Lo sport fa male Le ossa a pezzi dei campioni e il dolore che resta alla fine

29 MAR 19
Ultimo aggiornamento: 08:22
Immagine di Lo sport fa male Le ossa a pezzi dei campioni e il dolore che resta alla fine
A lle Olimpiadi di Rio de Janeiro Simone Biles aveva diciannove anni e sembrava capace di tutto. Le braccia e le gambe assecondavano ogni sua volontà. Dentro l’Arena olimpica volava, era leggera come l’aria, rendeva tutto semplice: capriole, capovolte, rovesciate, amanar e poi “The Biles”, l’impossibile esercizio che si era autointitolato. Si meritava tutto l’oro, i sorrisi e le standing ovation del pubblico. Sono trascorsi tre anni, sembra un passato remotissimo. La scorsa settimana, a Londra la ginnasta ha detto: “Spero di qualificarmi per Tokyo 2020, in ogni caso so che sarebbe la mia ultima Olimpiade. Dopo i 16 anni per noi ragazze diventa tutto più complicato”. La ginnastica preferisce le bambine, lo sport in generale disdegna le forme, la bellezza è un peso da trascinarsi dietro. In pedana, dentro a un campo, sul ring: la femminilità non ha niente da offrire, non serve per battere l’avversaria, quindi tanto vale ignorarla, dimenticarsene, usare il corpo come un campo di battaglia, “fai di me quello che vuoi”. E quando succede l’agonismo lascia cicatrici, distorsioni, asimmetrie permanenti, mani e piedi distrutti, tendini ricostruiti, cartilagini ormai inesistenti, dipendenza dal cortisone e dagli antidolorifici. Lo sport fa bene soltanto se osservato da una giusta distanza.
A diciotto anni Simona Halep portava la quarta di reggiseno; la Natura era stata generosa, troppo. I suoi seni erano ingombranti, non la rendevano più forte e quindi non servivano a niente, anzi, rappresentavano un ostacolo per il suo gioco e per il suo desiderio di diventare una campionessa. Nel 2010, senza pensarci troppo e senza essersene mai pentita, si è sottoposta a un intervento chirurgico di mastoplastica riduttiva; ha rinunciato a una parte importante di sé stessa e del suo essere donna per provare a diventare la tennista più forte del mondo. “Fai di me quello che vuoi”. Sì, ma a che prezzo? Ne vale la pena se ogni volta che ti svegli al mattino la sensazione prevalente è che qualcuno abbia passato tutta la notte a prenderti a pugni? Gli scatti, gli affondi, le ripartenze, i pesi e tutti quei movimenti innaturali e ripetuti all’infinito a cui gli atleti sottopongono il proprio corpo non possono che fare male, e promettono di presentare il conto all’improvviso. La volontà non può fare niente se le gambe si inchiodano e non sono più in grado di muoversi come dovrebbero e come hanno sempre fatto. Dietro a quei muscoli ancora scolpiti, a un fisico progettato per essere vincente, funzionale e nient’altro, le ossa di Simone Biles stanno cadendo a pezzi.
Prima di lei, lo scorso febbraio, la sciatrice Lindsey Vonn, con un lungo post su Facebook ha annunciato il proprio ritiro usando più o meno le stesse parole: “Il mio corpo è irrimediabilmente rotto e non mi permette di disputare la stagione che avevo sognato. Mi sta urlando di fermarmi e io non posso continuare a ignorare i suoi segnali”. Pochi mesi fa, dopo una brutta caduta durante il SuperG di Are, l’atleta si era rialzata in piedi e dopo aver tagliato l’ennesimo traguardo si era autosoprannominata “Hulk”. Ma non basta essere giganti; dopo trentaquattro anni, infortuni, legamenti distrutti, interventi e riabilitazioni, il suo corpo si è arreso, si è messo ad urlare, vuol essere ascoltato, minaccia l’artrosi.
David Foster Wallace sosteneva che gli sport ad alto livello fossero il luogo deputato per l’espressione della bellezza, l’unico posto in cui gli esseri umani sono capaci di riconciliarsi con il fatto di avere un corpo. Ma cosa succede agli atleti dentro gli spogliatoi alla fine di una partita? Si sentono belli o si sentono a pezzi? Sia i vincitori che i vinti, guardandosi allo specchio, riescono soltanto a percepire il dolore che provano. L’agonismo è un calvario. Calato il sipario, fuori dal campo di Wimbledon e dal suo bianco purissimo che fa sembrare bello anche quello che non lo è, ai tennisti rimangono i cerotti, il sudore sulla fronte e il cattivo odore, battiti del cuore irregolari e la schiena bloccata, ogni giorno più vecchia. In un’intervista ad Ashley Ford uscita su Vanity Fair, Serena Williams ha detto di sentirsi in pace con sé stessa, anche dopo la gravidanza che ha reso il suo fisico più vulnerabile. “Dopo essere uscita dall’ospedale avevo la pancia. Ho pensato che fosse una cosa bella, perché lì c’era stata mia figlia”. Dopo il parto, la Williams, che compirà 38 anni a settembre, ha ricominciato ad allenarsi e ha raggiunto la finale a Wimbledon e agli Us Open, perdendole entrambe. Il 10 marzo, durante i sedicesimi di finale del torneo di Indian Wells la tennista americana, che oggi è numero dieci del mondo, si è ritirata all’inizio del secondo set contro Garbine Muguruza. Pochi giorni dopo ha annunciato che non avrebbe giocato a Miami per colpa di un infortunio al ginocchio. Ritornerà in campo per gli Internazionali di Roma, il suo coach Patrick Mouratoglou ha scritto: “E’ il tempo della riabilitazione. Stiamo lavorando per raggiungere grandi obiettivi”. Simone Biles, per giustificare la ruggine che si sentiva addosso dopo due anni di volontario ritiro dalla ginnastica artistica, ha detto che la memoria muscolare è corta, non si ricorda delle antiche vittorie, non sa cosa farsene dei tempi che furono e di un passato glorioso se nel presente è un’incognita anche stare in piedi. Le medaglie continuano a brillare ma non sono più appese al collo, le ferite invece sì, ci sono ancora e sono sempre più profonde. E’ quello che rimane di un corpo quando il tempo di giocare è finito.
Giorgia Mecca