La Nazionale italiana di calcio con la maglia nera voluta da Benito Mussolini, indossata negli Anni'30.

Antropologia politica

Il carro, i vincitori, accanimenti, delusioni di campo e di palazzo

Salvatore Merlo

Quando la palla nazionale indossò la camicia nera, l’epopea di Pertini e Bearzot, del Cav. e di Sacchi. Nei momenti di crisi, lo stallatico precede il cammello. Lo diceva Esopo il favolista, e lo vediamo ora.

Appena scese le scalette dell’aereo che lo portava in Brasile, Cesare Prandelli, intervistato dal Tg1, pronunciò una frase diventata oggi drammatica con l’eliminazione della Nazionale, ma che in quei primi giorni, in Brasile, quando ancora si vinceva, aveva una sua grandezza: “Adesso il carro del vincitore è pieno. Ma appena le cose andranno male torneremo a soffrire di solitudine”. Ed ecco infatti che il Tempo titola in prima pagina “pippe”, la Gazzetta dello Sport, che pure aveva esaltato la vittoria contro l’Inghilterra (“E’ subito grande Italia”), adesso scrive: “Lo sfascio”. E ancora: “Il calcio è morto”, “un altro pezzo d’Italia che non funziona”, dice Repubblica, e persino, secondo Lucia Annunziata, “ecco la prima sconfitta dell’era Renzi”. E insomma il calcio è la prova certa che esiste un terribile rovescio delle cose, si porta addosso un’incancellabile trasparenza che in Italia rivela la verità degli uomini come quella dello sport. L’Italia ha costruito formidabili coppie politico-calcistiche, fenomeni simbiotici e di massa: Vittorio Pozzo e Mussolini, Bearzot che fumava la pipa e giocava a scopone con Pertini, Renzi e Prandelli, e poi ovviamente Sacchi e Silvio Berlusconi, con il Milan massima sintesi tra patria, partito e consenso, con il carisma dei vecchi Baresi e Maldini elevato a proverbio di saggezza come nei romanzi di Verga. Tutte coppie scoppiate non appena l’ombra nera del fallimento ha avvolto uno dei due partner. E forse solo in Italia esiste un così alto livello d’identificazione, una sindrome, tra il pallone e il paese, la sua economia, la sua politica e i suoi protagonisti. Tanto che la frase di Cesare Prandelli sul carro del vincitore suona come un sinistro aforisma politico, un avvertimento, nel paese in cui il Parlamento è pieno di Grillo-Suárez che ti mordono sotto il tavolo, un monito che il vittorioso Renzi, lui che spavaldo assomiglia più a Balotelli che al discreto Prandelli (“Enrico stai sereno”), dovrebbe appendere nello studio di Palazzo Chigi accanto al ritratto di Napolitano: “Adesso il carro del vincitore è pieno. Ma appena le cose andranno male…”.

 

Nei momenti di crisi, diceva Esopo, lo stallatico precede il cammello. Così, adesso, “i residui”, le deiezioni del cammello-calcio, imbrattano tutto lo spazio della politica italiana. Ai tempi di Mussolini e Vittorio Pozzo, che inventarono gli stadi e portarono le masse in piazza, quando si vincevano i Mondiali e si preparavano le guerre con la medesima gioia, Benedetto Croce ironizzava, quasi come l’amaro Prandelli: “Il fascismo non fa più iscrizioni. Sono finite le tessere”. Tutti in camicia nera, anche gli Azzurri. E tutti sanno che fine ha fatto poi quella camicia nera. E insomma c’è un vecchio imprinting che ritorna prepotente nell’improvvisa solitudine dello sconfitto Prandelli, ma pure nel calcio che sui giornali diventa metafora d’Italia e specchio della sua crisi, persino nei paragoni acrobatici tra la mediocrità in campo e la velocità renziana in Parlamento, oppure tra il fallimento calcistico e il fallimento renziano. Ha detto per esempio il senatore Minzolini, su Twitter: “Prandelli è come il suo amico Renzi. Solo immagine. Delusione annunciata”. Calcio e politica, politica e calcio. Si ricordi che come quelle di Bennato non sono solo canzonette, così, nelle partite di calcio, c’è tanta ingegneria istituzionale e c’è la sapienza di governo e di scelta degli uomini, nei ruoli propri. E si potrebbe dunque dire che il calcio è la politica vera, e la politica è invece una partita falsa. Ma non è vero quello che diceva Churchill. Gli italiani non giocano le partite di calcio come fossero guerre e non combattono le guerre come fossero partite di calcio. Churchill aveva intuito la modernità un po’ plebea e opportunista che in Italia sin dai tempi del duce unisce il pallone e la politica. Lo capì anche Berlusconi, che vinse tutto col Milan ma perse la Coppa del mondo nel ’94 con Sacchi allenatore, Ancelotti vice, e quel rigore del suo Baresi sparato oltre le nuvole. E probabilmente lo hanno capito Graziano Delrio e Matteo Renzi. Ma prima di tutti loro lo capì Craxi, che con il Mondiale del 1982 riscoprì la bandiera nazionale, e anche il socialismo internazionalista – “Nostra Patria / è il mondo intero…” – allora si fece tricolore, il partito del made in Italy e della riscossa, come la copertina che Mario Soldati, disorganicamente socialista, scelse per le sue cronache di Spagna ’82 (“Ah! Il Mundial”). Poi però le bandiere si arrotolano. Le squadre perdono. Il carro si svuota. E dunque: #Prandelli chi?

  • Salvatore Merlo
  • Milano 1982, vicedirettore del Foglio. Cresciuto a Catania, liceo classico “Galileo” a Firenze, tre lauree a Siena e una parentesi erasmiana a Nottingham. Un tirocinio in epoca universitaria al Corriere del Mezzogiorno (redazione di Bari), ho collaborato con Radiotre, Panorama e Raiuno. Lavoro al Foglio dal 2007. Ho scritto per Mondadori "Fummo giovani soltanto allora", la vita spericolata del giovane Indro Montanelli.