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Soffrite e crepate, maledetti ciccioni

Essere grassi è una colpa sociale? Considerazioni a margine del caso del quattordicenne seviziato al grido: "Chiattone, te gunfiamme!"

13 Ottobre 2014 alle 10:54

Soffrite e crepate, maledetti ciccioni

Fernando Botero, "Donna che legge"

Pregiudizi più comuni sugli obesi: sono ingordi; sono soggetti psicologicamente disturbati, con umore instabile; non hanno forza di volontà; sono pigri; hanno scarsa igiene personale; sono meno intelligenti [1].

 

Negli ospedali pubblici italiani il 31% degli infermieri preferirebbe non prendersi cura delle persone obese, il 24% riferisce «repulsione», il 12% preferirebbe non toccarle (da uno studio del 2009 del dottor Daniele Di Pauli, docente di Terapia nutrizionale all’Università di Padova) [1].

 

«Ho intestato il mio account Twitter a #ferrarailgrasso, il mio nom de plume è un elefante rosso, in aereo chiedo con voce gentile ma stentorea quella extension della cintura di sicurezza che il personale, animato da ottime intenzione, vorrebbe rifilarmi alla chetichella, senza parere, denuncio il mio peso (140 e passa) come un titolo di nobiltà, suggerisco di tenere conto che era anche quello di san Tommaso d’Aquino (almeno secondo un meraviglioso positivista firmatario di un libro su Grassi, panciuti e obesi e di un altro trattato, che ho rinvenuto in una bancarella tantissimi anni fa, su Nasuti, nasoni e snasati)» (Giuliano Ferrara) [2].

 

Pierluigi Battista: «Se date del “ciccione” a un mite ragazzo sovrappeso, tranquilli, nessuno vi rimprovererà per aver usato un’espressione offensiva nei confronti di chi, quando gli tocca umiliarsi alla bilancia, si avvicina angosciosamente ai cento chili. Non è il residuo di un’usanza lessicale arcaica: è l’ultimo linciaggio consentito in tempi in cui il linguaggio si fa sorvegliato, buono, premuroso, carico di buone intenzioni, attento a ogni diversità e ai diritti di tutte le minoranze. Tutte tranne una: quella dei grassi» [3].

 

La storia di Vincenzo, 14 anni, alto un metro e settanta per ottanta chili, timido e riservato, sul braccio tatuata la frase «basterebbe darsi un senso e andare avanti», studente al primo anno di un istituto professionale di Pianura, quartiere nella periferia occidentale di Napoli. Martedì poco dopo le 18 era andato con il padre, carrozziere, all’autolavaggio di via Padula per lavare macchina e motorino. Rimasto poi solo, si era messo ad aspettare su un divanetto che il suo motorino si asciugasse quando un Vincenzo Iacolare, 24 anni, disoccupato, un figlio di due anni, insieme a due dipendenti dell’autolavaggio, anche loro ventiquattrenni, hanno iniziato a insultarlo al grido di «Chiattone, vie’ ca che te gunfiamme». Preso il tubo della pistola ad aria compressa, Iacolare l’ha prima sparata in faccia al ragazzino, poi gli abbassato i pantaloni della tuta del Napoli e gliel’ha infilato nell’ano, lacerandogli l’intestino in più punti. Trasportato in condizioni critiche dagli stessi aggressori all’ospedale San Paolo di Fuorigrotta, è stato operato d’urgenza. Dopo una notte in terapia intensiva, le sue condizioni sono in miglioramento [4].

 

Vincenzo Iacolare è stato arrestato con l’accusa di tentato omicidio e violenza sessuale. Gli altri due sono indagati a piede libero per concorso negli stessi reati. Uno dei due avrebbe filmato le sevizie con lo smartphone, avrebbe caricato il video su Facebook per poi rimuoverlo quando si è reso conto della gravità della situazione [5].

 

Reazioni dei genitori dell’arrestato: «Non c’è stata malizia nel suo gesto. Ha fatto solo una enorme stupidaggine. È giusto che tutti quelli che hanno preso parte paghino, ma che paghino il giusto. Non è un tentato omicidio né altro, sono tutti bravi ragazzi che si prendevano in giro tra loro. Non hanno capito che il compressore, con quella potenza, avrebbe fatto danni. Era un gioco» [6].

 

Il proprietario dell’autolavaggio si è lamentato con i giornalisti del clamore mediatico che l’episodio ha destato e che «si sta ripercuotendo sulla mia attività» [7].

 

Silvia Truzzi: «Ora diranno della dittatura dell’estetica, la nostra weltanschauung capovolta dove l’immagine del mondo è diventata mondo dell’immagine. Nel Dizionario dei luoghi comuni Flaubert, sommamente incuriosito dalla stupidità umana, scrive che “Le persone grasse sono la disperazione dei carnefici perché presentano difficoltà d’esecuzione”» [7].

 

La definizione dell’obesità come malattia cronica degenerativa è stata data ufficialmente soltanto il 19 giugno 2013 dall’America Medical Association. In alternativa una parte di ricercatori scientifici riconosce il sovrappeso, e molti casi di obesità, come una possibile variante naturale della dimensione umana. La teoria genetica spiegherebbe l’immensa difficoltà che molti obesi incontrano nel dimagrire: il controllo esercitato dal loro Dna tenderebbe a riportare costantemente il corpo alla forma originale [1].

 

Gli americani la definiscono fatphobia [1].

 

«La tua obesità è un’offesa personale, un oltraggio al mio sguardo. La mostruosa violenza esplosa in quell’autolavaggio napoletano è la manifestazione cutanea di un’allergia ben più profonda di cui è affetto l’intero corpo sociale, la lipofobia. Il grasso è nocivo se ingerito, è nocivo se incarnato nella persona che ci si siede accanto, è nocivo anche solo se visto passare. È nocivo e pericoloso perché costituisce una provocazione cocente alla mia regola di vita, il cui un unico precetto ordina: sii magro» (Mauro Covacich) [8].

 

[**Video_box_2**]Nel 1961 Elizabeth Goodman chiese a 600 studenti fra i sei e i dieci anni di mettere in ordine di preferenza sei figure che rappresentavano un bambino normale, uno obeso, uno in sedia a rotelle, uno sfigurato al volto, uno menomato a una mano e uno con una stampella. L’immagine del bambino obeso fu quella che ottenne meno preferenze come amico ideale [1].

 

Francesco Baggiani nel saggio P(r)eso di mira, Clichy: «Nella mia esperienza scolastica di bambino ricordo chiaramente il compagno sovrappeso, canzonato, lasciato per ultimo nella scelta delle squadre e, talvolta, vittimizzato per la sua diversità. Anche allora gli adulti intorno a noi, come probabilmente dappertutto, trascuravano quelle prese in giro, o addirittura sorridevano pensando, probabilmente che l’umiliazione lo avrebbe aiutato a dimagrire. Erano gli anni Ottanta, e da allora a oggi, solo in Italia, il numero degli obesi è quasi raddoppiato» [1].

 

Ma quali sono i motivi addotti dai ragazzi per bullizzare i giovani sovrappeso? Baggiani: «In primo luogo possono essere etichettati come “non conformi ai modelli”. In secondo luogo, i piccoli in obesità possono essere riluttanti o incapaci di partecipare ad attività ludiche e sportive di gruppo, sia per la paura del rifiuto che per effettive limitazioni fisiche [1].

 

È dimostrato che nei confronti di altre caratteristiche somatiche o altre patologie si manifesta, in genere, più indulgenza. Baggiani: «Le persone in sovrappeso sono considerate come i soli artefici della propria condizione, e questa imputazione di “dolo” produce una generale intolleranza nei loro confronti: così al disagio fisico si aggiunge la sofferenza morale dell’esclusione» [1].

 

«È sacrosanto, certo, ascoltare le raccomandazioni dei medici. È appurato che la forma fisica e il peso adeguato sono la strada maestra per una buona salute e una buona vita. È vero che non di rado il sovrappeso indica cattivi comportamenti che vanno modificati. Ma tutto questo non giustifica il vicolo cieco in cui siamo arrivati, in fondo al quale c’è un ragazzino seviziato perché ormai la grassezza è il nostro peccato originale» (Elena Loewenthal) [9].

 

Note: [1] Francesco Baggiani, P(r)eso di mira. Pregiudizio e discriminazione dell’obesità, Clichy 2014; [2] Giuliano Ferrara, Il Foglio 28/4/2013; [3] Pierluigi Battista, Corriere della Sera 11/10; [4] tutti i giornali 10/10; [5] Grazia Volo, La Stampa 11/10; [6] Cristiana Zagaria, la Repubblica 10/10; [7] Silvia Truzzi, il Fatto Quotidiano 10/10; [8] Mauro Covacich, Corriere della Sera 10/10; [9] Elena Loewenthal, La Stampa 10/10.

Redazione

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