriati: si trattò anche allora di sessismo benché l’arbitro fosse donna? Sono fiori di retorica, queste chiacchiere da bar sport, orditi di lana caprina che paiono insignificanti a fronte della questione davvero fondamentale di cui non parla nessuno. Nello sport l’ira per un’ingiustizia subita appartiene a una ben radicata tradizione che ammanta di fascino chi la prova (pensate a McEnroe) anche quando ha torto marcio, poiché, scagliando il gomitolo d’irrazionalità che tutti ci portiamo dentro, ci offre un breve sollievo. Ridurre quest’impeto titanico a sindacalismo antidiscriminatorio non rischia di sminuire l’epica sportiva e ridurre i nostri eroi a farisei qualsiasi?

 

This page might use cookies if your analytics vendor requires them.