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La Nato: "Non sappiamo se Gheddafi sia vivo"

Perché l’Italia oggi bombarda la Libia

La guerra di Silvio Berlusconi comincia il 25 aprile dopo quarantotto ore di silenzio e alla vigilia di un delicato vertice a Roma con il presidente francese Nicolas Sarkozy. Un incontro dall’agenda molto più vasta di quello che i quotidiani non scrivano in quei giorni.

Leggi Il raid notturno dell'Alleanza su Tripoli

7 Maggio 2011 alle 06:59

La guerra di Silvio Berlusconi comincia il 25 aprile dopo quarantotto ore di silenzio e alla vigilia di un delicato vertice a Roma con il presidente francese Nicolas Sarkozy. Un incontro dall’agenda molto più vasta di quello che i quotidiani non scrivano in quei giorni: oltre ai problemi dell’immigrazione, il dossier Lactalis-Parmalat e la sistemazione di Mario Draghi ai vertici della Bce, il premier italiano deve anche far digerire al presidente francese una dilazione degli investimenti francesi nel nucleare italiano. Così, studiando con attenzione la mossa, il Cavaliere decide di presentarsi al summit con almeno una carta vincente che riguarda la Libia e che gli permetta di non soccombere proprio su tutta la linea. Sceglie di rendere pubblica una decisione già presa alcuni giorni prima, e per ragioni che poco hanno a che vedere con la Francia. Il 25 aprile, dalla propria residenza sarda di Villa Certosa, il presidente del Consiglio chiede a Palazzo Chigi di diramare un comunicato ufficiale: “L’Italia ha deciso di aumentare la flessibilità operativa dei propri velivoli con azioni mirate contro obiettivi militari sul territorio libico”. L’aeronautica militare, sino ad allora impegnata a oscurare i radar, è stata autorizzata a fare fuoco con i missili. E’ uno scarto decisivo che ha deviato la politica estera sino a quel momento impegnata a mantenere un atteggiamento di cautela condiviso anche dalla Germania. Berlusconi sa bene di andare incontro – sul fronte interno – a una possibile crisi di nervi della Lega, sa pure che il passato coloniale italiano suggerirebbe una maggiore flemma, così come è avvertito della cogenza del trattato di amicizia da lui stesso stipulato con il colonnello libico. Eppure, nonostante non sia nemmeno umanamente persuaso della mossa, decide di cedere alle pressioni cui è sottoposto da settimane dal ministro degli Esteri Franco Frattini e dal ministro della Difesa Ignazio La Russa.

Una scelta stupefacente, soprattutto per Umberto Bossi e i suoi colonnelli Roberto Maroni e Roberto Calderoli, che dopo aver appreso la notizia dalle agenzie di stampa (e non dal premier), ricorderanno quanto accaduto la settimana precedente. Il 15 aprile, dieci giorni prima dell’annuncio dei bombardamenti, nel corso di un teso Cdm, Berlusconi aveva usato queste parole per rispondere a La Russa che insisteva sull’opportunità di partecipare attivamente ai raid: “Gli alleati non possono chiederci di più. L’Italia ha un passato coloniale e queste cose non possono ripetersi. Noi in Libia abbiamo costruito, e fatto strade… Non possiamo certo andare a bombardare”. Tutto inclinava su una linea di prudenza. Ci si chiede quale eccesso di zelo, o quale commistione di interessi abbiano fatto basculare la politica estera italiana. Qual è la genesi della guerra di Berlusconi? Qual è stata la molla decisiva che ha spinto il Cav. a contraddire le sue stesse parole?

Gli eventi decisivi si sono consumati tra il 19 e il 22 aprile. Prima con l’arrivo a Roma, protetto da un corteo di macchine blindate, servizi segreti e teste di cuoio dei carabinieri, di Mustafa Abdul Jalil. Il capo dei ribelli libici, già ministro della Giustizia di Gheddafi, sigla un accordo verbale con Berlusconi (presente l’amministratore delegato dell’Eni Paolo Scaroni). “Siamo i migliori amici dell’Italia”. Un patto favorito dai buoni uffici dell’Amministrazione americana (ritornata in buoni rapporti con l’Eni anche per l’indicazione – il precedente 4 aprile – di Giuseppe Recchi, ex manager di General Electric, alla presidenza dell’Ente idrocarburi). Il suggello lo ha messo, due giorni dopo, il 22 aprile, il senatore John Kerry incontrando Berlusconi. Ma è necessaria una premessa, perché tra il 19 e il 22 aprile è il Cav. a essersi convinto, per ultimo, a imprimere un’accelerazione nell’impegno militare. La trama che fa convergere su posizioni interventiste un ampio spettro dell’entourage berlusconiano e del sistema economico, diventato poi determinante nel premere sul presidente del Consiglio, è invece più complessa.

Nei giorni immediatamente successivi all’approvazione della risoluzione 1973 dell’Onu, il sistema berlusconiano è diviso sull’atteggiamento da adottare, ma prevale la linea di cautela che Berlusconi condivide con Gianni Letta e con l’Eni (ma non solo), preoccupati per gli ingenti investimenti: 4 miliardi di euro in commesse italiane. Letta e Scaroni sono per una posizione attendista e cauta, la guerra è contro gli interessi nazionali. Nelle settimane precedenti i servizi segreti avevano avvertito della concomitanza di due potenziali grane: una rivolta borghese in Libia e un tentativo di colpo di stato da parte di un gruppo di ex gheddafiani a Bengasi. Due movimenti paralleli che, secondo i servizi coordinati da Gianni De Gennaro, stavano per saldarsi in una sommossa alla quale la Francia (e forse anche l’Inghilterra) non erano del tutto estranee. Ma si ritiene, in quei giorni, che Gheddafi (forte di 26 mila uomini) fosse in grado di resistere. Frattini e La Russa – da subito – al contrario di Letta si fanno portavoce del più schietto interventismo.

La notte del 17 marzo Berlusconi, presente Letta, riceve a Palazzo Chigi il ministro La Russa e i più alti gradi delle Forze armate. Nel corso della riunione emergono le pressioni che l’Aeronautica militare comincia a praticare su La Russa. Ogni intervento internazionale significa investimenti, ammodernamento delle dotazioni, nuove commesse militari per il blocco dell’industria bellica. L’Esercito ha avuto la sua parte con l’Afghanistan, la Marina con il Libano (da qui la necessità di dotare l’Arma di moderne portaerei). La Libia è, potenzialmente, la guerra dell’Aeronautica. Accanto a La Russa si schiera sin dall’inizio anche Frattini. Il ministro degli Esteri è stato Commissario europeo per la Giustizia, e vicepresidente della Commissione, dal 2004 al 2008. Un incarico che ha ricoperto dopo la bocciatura da parte del Parlamento europeo della candidatura di Rocco Buttiglione, che di lui disse: “Spero che nessuno gli chieda se è massone”. Una domanda che poi in effetti fu rivolta a Frattini, il quale negò. Ma nei quattro anni passati a Bruxelles, Frattini ha intessuto e consolidato una rete di relazioni internazionali (per lo più anglo-francesi) forse non del tutto estranee alla sua particolare propensione a un atteggiamento accondiscendente nei confronti delle richieste degli alleati sul caso libico.

Tuttavia il posizionamento dell’asse Frattini-La Russa non sarebbe stato mai capace di condizionare – da solo – le decisioni di Berlusconi che infatti, nei giorni seguenti all’approvazione della risoluzione Onu 1973, dà il via libera a una trattativa segreta, utilizzando il ministro degli esteri gheddafiano Musa Kusa (da anni in contatto con i servizi italiani), per spiazzare gli anglo-francesi (il primo attacco missilistico di Parigi è del 19 marzo) e ottenere una uscita di scena pilotata del colonnello Gheddafi. Un complesso negoziato – poi fallito – condotto con l’attiva collaborazione del vicario apostolico a Tripoli, monsignor Giovanni Innocenzo Martinelli.

La Russa e Frattini non bastavano per convicere il Cavaliere riluttante. L’elemento decisivo, che ha piegato la bilancia del governo verso un più attivo intervento, è maturato con il passaggio – complici gli americani, desiderosi di disimpegnarsi – del comando militare delle operazioni alla Nato. E in particolare quando, agli inizi di aprile, in seguito a intensi contatti con l’America (tra cui un viaggio dell’amministratore delegato dell’Eni) anche Letta e Scaroni si sono persuasi che Gheddafi non avrebbe mai vinto e che gli Stati Uniti – in cambio di un gesto di lealtà – si sarebbero fatti garanti degli interessi italiani di fronte all’arrembanza anglo-francese: sono gli stessi giorni in cui anche il ruolo di Giorgio Napolitano diventa centrale. Ieri Frattini ha spiegato che Gheddafi potrebbe essere sconfitto entro le prossime tre-quattro settimane. Mentre il 15 maggio prossimo il dittatore rischia di essere incriminato dalla Corte penale internazionale.

Alle 08:00 di giovedì 31 marzo, la Nato ha completato le operazioni di trasferimento del comando. La “coalizione dei volenterosi”, da cui l’America desiderava sfilarsi (considerando la Libia un obiettivo secondario), cede su richiesta formale dell’Italia il comando all’organismo atlantico. E’ un passaggio fondamentale per l’Italia, la cui diplomazia, su input del governo e in accordo con l’Amministrazione americana, ha stipulato un accordo implicito con Francia e Inghilterra. Gli anglo-francesi accettano di non guidare le operazioni, di diluirsi in un comando condiviso, di fare entrare l’Italia nella “partita” pur da una posizione defilata. Ma con una clausola: il disimpegno italiano dev’essere a termine. Se i negoziati segreti che l’Italia continuava a tessere – con crescente scetticismo anche di Berlusconi – per la resa di Gheddafi non avessero funzionato, il governo avrebbe dovuto poi partecipare attivamente alla missione militare. In realtà l’intenzione italiana – forse del Cavaliere – era quella di non dare nessun seguito a questi “accordi impliciti”, ma di approfittare dell’occasione per prendere tempo mantenendosi cautamente in equilibrio con una posizione giustificata da ragioni storiche, dal pragmatismo, dagli accordi interni con la Lega e anche dai rapporti con la chiesa cattolica. Ma in realtà la capacità persuasiva degli americani, che si erano fatti garanti di fronte a Francia e Inghilterra della posizione italiana, è risultata in seguito più efficace del previsto. Il dossier Libia è risultato decisivo per completare la fase di distensione energetica tra Roma e Washington.

Se nel 2010 l’Amministrazione americana aveva sollevato dubbi sugli stretti legami fra Eni e i russi di Gazprom, adesso la situazione sembra essere cambiata anche per la possibile convergenza fra i progetti di oleodotti caucasici Southstream e Nabucco, un tempo considerati alternativi. E’ da ottobre che Scaroni muove le proprie pedine, ma è stato con la nomina a presidente dell’Eni dell’americanista Giuseppe Recchi (formalizzata ieri dal cda), e poi adesso con i contatti multipli sul dossier libico, che l’operazione di riavvicinamento agli Usa è stata completata “con uno scambio favorevolissimo”, commentano fonti diplomatiche. “South stream – viene sussurrato al Foglio – ha avuto l’ok di Barack Obama”. E comunque vada a finire, la concessione trentennale dell’Eni in Libia sarà rispettata.

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Salvatore Merlo

Salvatore Merlo

Milano 1982, giornalista. Cresciuto a Catania, liceo classico “Galileo” a Firenze, tre lauree a Siena e una parentesi erasmiana a Nottingham. Un tirocinio in epoca universitaria al Corriere del Mezzogiorno (redazione di Bari), ho collaborato con Radiotre, Panorama e Raiuno. Lavoro al Foglio dal 2007. Ho scritto per Mondadori "Fummo giovani soltanto allora", la vita spericolata del giovane Indro Montanelli.

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