The Americans

Redazione

Guardando il serial The Amerincans uno dei primi elementi che colpiscono l’interesse dello spettatore è il tono cupo, quasi noir, con cui viene presentato il periodo storico in cui la storia si svolge: gli anni ottanta. Quando il ciclo delle mode ci riporta l’atmosfera di quegli anni, si viene sempre accecati da colori luminescenti e dai tratti meravigliosamente trash di quella decade, come le chiome cotonate e i fisici maggiorati dei suoi protagonisti. Gli Ottanta, in realtà, sono stati anni in chiaroscuro. Per noi italiani hanno rappresentato il tempo dei paninari e dell’eroina, di Drive In e di Chernobyl, degli yuppies e del pentapartito. Per gli U.S.A. sono stati gli anni di Reagan, del suo sorriso da attore di Hollywood, di Madonna e delle top model, ma anche il decennio dello scudo missilistico, il tempo in cui la minaccia della guerra atomica si fece più concreta, quasi ineluttabile.

Le vicende di Phillip ed Elizabeth Jennings si svolgono in un contesto in cui i cambiamenti e le crisi geopolitiche hanno il ritmo di un balletto del compianto Michael Jackson. I due protagonisti di The Americans, andato in onda nella primavera del 2013 sul canale satellitare FX, sono due spie del KGB, addestrati per lunghi anni a interpretare alla perfezione il ruolo dell’autentica american family. Per rendere assolutamente verosimile la loro copertura, i due agenti segreti mettono al mondo persino due figli, Sandra e Stan, del tutto ignari della vera identità dei genitori.

La traccia descritta sembra introdurci nella classica spy story, sul genere True Lies, autentico must nel campo dei prodotti audiovisivi. Quel tipo di storie in cui i nostri sorridenti vicini alternano, con disinvoltura, un giro al centro commerciale con missioni segretissime e pericolose. In realtà, e ciò pare essere il maggiore elemento d’interesse in The Americans, il cardine della narrazione sta nei conflitti che questo sdoppiamento dell’identità produce nella coscienza dei protagonisti. Dopo quasi vent’anni in America il confine tra la realtà della propria vita d’origine e la “realtà fittizia” interpretata dalle due spie va sfumando. Non è quindi casuale che l’incedere della storia sia segnato da azioni e colpi di scena rocamboleschi e fasi d’introspezione in cui i protagonisti sembrano perdere il senso delle proprie azioni.

Questo tipo di conflitto segna di sicuro un fatto inedito nel genere delle spy story. La dimensione personale, quella composta dal caffè mattutino e da una partita di hockey con il proprio figlio, finisce per scontrarsi con le ragioni astratte dell’ideale collettivo a cui rispondono le due spie. L’importanza del proprio vissuto quotidiano, fatto di confort e di pasti abbondanti, nel corso del serial rischia spesso di scavalcare il valore degli interessi generali della  Grande Madre Russia e della Rivoluzione Socialista. Il tutto ovviamente all’interno della cornice degli anni Ottanta, ossia durante la decade in cui nello scenario globale il mito del collettivismo abdicò definitivamente a quello delle libertà personali.

Così The Americans alterna sapientemente, durante i tredici episodi, sparatorie, travestimenti e missioni speciali, con intrecci sentimentali ed esistenziali. La serie finisce per essere un piccolo saggio di storia contemporanea, con interessanti sconfinamenti nel campo dell’analisi psicologica, sociale e culturale. Vedendo The Americans capirete perché l’URSS è crollata e la guerra fredda l’ha vinta Regan. Non ci credete? Guardate The Americans.

di Federico Tarquini

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