La città della crescita felice

“Brescia è una città che ha sempre avuto una classe dirigente di livello nazionale, sia a livello economico che politico”, attacca Maternini, al telefono da Vienna, dove è andato a inaugurare l’ennesimo spazio della loro espansione europea. “Oggi l’amministrazione funziona bene, la città è bella. Ma cosa vuole dire al Paese? Perché non prova a essere leader di un cambiamento nazionale?”. “Manca un ecosistema” sostiene Maternini. “Certo c’è qualcosa, il polo universitario fa cose eccellenti, ci sono aziende singole che fanno cose eccellenti, ma non riescono a fare il salto, e devono andare a Milano”.
Milano è sempre il tema: Milano che è ormai tutta esaurita, che se “devi assumere qualcuno lo devi pagare il doppio”, Milano che rischia di “assorbirci completamente. Oltretutto se non hai una classe dirigente di livello nazionale rischi che anche le infrastrutture fai molto più fatica ad averli, a tenere la città più connessa a livello nazionale”. “Manifestazioni, eventi, mostre, iniziative, che attraggono persone da tutta Italia, e non solo da Brescia. Questo serve. Talent Garden del resto è nato da una serie di piccoli eventi e dall’esigenza di aggregare persone di talento, che poi sono partite e oggi lavorano a Google, a Facebook”. “Quello di cui ci sarebbe bisogno però è di mettere dei giovani in posti chiave, anche a livello culturale. Chiedersi cosa si può fare. Magari è una cosa che non avrà impatto sui dati economici. O forse sì”.
Ma non si chiederà un po’ troppo a questa povera ricca Brescia? “Lo so, non è che possiamo diventare Amsterdam”, dice Maternini. “Però se non punti a diventare Amsterdam non diventerai neanche Lille. Noi stiamo aprendo un altro Talent Garden proprio a Lille, che ha fatto un polo tech fantastico. Bisogna pensarci alla geografia, e la geografia non sarà più solo quella delle grandi capitali, di Berlino e Amsterdam. Sarà anche quella delle cosiddette città Pier 2? Perché non entrarci in questa nuova geografia?”
Altra voce critica. A Bovezzo, sulla via Triumplina, uno stradone-highway che conduce alla Val Trompia sacra ai bresciani (fabbriche di acciaio, armi, pentole, fortune miliardarie, accenti gutturali talvolta incomprensibili). Piero Gandini, erede della Flos, che ha illuminato le case degli italiani-bene per il Novecento e oltre, l’ha rilanciata e poi venduta, inglobata in un polo dell’arredamento ganzo che si chiama Design Holding, coi denari globali di Carlyle e milanesi della Investindustrial di Andrea Bonomi. Bresciano globale, bresciano critico. “A parte Milano, Brescia è l’unica vera città che c’è in Lombardia, non lo sono certo, con tutto il rispetto, Bergamo o Varese o Como. O Mantova, son stato recentemente, è bellissima, ma è indietro di trent’anni, ci sono proprio anche negozi che da noi non esistono più. Però se il gap che c’è di efficienza tra Milano e Brescia è basso, rimane un gap culturale immenso. Distacco siderale. A Brescia ci sono solo due gallerie d’arte di livello, quella di Massimo Minini e quella di Chiara Rusconi. Da quel lato lì la città è rimasta molto provinciale. Ottanta chilometri di macchina ma entri in un altro ecosistema: Milano è ormai una repubblica a parte, sta vivendo un rinascimento nato da una serie di incroci, e dalla difficoltà di altre città in Europa molto in crisi come Parigi o Londra. Brescia invece ha un’identità forte, magari un po’ greve. Un bellissimo territorio. Qualche problema come l’inquinamento. Brescia dovrebbe avere un coraggio e una proposta culturale molto più alto” riflette Gandini. “Per esempio il Teatro di Brescia fa delle ottime cose, di alto livello, però non lo sa nessuno, forse neanche i bresciani. E non credo abbiamo problemi di budget. I soldi in questa città ci sono. Brescia da questo punto di vista è pigra. E’ più comodo prendere la macchina, e andare a Milano”.
Milano, e le infrastrutture, un’ossessione. Trasformata in un’autostrada che meriterebbe il Rem Koolhaas di Junkspace o il Lévi-Strauss dei Tristi tropici. Forse non ce ne sono altre nel mondo, di autostrade per altospendenti. La A35, detta anche BreBeMi, con simpatico acronimo di Brescia-Bergamo-Milano, lunga solo 62 chilometri, costata 1,8 miliardi di euro, fatta “dai privati per i privati”, tutta in project financing senza finanziamenti statali, tranne un aiutino Cdp e banca europea degli investimenti, ha portato i bresciani ad avvicinarsi ancora di più alla amata-odiata Milano. C’era già la A4, ma loro ne volevano un’altra.
I cumenda che vogliono andare a cena da Cracco o sulla Torre Prada e tornare in serata, anche in assenza di frecciarosse notturne (i treni normali su quelle tratte sono ormai frequentati solo da “giargianesi” o “giargiana” o “giargia”, che nello slang padano poco inclusivo significa chi è straniero, non autoctono, magari di pelle diversa), si gettano infatti immancabilmente sul tragitto autostradale finalmente liberi di scaricare i cavalli. Costa di più della “povera” consorella, la parallela A4, detta “la Serenissima”, gloriosa antica autostrada, la più trafficata d’Europa.
“BreBeMi è un’autostrada di nuova concezione con tracciato dritto, manto perfetto, corsie più larghe (anche quella di emergenza)”, scrive il Corriere della Sera di Brescia, entusiasta, “e chicche come i sistemi antinebbia che permettono di guidare in sicurezza anche in condizioni avverse”. Oltre le chicche, il prezzo. Anche il doppio della Serenissima. “Cara? No, sicura”, dice una pubblicità, che offre sconti del 20 per cento per i frequent flyer che la usano spesso. Se scarichi la pratica App35, entri poi a far parte di un sistema tipo Millemiglia Alitalia, “BreBeMi che premi”. Poi prendi pure l’aereo: siccome Brescia ha il problema degli aeroporti (quello di Bergamo è appunto di Bergamo, quello di Montichiari-Brescia è feudo dei veronesi), la leonessa d’Italia ha fatto il bypass coronarico e arriva direttamente al cuore della macroregione.
“Da Brescia a Linate ci metti 50 minuti” dice Pasini, un entusiasta della BreBeMi (è anche ecologica: presto sarà la prima autostrada d’Italia a essere elettrificata con tragitti di camion in fila. E avrà le stazioni di ricarica della Tesla, perché i cumenda pensano anche al pianeta, mica solo al fatturato). “La BreBeMi è una grande opportunità perché si avvicina a quella che sta diventando una grandissima città europea, Milano. Un tempo Milano era lontana da raggiungere, adesso è qua. Lì c’è tutto, professionisti, servizi”.
Insomma, Milano: amore e odio, i bresciani la vogliono sempre più vicina ma temono d’esserne inghiottiti. Il rischio per Brescia, par di capire, è di diventare come San José, capitale misconosciuta della Silicon Valley, per disgraziati che non possono stare a San Francisco (che sarebbe Milano). Tutti in Tesla sulla BreBeMi.
Di nuovo a palazzo Loggia: il sindaco risponde alle critiche. “Ma noi siamo in trasformazione”, risponde a chi accusa la città d’essere sazia di sé, e con poca “visione”. “Noi stiamo facendo il percorso che ha fatto Torino, siamo molto simili. Il 60 per cento degli occupati stava nella manifattura, oggi è il 25. La città ha cambiato faccia. Vogliono una eccellenza? Eccola: la sanità. La più grande azienda della città oggi è un ospedale, l’Ospedale civile, con ottomila dipendenti. Oltre a quello ci sono la Poliambulanza e il gruppo San Donato. In tutto la sanità bresciana si porta via ventimila occupati”. Però la sanità non è mica sexy come le startup. Anche Pasini il ras dell’acciaio: “Siamo tornati a fare quello bene che siam capaci a fare”, dice il signore dell’acciaio. E il sindaco: “gli imprenditori, dopo la sbornia finanziaria, hanno ricominciato a reinvestire nelle aziende e nella produzione. Questo è successo”.
Breve riassunto: fino agli anni Ottanta Brescia aveva il tondino, con Lucchini, presidente di Confindustria. Poi c’è stata la finanza allegra: i capitalisti coraggiosi, i furbetti, col Chicco Gnutti, la Hopa, la Telecom. Oggi la sede della Banca Popolare di Brescia, la Bipop che tentò di giocare a Wall Street, è lasciata lì - in mezzo a un centro storico iper restaurato - ad arrugginire, a perenne monito. “Quando si parla di Brescia che deve fare la finanza, che deve porsi come alternativa a Milano, son tutte palle”, dice il Pasini animandosi molto. “Milano ha bisogno di Brescia perché noi siamo una grande piazza del manifatturiero. E Brescia ha bisogno di Milano perché è una grande piazza finanziaria”. Basta.
Milano, sempre Milano: a fine marzo fa il sindaco Beppe Sala è venuto in visita pastorale a incontrare il suo omologo in un meeting che pare però un po’ storico, perché ha portato quasi un’investitura. “E’ finito il tempo delle rivalità”, ha detto Sala. “Offro l’idea di avere intorno a me città non da trattare come ancillari, ma come complementari. Brescia è quella che sento più vicina e pronta, per certi versi ancora più di Torino. Io sono disponibile, anche per l’amicizia che mi lega a Del Bono”. “Brescia ce l’ho anche nel cuore” ha detto Sala, per via della compagna, Chiara Bazoli, rampolla del nume tutelare bresciano, Nanni, presidente emerito di Intesa, figlio di un deputato del partito popolare, costituente, famiglia ottocentesca vicina ai Montini; una cognata morta nella strage di piazza Loggia, il dramma identitario della società civile bresciana. Insomma Kennedy più elettrificazione: Bazoli era celebre per fare ogni giorno il tragitto Brescia-Milano in treno, andando a salvare il capitalismo nazionale in seconda classe, alzandosi per far sedere eventuali signore (lo si incontrò).
“La tenuta della Lombardia è possibile solo se Milano esce dall’isolamento”, gongola il sindaco di Brescia fresco di investitura. “Milano rischia di essere vista come isola felice ma appunto sola, senza punti di riferimento fuori da sé. Noi siamo la città che fa anche da cerniera con la Lombardia orientale. Certo, è chiaro, noi giochiamo una partita diversa, con le grandi città europee, ha detto Sala, ma dobbiamo pensarci anche come sistema, nel rapporto col territorio. Sai, Brescia ha sempre avuto una relazione complicata con Milano: noi siamo Lombardo-Veneto, le grandi famiglie bresciane se dovevano scegliere tra i Visconti e la Serenissima stavano con Venezia. E’ anche vero però che noi siamo da sempre attratti da Milano. Siamo la naturale prosecuzione di Milano. Bergamo, che paradossalmente è più vicina, è fuori dall’alta velocità, è più decentrata”.
E questo rischio dell’assorbimento? Non c’è il rischio di venire risucchiati dalla grande madre/matrigna? “Credo che abbiamo gli anticorpi. Noi non siamo come Como o come Varese, che sono quasi dei sobborghi di Milano”. Quanto orgoglio, quanti simboli. Magari non una foresta, ma un albero sì. Nell’epopea che ha trasformato la grigia e sfigata Milano di dieci anni fa nell’emirato del benessere che è oggi, il suo simbolo, quell’alto micidiale Albero della Vita, palo della cuccagna che irradiava di luci la Macroregione e il suo Expo, era notoriamente fatto qui, ci fu anche l’hashtag: #orgogliobrescia.
Orgoglio con juicio. “Siamo cattolici-liberali” conclude la pastorale bresciana il sindaco. “Cattolici ma non integralisti – non si sarebbe mai potuto avere da noi un congresso come quello di Verona. Ricordiamoci che a Brescia sulle barricate risorgimentali c’era un prete, don Boifava, insieme ai mazziniani. Un cattolicesimo non pontificio. Montini. Liberali ma temperati dai valori sociali, è una bella mescolanza no? Efficienza produttiva e solidarietà. Pensa a Zanardelli” (Giuseppe Zanardelli, ministro di Grazia e Giustizia del Regno d’Italia che dette il suo nome al codice penale; poi presidente del consiglio); “abolisce la pena di morte, ma è anche quello ai primi del Novecento pensò a tutta l’infrastruttura che arrivava sui laghi bresciani, era una metropolitana ante litteram”. Di nuovo le infrastrutture. Tondino e tornello.
“Sai un’ultima cosa sull’immigrazione?”, dice il sindaco. “Non abbiamo perso le nostre radici, come qualcuno paventa. Anzi. Abbiamo brescianizzato loro”. E Brescia, forse perché ci son state queste élite illuminate, forse per il calvinismo caritatevole, sembra naturalmente vaccinata contro i populismi. Alla decrescita felice non ci ha mai creduto nessuno: di sicuro non le seconde generazioni miste che si aggirano per la città sognando, più che il reddito di cittadinanza, la fabbrichetta. E tutte concentrate a non apparire mai, neanche per un minuto, dei “lazarù”.
Michele Masneri