Un altro tycoon presidente

U no dei primi suggerimenti di ricerca se si digita “foxconn” su Google è “suicide”. La storia risale al 2010, quando una ventina di dipendenti dell’impianto Foxconn di Shenzhen, in Cina, si tolsero la vita. Le inchieste giornalistiche misero in luce le condizioni di lavoro dei dipendenti, dalla pressione sociale ai turni massacranti fino ai contratti nei quali le famiglie degli impiegati perdevano ogni indennità post-mortem in caso di suicidio. La questione ebbe rilevanza internazionale soprattutto perché si trattava di Foxconn, cioè il colosso della produzione di componenti tecnologici da cui si riforniscono aziende come Apple, Nintendo, Amazon, Sony, praticamente il 40 per cento dei pezzi necessari per produrre tutto ciò che è tecnologico oggi, per un’azienda che ha quasi un milione di dipendenti in una decina di paesi diversi, tra Asia Europa e Sud America. All’improvviso Foxconn, e soprattutto quella che viene ancora oggi chiamata “la iPhone city”, cioè l’impianto di Shenzhen, era diventata “la fabbrica della morte”. Per ripulire l’immagine dell’azienda e contenere i danni, il fondatore, Terry Gou, iniziò una campagna per la sicurezza sul lavoro che ebbe un discreto successo.