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In lode dell’orsa maggiore

Daniza ha soltanto difeso i suoi cuccioli. Abbasso i manettari che vogliono metterla in gabbia.

23 Agosto 2014 alle 06:30

In lode dell’orsa maggiore

Nei primi anni Novanta l’orso bruno era quasi del tutto scomparso dall’arco alpino, attualmente si conta una quarantina di esemplari

Lei da sola, ormai, è persino più popolare del Papa, di Renzi e dell’ultimo avanzo della stagione televisiva messi insieme (certi di questi, di solito, pure essi a caratura plantigrada: ma molto meno eleganti). E’ l’unica vera eroina di questa estate di pioggia e noia e stelle cadenti invisibili – e sorgenti tette ministeriali (1. Stefania Giannini) al vento e chiappe sempre ministeriali (2. Maria Elena Boschi) all’orizzonte, nell’angusto campo di battaglia che ci tocca. E’ più tosta della Merkel, più defilata del sottosegretario Delrio, più fascinosa dell’on. Moretti (Alessandra, settore spiagge&amori pure lei). Nell’agosto dove, dopo duemila anni, si affoga pure l’imperatore Augusto, data l’età comprensibilmente reumatico, e ai bronzi di Riace tocca in sorte il perizoma con aggiunta di sciarpette da Gay Pride, solo un vanto abbiamo, solo un’epopea di cui sentirsi parte, solo una figura da spingere al centro della scena: l’orsa Daniza. L’immagine sua sfuggente, con i suoi orsetti attorno, tra boschi e sulla riva del lago, sotto gli alberi e dietro i massi, insieme commuove e spinge al tifo scatenato (una delle poche situazioni in cui è lecito avere un minimo d’istinto da Genny ’a carogna): vai, Daniza, corri, corri! Ci vorrebbero folle ad acclamarla, sul bordo dei viottoli lungo i quali fugge, borracce d’acqua e caramelle al miele a sostegno, come se insieme fosse Bartali e pure Coppi; mimi e peluche e bambini e suore matte e suonatori di maracas e cantanti d’opera per rendere difficile il percorso agli inseguitori – non avesse lei, giustamente e saggiamente, un po’ tutti gli umani in diffidenza. Daniza. Professione: mamma orsa. Wanted. Ricercata (pare si accompagni stabilmente con due orsetti). Pericolosa. Achtung!

 

Praticamente nessuno, da lassù sulle cime delle Alpi fino a tutto il dorsale appenninico, e più in là, fino all’intero e vasto mar Mediterraneo, isole comprese, è meno che disposto a sostenere la sua latitanza, a favorire la sua fuga, a coprire le sue tracce. Sarebbe bello poter offrire per nascondiglio un garage o un camper o una tenda color turchese – Daniza?, no, qui non si è vista, cercate sul mare, verso Ladispoli! E tu scappa! Scappa! Scappa, Daniza! Secondo un sondaggio sul sito della Stampa, quasi il 95 per cento dei votanti è a favore della sua libertà, contro un residuo di manettari: gente da gabbia e recinto e zoo – per dire, e così si è detto tutto. Si sa come è andata: la bestia, il giorno di ferragosto, ha incrociato un cercatore di funghi in quel di Pinzolo, lassù in Trentino. Credendo i suoi due cuccioli minacciati, gli ha lasciato qualche graffio e preso a morsi lo scarpone (e peraltro lo stesso cercatore di funghi, per mezzo del suo avvocato – e sì, c’è pure l’avvocato, tale il parapiglia – ha sottolineato “la legittima reazione della madre”, intesa l’orsa Daniza, “che, dopo l’allontanamento dei piccoli ha aggredito alle spalle il mio assistito il quale si è difeso per personale sopravvivenza”, e che, molto civilmente, il suo cliente “mai ha avuto il benché minimo accenno di accuse e rimostranze men che meno di condanna nei confronti dell’animale aggressore”). E allora, che vogliono da Daniza? Curioso paese, questo: sempre tutti a predicare la difesa della famiglia, i pericoli che corre la famiglia, l’importanza dei figli, ecc. ecc., e quando Daniza lo fa – altro che le chiacchiere, e le cronache buie piene di storie di umani che presi da follia i loro figli accoltellano – diventa braccata, assaltata, inseguita. Mica c’è qualche logica. Proprio no. L’orsa mamma ha sentito i suoi cuccioli minacciati – e li ha difesi come l’istinto e la specie suggerivano. Meglio del teologo, meglio del pedagogista, meglio – qui basterebbe pure un sorcio da laboratorio assonnato – di certi politicanti dal solenne eloquio di coglioni. E’ all’istinto dell’orso, al suo semplice essere orso, allora, che ora si dà la caccia – incruenta, per carità, adesso tutti giurano incruenta, dopo che qualche solerte adoratore dello schioppo facile la pelle della bestia voleva, la testa, il trofeo. Vogliono metterla in un recinto, Daniza – paradossalmente per la sua assoluta innocenza. Insieme a un altro suo figlio nato anni fa, già imprigionato in quel sito del Casteller. Vogliono separarla per sempre dai suoi cuccioli – per difendere i quali è finita in questo pasticcio: come succede solo nei film, come succede solo in televisione, come succede solo nei romanzi (anche se, si capisce, mica gli orsi hanno letto “I miserabili”). Solo che poi lì – al cinema, in tivù, nei libri – qualche volta finisce bene. Qui bene, probabilmente, per Daniza non finirà. Dicono che la sua libertà abbia giorni, ore contate. “Può essere questione di ore, oppure di giorni”, assicurano (chi?) quelli che la inseguono. Lei non lo sa, non sa che le hanno contato le ore e i giorni della sua libertà – scappa perché la sua nutura glielo chiede. Scappa perché il suo cuore di orsa sente intorno battiti affannati di cui diffidare. Scappa perché c’è sempre primitiva saggezza nel mettere distanza e monti e acque tra l’essere che fugge e l’uomo che insegue.

 

Corri, dai, scappa, cazzo, non farti prendere! Sei come Bonnie, Daniza – anche se non hai Clyde con te, anche se pure quella storia mica bene finì. Magari salendo salendo – così grande e così leggera, con i due cuccioli che le rotolano attorno con filiale disciplina, così simili e così indistinguibili dall’orsetto di peluche che quasi in ogni memoria sta depositato – scoverà qualche cima di monte che l’uomo non ha ancora raggiunto, un cielo mai visto, dove le trappole (“tubi”, le chiamano) rimpinzate di miele per catturarla non ci sono, dove la sua libertà di essere orsa non possa trovare minaccia in qualche riga provinciale o ministeriale. (Il linguaggio ministeriale, piuttosto, quello sì andrebbe braccato, quello che fa scrivere parole come “captivazione”, che poi sarebbe “cattivare”: fanno i latinisti, capirai, e poi “cattivare” è parola che fa pessima impressione, si spaventano i bambini e procura cattivi titoli sui giornali – con quell’apposito ministro che avendo a nome Galletti, seppur non Vallespluga, almeno un sentimento tra il passaggio dall’aia al pollaio dovrebbe coltivarlo, e invece gonfia il petto: “Sarà catturata”). Magari adesso si sta avvicinando alla trappola, Daniza. Magari cade nella trappola uno dei suoi cuccioli – e lei certo non lo lascerà solo lì prigioniero. Magari le toccherà il sacrificio finale. E i suoi cuccioli, separati con forza dalla mamma, imprigionata (seppur mica in bieca gabbia da circo o da zoo, ma sempre con recinti che non si valicano, mentre un orso cammina e sale e scende e va e va e va: non conosce i confini, così come il sommesso e pigro e ingegneristico cervello degli umani) con l’altro suo figlio – che pare, che è, allora, storia infinitamente triste, da amore nei giorni di colera, da altri misurato e dimensionato e tarato – che fine faranno i suoi cuccioli che ora le rotolano al fianco? Dice il documento del ministero (e poi dicono che l’orsa graffia): “I cuccioli di orso bruno che perdono la madre nella stagione estiva presentano in genere buone probabilità di sopravvivenza nel medio e lungo periodo”. Capito? “Perdono la madre” – perché la madre gliela rubano; e “buone probabilità di sopravvivenza” – come a dire: chissà se. Di costoro dovrebbe fidarsi, l’orsa fuggitiva. Un penoso giocare col senso delle cose.

 

Se la fuga di Daniza – come la fuga dell’innocente giraffina di Imola, che morì senza fiato e di spavento su un pavimento di cemento, inseguita pure essa dagli uomini: e hanno, giraffe e orsi, cuori grandi, si sa; come la mucca che provò a fuggire dal macello; come i cavalli che si schiantano durante tribali sagre paesane – è diventata questo evento mediatico di cui persino il Guardian si è occupato, se è una storia che ha fatto schierare decine e decine di migliaia di persone (#iostocondaniza), che pur nel disordine estivo avvertono un po’ come minaccia anche a loro la minaccia alla libertà di mamma orsa, è perché trattasi di storia esemplare. Esemplare di come il torto si possa travestire da ragione, la saggia prudenza in banale burocrazia (nei documenti gli orsi, pur dentro il bel progetto “Life Ursus” che li ha riportati, circa quaranta, sui monti del Trentino, si chiamano Dj3 o M11 o Mj5 o M4 o M2: come moduli, come pratiche), un piccolo pericolo (mica tanto più grande, in fondo, nelle conseguenze, dei cestini da pic nic che Yoghi e Bubu rubano a Jellystone) in assenza di fantasia. Già un orso che aveva varcato il confine austriaco era stato abbattuto a fucilate – a nord del Brennero c’è gente che a volte si allarga, si sa, ma che non fa allargare gli altri – e sta impagliato da qualche parte, avendo gli sparatori il gusto del macabro, e un altro ammazzato da un bracconiere – “questo malefico pezzo di merda bianca”, avrebbe scritto William S. Burroughs. Daniza ha diciotto anni, viene dalla Slovenia, ha un radiocollare che permette di controllarne i movimenti – e nonostante questo sfugge a tutti, bellissima e degna di Arsenio Lupin. Dicono quelli che la rincorrono che “ha già alle spalle una storia di eccessiva confidenza con l’uomo”, proprio così dicono, e poi si meravigliano e la inseguono quando di questa confidenza altra non ne vuole. Ma insomma, pare cosa logica? Che deve fare, una mamma orsa? Eccessiva confidenza no, perché poi ti corrono dietro. Va be’. Respingere ogni forma di confidenza – pur con zampate e denti, che mica è Daniza la “signorina-tu-mi-turbi” – neppure. E allora? Come ci si deve regolare? Che bisogna fare?

 

Corri, Daniza! Dicono che puoi fare fino a cinquanta chilometri al giorno, speriamo cinquecento, speriamo cinquemila. Corri – come nel film di Jean-Jacques Annaud (lo girarono da quelle parti, lassù a nord) dove erano i cacciatori senza cuore a inseguire un gigantesco orso e un piccolo cucciolo. Scappa! Fotti gli inseguitori – pure quei politici locali, certi, mica tutti, quelli che, dicono le cronache dalla val Nambrone, ululano (loro sì) che vogliono gli orsi “fora dai ball” (e c’è da credere che nei pressi “dei ball” loro manco un grizzly affamato si avvicinerebbe). Hai pochi giorni, poche ore, Daniza! Quello per cui ogni umano sarebbe giustamente lodato – difendere, pure con la forza, i propri cuccioli – a te viene imputato. E siccome nella realtà la tua reazione è stata molto umana, adesso ti accusano di essere troppo orsa. C’è da diventarci matta, cara Daniza, a seguire i contorti pensieri degli umani – che di buono più o meno solo il miele sanno fare, ma quello poi se lo sanno fare già da sole le api. E forse, proprio per questo non vuoi che gli uomini vengano a contatto con gli orsacchiotti tuoi – perché la loro logica da Comma 22 dice che bisogna fare una certa cosa, ma se quella cosa la fai allora finisci imputata. Boh – servirebbe un buon avvocato, un giudice da qualche parte, un po’ di saggezza di Montaigne, lui, che di certi che ti desiderano imprigionata o morta poteva scrivere: “E’ per la vanità di questa stessa immaginazione che egli si uguaglia a Dio, che si attribuisce le prerogative divine, che trasceglie e separa se stesso dalla folla delle altre creature, fa le parti degli animali suoi fratelli e compagni, e distribuisce loro quella porzione di facoltà e di forze che gli piace. Come può egli conoscere, con la forza della sua intelligenza, i moti interni e segreti degli animali? Da quale confronto fra essi e noi deduce quella bestialità che attribuisce loro?” (Michel de Montaigne, “Saggi”, primo volume, pag. 584, Adelphi). E pensa pure, per farti correre più forte, che ci sono di quelli, fautori dello schioppo puntato su te e i tuoi simili, che credono sia un loro vicino di pensiero, il povero e innocente Montaigne…

 

Tutti i meglio e più arditi combattenti della libertà dovrebbero adesso schierarsi al tuo fianco: da Mafalda all’orca Willy, dalle galline in fuga alla cagnona Belle, dai beagle che si sono liberati (tiè!) alle tartarughe dello zoo di Londra che quei due matti del romanzo rimisero in mare. Difficile che tu possa farcela, Daniza – lo so, lo sappiamo. Lo sai? Magari già oggi tutto sarà finito. O domani. Prima che le foglie cadano e la neve ti protegga. Forse non lo sai – forse non sai neanche che ti stanno inseguendo. Forse lo sai – e sai che mille altre volte quello che hai fatto rifaresti, se ti trovassi ancora di fronte al pericolo per i tuoi piccoli: la cosa migliore che noi sappiamo a volte fare, ma che tu non puoi fare. Così, lo stesso fuggire per la tua libertà: un’altra delle cose migliori che a volte sappiamo fare, ma che tu non puoi fare. Magari ti indicheranno la strada certi complici misteriosi che incontrerai nei boschi, o su in alto. E non fidarti mai, mai, mai, del miele degli uomini – come in quella bella canzone di De Andrè, “al loro dio goloso non credere mai”. Corri, Daniza, corri! Adesso sei davvero per tutti l’Orsa Maggiore.

Stefano Di Michele

Diplomato in ragioneria, però con il minimo dei voti. Prima del Foglio, è stato per molti anni all’Unità. Ha studiato (con profitto) dalla suore, dove ha frequentato l’asilo e le elementari. E’ stato iscritto (non pentito) al Pci. Gli piace oziare, avere del tempo da perdere, leggere libri sui bizantini. Non viaggia, non sa l’inglese, non ha un blog, non capisce di calcio, non sa suonare nessun strumento musicale, non ha la patente. Ama appassionatamente i gatti, i papaveri e i cocomeri. Ne ha due (di gatti): Borges e Camilla. Detesta i cacciatori, la gente con la pelliccia, i toreri, i cristiani rinati (se non è venuta buona la prima ci sarà un motivo) e i Suv. Adora Elias Canetti, Borges (gatto e poeta), Brunella Gasperini, Pessoa, la Yourcenar, Cèchov, Kavafis, il suono della fisarmonica, il tenente Colombo, le strisce di Mafalda e andare la sera – a sentir racconti e a raccontare – dar filettaro. Da credente, è convinto che ci sia qualcosa di miracoloso e divino negli animali, negli alberi e nei versi di Emily Dickinson. In generale si fida della polizia, dei preti (a volte) e dei vecchi comunisti.

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