La laurea è un punto di partenza, altrimenti resta un pezzo di carta

Antonio Gurrado

Studiare un po’ è il paterno consiglio che l’economista Stefano Zamagni ha dato a un assessore del Movimento 5 stelle di Imola, il quale aveva proposto su Facebook che la zecca di Stato coniasse una quantità di moneta metallica pari a quella in circolazione in Germania così da garantire all’Italia dieci miliardi di euro in più senza accrescere il proprio debito. L’assessore ha replicato al professore rinfacciandogli che la laurea in economia e commercio gliel’aveva conferita (in realtà dice “consegnata”, ma vabbe’) proprio lui, pubblicando a riprova una foto di Zamagni in toga che gli stringe la mano dopo la discussione sotto lo sguardo catatonico di un docente baffuto che non riconosco; aggiungendo poi di avere studiato proprio sull’“imprescindibile libro”, ossia il manuale di economia politica del medesimo Zamagni. Sono lieto d’informarvi che di economia non capisco un’acca ma d’istruzione un po’ sì, e questa querelle fra l’assessore e il professore mi conferma che in Italia la laurea ha subìto un’evoluzione imprevista: da strumento discriminatorio fra chi sa e chi non sa, col vertiginoso incremento dei dottori s’è fatta strumento discriminatorio fra chi la reputa punto d’arrivo e chi punto di partenza. Ovvero, fra chi la vede come traguardo che certifica che con lo stesso pezzo di carta siamo tutti uguali e chi si accorge che, se una volta acquisite le competenze di base non si continua a documentarsi, aggiornarsi e scervellarsi, la pergamena appesa dietro la scrivania di per sé non serve a niente.

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