L’Italexit non è un’opinione

All’ultimo congresso federale, quello del 2017 tenuto a Parma, sono state approvate due mozioni che vanno esattamente in questa direzione. La prima è la mozione numero 10, presentata da Claudio Borghi, che impegna Salvini e la Lega a sottrarre la “sovranità monetaria” all’Europa in quanto “è la premessa necessaria per la sostenibilità di gran parte del nostro programma economico e di sviluppo”. E in effetti, il braccio di ferro sul deficit con l’Europa e i mercati mostra quanto questa affermazione sia vera. L’altra mozione (“Verso una nuova alleanza di nazioni e popoli europei liberi e sovrani”) è quella presentata dal “moderato” Giancarlo Giorgetti, che in realtà è ancor più radicale di quella di Borghi. Il documento dell’attuale sottosegretario alla presidenza del Consiglio parte infatti dal presupposto dell’Italexit, proponendo uno smantellamento concordato della zona euro per “tornare quantomeno allo status pre-Maastricht” oltre a una serie di modifiche ai pilastri dell’Unione europea (libertà di circolazione di persone, servizi e capitali, concorrenza, politica commerciale, supremazia del diritto comunitario) che rappresenterebbe la demolizione dell’Europa per come l’abbiamo conosciuta. Ma qualora non fossero accettate le modifiche ai Trattati proposti dalla Lega, la mozione Giorgetti propone l’uscita dall’Unione europea seguendo l’esempio della Brexit: “Come misura estrema non resterà che l’alternativa di un negoziato bilaterale tra Italia e Ue ricorrendo alla clausola di rescissione”, ricordando però che siccome “a differenza del Regno Unito, l’Italia è soggetta a molti più vincoli, derivanti dall’appartenenza alla zona euro” allora “spetterà al governo italiano adottare contestualmente tutti i provvedimenti necessari e urgenti per permettere all’Italia di affrontare il negoziato in una posizione che non sia di svantaggio o sudditanza, come accaduto per la Grecia”. Insomma la scelta non riguarda il “se” ma il “come”.
Il tema della piattaforma congressuale non è affatto irrilevante perché, dopo il boom delle elezioni europee, è la Lega a dettare la linea al governo. Quando Marine Le Pen, dopo la sconfitta alle presidenziali contro Emmanuel Macron, è stata costretta ad aggiustare il tiro, ha adottato diversi passi formali: oltre alla trasformazione del nome del partito da Front national a Rassemblement national al congresso di Lille, ha estromesso dal partito il suo vice Florian Philippot, che nel Fn era il teorico no euro e il principale artefice del posizionamento a favore della Frexit. Infine, nell’ultimo programma per le europee – pur rimanendo su posizione eurocritiche – Le Pen ha preso atto che “i francesi hanno dimostrato di rimanere attaccati alla moneta unica”. La Lega non ha fatto nulla di tutto ciò. Non ha dato, neppure dalle parti ritenute più moderate e razionali, alcun segnale concreto di un cambio di obiettivo politico. Anzi, nell’azione politica non ha fatto altro che cercare di procurarsi gli ingredienti per preparare l’Italexit.
Gli stessi Cinque stelle, d’altro canto, sull’euro hanno sempre mantenuto il piede in due scarpe, anche se negli ultimi mesi sembrano essersi auto-attribuiti la parte dei moderati all’interno della maggioranza di governo. La sensazione, però, è che si tratti di una scelta di mero opportunismo, come d’altronde confermano le tante proposte concrete che emergono da quel partito e che sono chiaramente incompatibili con la permanenza nell’euro. E, cosa più pericolosa, pur non essendo formalmente per l’uscita, sono invece – come da piano di Borghi – favorevoli a tutti gli ingredienti che servono a prepararla. Quindi, l’attuale esecutivo poggia su due forze che, pur oscillando tra esplicite professioni di anti europeismo, retromarce tattiche e implicite allusioni, sono l’una trasparentemente favorevole all’Italexit, l’altra disposta a cambiare posizione secondo le convenienze e comunque a fare la spesa insieme a Borghi.
La strategia della scomposizione in ingredienti è stata applicata in maniera silenziosa e continua, con alcuni ripiegamenti tattici dopo le prove di forza con le istituzioni europee e italiane (Quirinale, Banca d’Italia e Tesoro), sin dalla nascita del governo. Anzi, da prima, dal momento della formalizzazione dell’alleanza con il M5s, con l’inserimento nel contratto di governo – proprio da parte di Borghi – della richiesta di cancellazione di 250 miliardi di debiti da parte della Bce e di introduzione nei Trattati europei di “specifiche procedure tecniche di natura economica e giuridica che consentano agli stati membri di recedere dall’unione monetaria e recuperare la propria sovranità monetaria”. Questo primo strappo, che portò in pochi giorni lo spread sopra i 300 punti, fu ricucito con l’elisione delle proposte esplicite di un’Italexit che già iniziava a essere prezzata dai mercati. Il secondo strappo, anche quello ricucito, è stato l’indicazione di Paolo Savona – mister Piano B – come ministro dell’Economia. Nei dodici mesi successivi c’è stata una messa in discussione sistematica delle regole europee e dello stesso statuto della Bce che il governo italiano (e particolarmente la sua fazione più eurocritica) in maniera del tutto irricevibile e provocatoria – tanto da non ricevere alcuna risposta dagli altri stati europei – ha proposto di trasformare in una tipografia al servizio della monetizzazione del deficit italiano.
Il reddito di cittadinanza
Il primo ingrediente sta dove uno non se lo aspetterebbe. Il reddito di cittadinanza è uno dei pilastri programmatici del Movimento 5 stelle. Originariamente la Lega ne aveva avversato l’introduzione, ma poi ha dovuto ingoiare il rospo. Una spiegazione è che, in un governo di coalizione, ciascuna delle parti deve cedere qualcosa all’altra. Ma potrebbe esserci di più: il partito di Via Bellerio potrebbe aver visto nella card gialla uno degli strumenti potenzialmente utili a promuovere lo sganciamento dalla moneta unica. Infatti, c’è un precedente: quando la Grecia, nel 2015, si trovò a un passo dalla sovranità monetaria, il piano ideato dal ministro delle Finanze, Yanis Varoufakis, faceva perno proprio sulla creazione di un sistema di pagamenti parallelo a quello ufficiale.
L’idea, raccontata dallo stesso economista greco nel suo libro “Adulti nella stanza. La mia battaglia contro l’establishment dell’Europa”, muoveva dall’emissione di “carte di debito con un fondo di poche centinaia di euro al mese per coprire le necessità basilari, che sarebbero state distribuite a 300 mila famiglie che vivevano al di sotto della soglia di povertà”. Fin qui, pare trattarsi di una delle tante possibili policy per il contrasto della povertà. Invece, “queste carte sono solo l’inizio – prosegue Varoufakis –, presto potrebbero sostituire le carte di identità e fornire la base per un sistema di pagamenti che potrà funzionare in parallelo con le banche”. In tal modo, “il governo avrebbe potuto avere maggiore spazio di manovra fiscale, aiutare i poveri senza sottoporli all’umiliazione dell’uso di buoni, e soprattutto avrebbe fatto capire alla Troika che la Grecia si poteva avvalere di un sistema di pagamenti che avrebbe consentito il funzionamento dell’economia anche nel caso in cui loro avessero chiuso le nostre banche… se la Troika avesse deciso di buttar fuori la Grecia dall’Eurozona… quello stesso sistema di pagamenti sarebbe potuto venire ri-denominato come nuova valuta con un semplice clic al computer”. Parole quasi identiche a quelle spese da Borghi in un tweet del 1° giugno 2019: “Ma questi che diventano matti per i minibot perché ‘farebbero cambiare facilmente la moneta’ (?) non sono spesso gli stessi che vogliono vietare il pagamento in contanti? Ma lo sanno che per far cambiare la valuta di pagamento a una carta di credito basta un clic di un secondo?”.
E’ possibile che queste considerazioni non siano sfuggite alla delegazione leghista che ha contribuito alla stesura del contratto di governo. Del resto gli stessi pentastellati hanno flirtato a lungo con l’universo anti euro, mutuandone molte proposte e posizioni. Inoltre, gli anti euro italiani conoscono bene l’esperienza greca, di cui hanno fatto tesoro, e hanno spesso criticato la decisione di Alexis Tsipras di liberarsi del suo ministro abbandonando la Grexit. Lo stesso Borghi ha detto di aver mutato strategia dopo aver visto come si è conclusa la crisi greca.