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“Vogliamo fondare un giornale”. Così è nato il Partito di Repubblica

40 anni fa. Le intenzioni di Scalfari e le accuse di Intini. Quando nel 1976 presenta Repubblica spiega subito: “Questo giornale è un poco diverso dagli altri: è un giornale d’informazione il quale anziché ostentare una illusoria neutralità politica, dichiara esplicitamente d’aver fatto una scelta di campo”, che però non coincide con i “campi” già esistenti.

27 Novembre 2015 alle 13:05

“Vogliamo fondare un giornale”. Così è nato il Partito di Repubblica

Roma. “Vogliamo fondare un giornale, non un partito”, disse il 29 aprile 1955 un Eugenio Scalfari in cerca di finanziamenti ad Adriano Olivetti. Lo racconta Geno Pampaloni, commentando: “Era proprio Scalfari che parlava così. Lui che ha fatto della Repubblica uno straordinario esemplare di giornale partito”. In realtà tra il 1953 e il 1972 Scalfari fa anche diverse esperienze di politica partitica: dirigente della campagna elettorale del Pli, vicesegretario del Partito Radicale, deputato socialista tra il 1968 e il 1972. Ma ne parlerà come dei “quattro anni più frustranti della mia vita”. Quando dunque nel 1976 presenta Repubblica spiega subito: “Questo giornale è un poco diverso dagli altri: è un giornale d’informazione il quale anziché ostentare una illusoria neutralità politica, dichiara esplicitamente d’aver fatto una scelta di campo”, che però non coincide con i “campi” già esistenti. Ugo Intini lancerà la definizione polemica di “Partito irresponsabile dell’informazione”, che fa politica senza presentarsi al giudizio degli elettori. Da cui l’altrettanto famosa risposta di Scalfari: “Repubblica si sottopone tutti i giorni al giudizio dei suoi lettori che liberamente vanno all’edicola, scegliendola tra molti altri giornali”.

 

L’etichetta di giornale-partito ha sempre dato fastidio a Ezio Mauro, che l’ha definita “vecchia e intellettualmente pigra”, e ha spiegato che “Repubblica in realtà è molto di meno e qualcosa di più”. “Di meno, perché è un giornale che al primo posto ha il dovere di informare, e non pensa (certamente io non voglio) a interferire con l’autonomia della politica, cui spetta in una società democratica stare a capotavola, tenere il mazzo, distribuire le carte, disciplinando lo scontro e il confronto tra gli interessi legittimamente in campo con l'interesse generale. Di più, perché il giornale ha la possibilità di prendere posizione quotidianamente su tutte le vicende degne di essere analizzate, e può farlo in modo trasparente e libero, senza rispondere a verità precostituite, appesantimenti ideologici, linee politiche”. Ma Carlo De Benedetti ha invece ammesso che “c’è una sovrapposizione, non totale, ma significativa, tra il lettorato di Repubblica e l’elettorato di una certa area politica”. “E’ quella sovrapposizione, invece, che fa sì che verso quel lettorato Repubblica riesca davvero a disintermediare i partiti”. Ripresa dallo storico di Repubblica Angelo Agostini, questa etichetta della “disintemediazione” riprende in pratica l’accusa di Intini, rovesciandola però in senso positivo: il giornale ha fatto bene ad appropriarsi di un ruolo proprio dei partiti senza sottostare alle regole del loro gioco, perché i partiti in Italia hanno tralignato.

 

[**Video_box_2**]Pure Agostini sostiene che con la Seconda Repubblica, per il continuo sciogliersi e riaggregarsi delle organizzazioni partitiche,   “Repubblica” è diventata, l’“officina dell’identità per la sinistra incerta”. Oltre il giornale-partito,  un giornale che ha preso il posto dei partiti cui i suoi lettori facevano riferimento, finché Scalfari può salutare la nascita del Partito democratico, cinghia di trasmissione di Repubblica in politica. “Le ingessature ideologiche e i bendaggi mummificati sono durati lungamente sotto la forma degli ex e dei post, ma ora finalmente sono stati rotti”. Ma c’è sempre qualcuno più puro che ti epura. Nel Partito democratico che diventa Partito della Nazione l’antico movimentismo si fa establishment. L’establishment è scavalcato a sinistra dal nuovo-giornale partito del Fatto e dai Cinque Stelle, e Repubblica deve così reinventarsi.

Maurizio Stefanini

Romano, classe 1961, maturità classica, laurea in Scienze Politiche alla Luiss, giornalista dal 1988. Moglie, due figli. Free lance impenitente, collabora col Foglio dalla fondazione. Di formazione liberale classica, corretta da radici contadine e da un'intensa frequentazione del Terzo Mondo. Specialista in America Latina, Terzo Mondo, movimenti politici comparati, approfondimenti storici. Ha pubblicato vari libri, tra cui “I nomi del male”, ritratto dei leader dell’asse del Male, "Ultras - Identità, politica e violenza nel tifo sportivo da Pompei a Raciti e Sandri", "Da Omero al rock. Quando la letteratura incontra la canzone" e ultimo "Alce Nero un «beato» tra i Sioux". Parla cinque lingue; suona dieci strumenti (preferito, fisarmonica).

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