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Il corpo delle scimmie

Le scimmie cappuccine sono quelle con la faccia nuda, il manto color frate e il cappuccio bianco; Keith Chen, docente di Economia a Yale, ne ha addestrate sette (quattro femmine e tre maschi) all’uso del denaro. Ha cominciato gettando nelle gabbie dei piccoli dischi di metallo con un foro in mezzo: le scimmie li annusavano, li addentavano e poi li buttavano via. Ma pian piano si sono accorte che fin che avevano i dischi tra le dita venivano rifornite di frutta dai ricercatori, mentre la frutta spariva appena gettavano i dischi.

di Walter Siti

27 Maggio 2011 alle 21:30

Le scimmie cappuccine sono quelle con la faccia nuda, il manto color frate e il cappuccio bianco; Keith Chen, docente di Economia a Yale, ne ha addestrate sette (quattro femmine e tre maschi) all’uso del denaro. Ha cominciato gettando nelle gabbie dei piccoli dischi di metallo con un foro in mezzo: le scimmie li annusavano, li addentavano e poi li buttavano via. Ma pian piano si sono accorte che fin che avevano i dischi tra le dita venivano rifornite di frutta dai ricercatori, mentre la frutta spariva appena gettavano i dischi.

Così hanno imparato a tenersi i dischi in mano finché non ricevevano la frutta, anzi a scambiare la frutta coi dischi (che da quel momento per loro erano diventati denaro a tutti gli effetti). Chen, a quel punto, ha provato a differenziare i prezzi delle banane e delle mele: tre dischi per una banana, un solo disco per una mela – anche i comportamenti si sono differenziati in conseguenza: chi appena avuto un disco lo scambiava subito con una mela, chi amando le banane preferiva aspettare e accumulare tre dischi. Due diverse categorie di consumatori. Dopo parecchi altri esperimenti altrettanto istruttivi (tipo provocare un improvviso rialzo dei prezzi e poi un inspiegabile ribasso), Chen ha voluto vedere come reagissero le scimmie a una ricchezza inaspettata e ha immesso nella gabbia, di colpo, tantissime monete: tutte le cappuccine si sono affrettate ad arraffare più monete che potevano per fare incetta di frutta. Tutte tranne una, un giovane maschio – che invece, dopo aver ammassato un bel gruzzolo, si è avvicinato a una femmina e traendola in disparte gliel’ha deposto ai piedi. La femmina s’è accoppiata subito col donatore, poi ha raccolto il gruzzoletto e si è avviata anche lei a comprare la frutta. Primo caso sperimentale, tra gli animali, di sesso offerto in cambio di denaro.

Questa parabola etologica, estranea com’è a troppo frettolosi e ingombranti parametri morali, può dimostrarsi un buon punto di partenza; soprattutto perché il comportamento ha avuto luogo in un contesto di abbondanza e non di privazione (la giovane femmina avrebbe potuto procurarsi i dischi di metallo da sola, e comunque nessuno stava soffrendo la fame). Da qualche tempo, assecondando un’indignata spinta a “chiamare le cose col loro nome”, molti hanno insistito che le cosiddette escort non sono altro che prostitute (o troie, o mignotte); le parole hanno un peso, in genere quando una parola nuova si afferma è segno che è accaduto qualcosa di nuovo nella realtà. Come i pendolari stipati sui treni locali sembrano ormai incomparabili per natura ai manager che interrogano i loro iPad sul Frecciarossa, così le prostitute di strada e i loro clienti hanno l’aria di appartenere a una diversa umanità rispetto al variegato e sfumatissimo panorama delle (e degli) escort, o delle offerte ‘love’ e ‘contact’ che pullulano in Rete. A mondi separati, parole separate. Le riflessioni che seguono si riferiranno soltanto al mondo ricco o comunque benestante, perché la miseria e il bisogno (oltre a pretendere pietà e rispetto) introducono troppo rumore di fondo nella già complicata faccenda del corpo e del desiderio.

Nell’universo delle escort, e nella zona di alta gamma della Rete, è davvero il corpo quello che si vende? Molti pensano che sia piuttosto l’immagine, tant’è vero che il medesimo corpo, quando è valorizzato da foto o passerelle o tivù, aumenta di prezzo; e le donne (o gli uomini) che si vendono lo sanno talmente bene che affollano le palestre per migliorare la loro immagine assai più che le loro prestazioni sessuali. Il valore d’uso della merce (l’atto sessuale) è largamente superato dal suo valore di scambio, come icona del lusso e status symbol. E dunque si paga il lavoro che è stato necessario per produrre la merce, compreso il trasporto (vedi il successo di molte escort esotiche, che portano con sé il brivido di lingue e paesi lontani).

Con la pan-sessualizzazione degli ultimi trent’anni, anche il sesso è diventato un mediatore universale esattamente come il denaro; entrambi portano con sé un riflesso d’assoluto – il denaro per l’infinità di cose in cui riesce a trasformarsi (“divinità che congiunge gli impossibili e li costringe a baciarsi”, lo definisce Shakespeare nel “Timone d’Atene”); il sesso perché, sganciato dall’amore, ne ha conservato tuttavia un profumo d’infinito. Molti imprenditori, lo sappiamo, pagano i politici direttamente in russe, o lituane; più che una merce, il corpo diventa moneta – e se diventa esso stesso, come il denaro, l’equivalente generale di molti specifici beni, allora non deve avere caratteristiche troppo individuanti; di qui l’omologazione estetica, ottenuta con la chirurgia o con mezzi più soft come l’abbigliamento e il trucco. Se il corpo diventa moneta, che cosa compra esattamente il cliente quando cerca la compagnia di una escort? Con tot euro, o dollari, compra un altro tipo di moneta che può eventualmente scambiare per ottenere più ambiziosi e immateriali favori. La prostituzione, in questo caso, somiglia a un commercio di valuta.

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Se il corpo si disincarna così, diventando simbolo di se stesso, il legame con la fisiologia si ottunde e si attenua; le metafore millenarie sul “possedere” si confondono. Nell’esempio delle scimmie cappuccine chi possiede offre ancora denaro a chi è posseduto – ma ormai sono parecchi i casi in cui chi sarà posseduto offre denaro a qualcuno che lo possiederà. Scempiaggini linguistiche, d’accordo, coincidenze a dominante fallocratica; ma coincidenze che dissolvendosi rendono ancora più incerto il tema di che cosa precisamente si compra, di che cosa è tuo dopo l’acquisto. La signora che si paga un escort compra davvero soltanto il piacere dell’atto sessuale, o non anche il piacere di contemplarsi vincente mentre rovescia un luogo comune, servita a puntino da un bell’uomo?

Il gioco di specchi delle proiezioni si allea con la tecnologia nel dilatare lo spazio tra prostituzione reale e prostituzione percepita; se l’immagine è più importante del corpo, la ragazzina che si fotografa seminuda e vende i propri scatti al telefonino dei compagni di scuola, lo capisce o no che sta prostituendosi? E se si riprende con una webcam? Se guadagnare denaro ballando la lap-dance è socialmente e moralmente lecito, farsi toccare da un cliente durante una sessione a porte chiuse di table-dance si configurerà come prostituzione o no? Guardare e non toccare? O solo carezze intime, senza penetrazione? Distinzioni bizantine o gesuitiche: vendere la propria immagine significa svendere l’ideale di sé o realizzare pulsioni segrete? O magari secondo il pensiero selvaggio significa davvero vendere l’anima, forse più di chi si limita a concedere il proprio corpo figurandosi altrove? Accettare soldi da un giornale per incastrare un calciatore facendoci l’amore gratis, è un ruolo da attrice o da prostituta? Una pratica che comincia a diffondersi nelle discoteche, di versare una cifra alla ragazza per “velocizzare il corteggiamento”, senza obbligo di consenso finale, a che punto sta della scala? Pigrizia, orrore della fatica inutile; e se l’immagine di un prodotto di lusso è più glamour dell’immagine di sé, essere parificata a quel prodotto non sarà invece una promozione?

Se davvero ciò che il cliente compra è una sensazione (non si osa dire un sentimento) immateriale, allora non sarà più concreta (e quindi più prostitutiva) la vendita della propria forza-lavoro? Il padrone mercifica il tuo corpo e talvolta lo fa ammalare, mentre come escort sei tu che scientemente ti modifichi e puoi perfino illuderti di esercitare un potere su chi ti paga. Praga o Venezia si prostituiscono nel momento che si imbellettano per compiacere i turisti, tradiscono il loro cuore segreto per agghindarsi di falsi ori e di luci pacchiane. Il corpo come paesaggio o come opera d’arte kitsch; chi lo vende può pensare di stare eventualmente peccando contro il buon gusto, non certo contro la morale. Molte ragazze scherzano autoironiche su come si vestono quando si recano negli hotel per un “cena e dopocena” – nella vita di tutti i giorni, quella che conta, stanno in jeans e maglietta. Sono madri affettuose, figlie che hanno un buon dialogo coi genitori. L’idea non è più quella del marchio infamante che dura una vita, la lettera scarlatta o la Traviata dell’opera lirica: anche la prostituzione è precaria, come tutto. I ricchi e potenti non ti comprano, al massimo ti prendono in leasing finché il rapporto qualità-prezzo gli converrà, e finché il loro desiderio non si rivolgerà altrove. Ma anche le ragazze (o i ragazzi) pensano di vendersi fin che gli conviene: anche il loro non è un vendersi ma un affittarsi (“rent dolls” o “boys” è la dizione americana), in una fluidità di mercato che equipara il corpo a una cedola, a una promessa di valore che se sei abbastanza brava puoi anche moltiplicare senza che qualcuno effettivamente la riscuota. Non più merce e forse nemmeno denaro ma piuttosto un derivato, un future.

“Tu non sei una merce, sei un regalo”: questa la frase consolatoria di molti mediatori; ma alle più intelligenti e risolute la dinamica del dono appare più umiliante del franco ed esplicito contratto commerciale. Nel rimpallo confuso di piaceri sempre più arzigogolati, ce n’è almeno uno che non distingue tra prostituta e cliente ed è la possibilità di esimersi dalle relazioni troppo coinvolgenti – il risparmio di energia emotiva è già un piacere in sé. Il cliente sa che la ragazza se ne andrà via prima di diventare noiosa o importuna, e la ragazza (se è disincantata e un po’ cinica, come succede spesso) troverà una triste pace nel veder confermata ogni volta la sua opinione sulla piccineria e sull’aridità dei maschi. La vera merce che l’escort acquista coi soldi del proprio compenso è in questo caso l’indifferenza; merce preziosa in certi ambienti, utilissima a sopravvivere. Il denaro è un necessario passaggio intermedio per una transazione psicologica più essenziale ed eticamente neutra: “io ti faccio sentire padrone, tu mi fai sentire libera”. Il denaro è ridotto a mezzo servile – molte (e molti) escort scoprono il gusto di prostituirlo, sprecandolo e sottomettendolo allo shopping più scriteriato.
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La libertà è l’ambiguo concetto su cui tutto si gioca: ci può essere libertà in un rapporto che recita la schiavitù? “Il corpo è mio e io sono libera di farne quello che voglio”; così rivendicano molte ragazze, prendendo a prestito uno slogan delle loro nonne. Prescindendo dalla religione, per cui il corpo è un tempio che deve essere riconsegnato al creatore a tempo debito, la residua dignità del corpo consiste nel suo essere il punto d’incontro tra il biologico e lo psichico, anzi la faccia più visibile di un unico congegno psicosomatico. Ogni atto sessuale è anche un atto psichico e conoscitivo, ma è proprio su questo piano che le cose sono cambiate di più. Sempre più si conosce in orizzontale invece che in verticale, e la psiche si squaderna in un pulviscolo di emozioni irrelate invece che presentarsi come un edificio ordinato e conseguente. All’interno di quel conglomerato complesso che è il corpo, le pulsioni e le censure dimenticano le vecchie gerarchie: concetti come l’interiorità e l’intimità davano al corpo una prospettiva, distinguevano tra prima e dopo, tra fondamentale e accessorio. C’era il sospetto che, sottoposto a carezze mercenarie, il corpo si chiudesse e non fosse più in grado di accogliere le carezze spontanee e gratuite. Questi concetti cominciano a saltare, nulla ormai è meno intimo del sesso, la nudità è pubblica e la spontaneità è considerata una posa. La passione va e viene, non è pietra angolare di nulla. Altri criteri prevalgono, si invertono forma e contenuto: se la bellezza fisica era una forma effimera e la volontà di crearsi una famiglia era un contenuto, ora può accadere che la famiglia sia semplicemente una forma presa in prestito dalla società per legittimare un successo pubblico che ha nello splendore fisico di chi lo ottiene il suo contenuto principale. Più che di “sporcare” il corpo facendolo godere da molti, si teme di castrare le proprie potenzialità non facendo fruttare le proprie doti migliori. La dignità, più che un dialogo interiore con se stessi, si misura con la capacità di affermarsi nel mondo.

L’aspetto che non ho ancora sottolineato, a proposito dell’esperimento di Chen sulle scimmie cappuccine, è che comunque si svolgeva dentro un gabbia: non sappiamo se le scimmie si sarebbero comportate allo stesso modo nel loro habitat naturale, dove avrebbero avuto molte altre cose da fare e non si sarebbero annoiate come presumibilmente si annoiavano a Yale. La libertà a cui le ragazze alludono citando il famoso slogan femminista è quella del libero mercato: libertà di movimento e di azione all’interno di regole rigidamente, impersonalmente fissate e ormai indiscutibili. Le escort gestiscono il loro capitale con la stessa flessibilità con cui la finanza gestisce gli azzardi e le insicurezze, e non si percepiscono come prostitute esattamente come i maghi della finanza non si percepiscono come truffatori pur evitando i controlli e mettendo in circolazione prodotti dal contenuto non limpido. Non è un caso se alcune (e alcuni) escort, parlando del proprio corpo, dicono “lui”: quel che è cambiato, dall’epoca del femminismo storico, è che il corpo non è più un bene intimo da difendere contro repressioni ed espropri patriarcali ma un prodotto ad alto valore estetico da scambiare prima che deperisca, e di cui è meglio non sapere l’esatta composizione per non farsi troppi problemi. L’unica opzione non moralistica pare quella di rispondere al libero mercato della finanza col libero mercato delle idee: sfruttando l’occasione globale di poter confrontare simultaneamente molte tradizioni che nel tempo hanno dato del corpo, e della prostituzione stessa, molte diverse (e talvolta sorprendenti) declinazioni.

di Walter Siti

Redazione

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