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Lucio Dalla se n'è andato con due passi di Mambo

Annalena Benini

Lucio Dalla non è soltanto la colonna sonora, lui è anche i sottotitoli. Le sue canzoni sono diventate modi di dire, codici, mondi, contengono molto di più di quel che dicono perché tutti abbiamo uno stato d’animo, una storia, un vaffanculo e un grazie da infilarci dentro

Ma l’impresa eccezionale, dammi retta, è essere normale. L’unica che non gli è riuscita, l’unico fallimento, per cui dirgli ancora: grazie, Lucio Dalla, però adesso “vattene via, leva il tuo sorriso dalla strada e fai passare la mia malinconia”. Se n’è andato con due passi di mambo, come nella canzone, se n’è andato sbattendo la porta e tutti noi avevamo in mezzo la mano. Lucio Dalla ci ha tramortito, morendo, senza preavviso, senza ultimi pianti, rigettandoci in faccia, tutte in una volta, le parole della nostra vita. Le aveva scritte lui, per noi, con in testa la parrucca gialla, il berretto di lana blu, le collanine, gli occhiali, in mutande o senza mutande, perché si divertiva da pazzi a esporre “la mia patetica nudità”. Le aveva scritte pensando di non saperle scrivere, come all’inizio suonava senza saper suonare (con Chet Baker, con Miles Davis, con Pupi Avati che per invidia voleva buttarlo giù dalla Sagrada Família).

Lucio Dalla non è soltanto la colonna sonora, lui è anche i sottotitoli. “Non so se hai presente una puttana ottimista e di sinistra”, ci galleggia addosso da più di trent’anni, è un modo di dire, un codice, un mondo, contiene molto di più di quel che dice perché tutti abbiamo uno stato d’animo, una storia, un vaffanculo e un grazie da infilarci dentro, è come “io che qui sto morendo e tu che mangi il gelato”, e se esiste un modo migliore per dirlo non l’hanno ancora inventato. Lucio Dalla diceva di sperare di essere attraversato da tutte le tempeste del cuore, per capire cosa lo muove, voleva le scoperte, le idee, le persone, i quadri, le cose strambe: andare a Venezia come miglior attore per “I sovversivi” dei fratelli Taviani, dirigere l’orchestra sorridendo per Carone che cantava “Nanì”, a Sanremo, inventarsi la storia di lui che a cinque giorni di vita vede una finestra e dice “luce”, e la mamma non si scompone e decide di chiamarlo Lucio, ballare a “Domenica In” e intanto riscrivere la Tosca di Puccini.

Ridere cantare far casino, insomma far finta che sia sempre Carnevale non è da tutti, non lo è provare vera attrazione carnale per il mondo e non smettere di fare “Piazza Grande” quando gliela chiedevano, cioè sempre, anche se non la amava più. “Di cosa mi dovrei pentire, di giocare con la vita e di prenderla per la coda, tanto un giorno dovrà finire e poi, all’eterno ci ho già pensato, è eterno anche un minuto, ogni bacio ricevuto dalla gente che ho amato”. Sono perfette, le parole di Lucio Dalla, si sono infilate in ogni spazio libero delle nostre storie, perché anche tutte le canzoni di Dalla sono storie in cui lui ha fatto muovere gatti neri, cattivi pensieri, “pazzi sprassolati e un poco scemi” come noi (che non sappiamo cosa significhi sprassolati ma ci sentiamo così lo stesso), come lui: e allora davvero a riascoltarle sembra che Dalla avesse già pensato a tutto, immaginato tutto, cantato tutto, perfino il momento preciso in cui si sarebbe girato e via.

 

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  • Annalena Benini
  • Annalena Benini, nata a Ferrara nel 1975, vive a Roma. Giornalista e scrittrice, è al Foglio dal 2001 e scrive di cultura, persone, storie. La rubrica di libri Lettere rubate esce ogni sabato, l’inserto Il Figlio esce ogni venerdì ed è anche un podcast. Ha scritto e condotto il programma tivù “Romanzo italiano” per Rai3. Il suo ultimo libro è “I racconti delle donne”. E’ sposata e ha due figli.