Cosa non deve fare lo stato per Air Italy (e per Alitalia). Parla Lupo Rattazzi

Roma. “Sono sbigottito”. Lupo Rattazzi, presidente di Neos, la compagnia aerea del gruppo Alpitour, commenta l’improvvisa messa in liquidazione di Air Italy, secondo vettore italiano fin qui controllato al 51 per cento da Alisarda di Karim Aga Khan e al 49 da Qatar Airways. “E’ scioccante per chi come me ha visto prima lo sviluppo della Costa Smeralda poi il lancio di Alisarda, la trasformazione in Meridiana e il ritorno di Alisarda per la partnership con i qatarini. D’altra parte ogni anno il principe ripianava i disavanzi di tasca propria; ma metterci 10-20 milioni è un conto, qui siamo a 200 nel 2019. Non sostenibile per i figli né per i soci di Aqa, la holding di famiglia”.
Per Rattazzi il fallimento non è però imputabile principalmente all’Aga Khan, uno dei più immaginifici ma anche dei più lungimiranti imprenditori che abbia puntato sulle potenzialità italiane. “Qatar Airways ha creduto poco in un progetto che, come tutto ciò che riguarda il trasporto aereo, può garantire ritorni non sui due anni, ma in almeno un decennio. Anche se ora afferma che fosse pronto ad andare avanti. E si dichiara sorpreso: di cosa, visto che già un anno fa le perdite ammontavano a 164 milioni, e adesso occorreva almeno mezzo miliardo per sopravvivere? In proporzione peggio di Alitalia. Non conosco a fondo il mondo della penisola araba, ho però la sensazione che lì ci sia una perenne divergenza d’interessi tra azionisti con enorme liquidità e manager che ne approfittano, prospettando piani di sviluppo irrealizzabili. Si tratta di paesi che da poco si sono aperti al libero mercato ma nei quali le logiche mercatiste procedono al contrario: a una pianificazione seria e poco spettacolare si preferisce, come dire, il ritorno sul breve all’ombra del denaro facile. E’ qualcosa che ci sfugge”.
Messa così la partnership del 2017 propiziata dall’allora ministro Carlo Calenda era sbagliata? “No, sulla carta era quella che gli anglosassoni chiamano best match made in heaven, una combinazione da sogno. Il fatto è che da quell’angolo della Terra vengono da un po’ di tempo soluzioni in termini di equity, cioè di capitali, ma anche imbarazzanti management e piani industriali sbagliati. Ciò che è accaduto anche tra Etihad e Alitalia. Che, stando al vertice australiano incarnato da James Hogan, doveva trasformarsi subito in una five star company, una compagnia a 5 stelle. Tralasciamo paragoni con la nostra attualità politica…”. Ora il governo ha un problema doppio. Rattazzi, che è un erede Agnelli ma che per ciò che riguarda la cosa pubblica ha fatto parlare di sé comprando nel 2018 una pagina di Repubblica per un appello contro l’uscita dall’euro e poi finanziando Italia viva di Matteo Renzi, ricorda subito l’aspetto sociale: “A Olbia ci sono 1.400 dipendenti di Air Italy che non meritano minori attenzioni di quelli di Alitalia. Credo che il governo abbia il dovere di occuparsi degli aspetti sociali dei due dissesti, e poi stop. Di occuparsene però senza favoritismi elettorali, come invece la politica ha sempre fatto per Alitalia”. Questa vicenda può essere una lezione proprio per quella che si vorrebbe ritrasformare in compagnia di bandiera? “Assolutamente sì, ed è che in questo settore lo stato non deve fare l’imprenditore. Chiediamoci perché negli Usa su sei grandi compagnie ne sono rimaste tre, mentre in Europa tutti i vettori si sono fusi, e solo da noi esiste l’idea dell’Alitalia stand alone, del nazionalismo aereo. La risposta sta nei pochi chilometri che separano la sede di Alitalia da Palazzo Chigi. Silvio Berlusconi sui ‘capitani coraggiosi’ fece la campagna elettorale. Lega e 5 stelle avevano messo la rinazionalizzazione nel loro programma. Ora i giallorossi daranno altri prestiti ponte? Per come io la vedo, si deve trattare con Bruxelles un breve passaggio nazionale, e poi cedere all’unico interlocutore credibile che si è fatto avanti. Cioè a Lufthansa”.
Renzo Rosati